del Settecento: gli Alberganti. |
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ALBERGANTI: gli Alberganti a Varallo Sesia
Le sorti della famiglia Alberganti fecero un balzo in avanti
quando, agli inizi del Seicento, i figli di Giacomo, Alberto e Silvestro,
si stabilirono a Varallo Sesia (i primi documenti in cui gli Alberganti vengono
definiti residenti sono, però, del 1615), pur mantenendo saldi rapporti
con la comunità di origine, Cravagliana, che continuavano a rappresentare
nel Consiglio della Valle.
Gli anni tra il 1600 ed il 1658 erano anni di dominazione spagnola e la cosa
fu assai funesta poiché la Valsesia, trovandosi ai confini del Piemonte
e del ducato di Milano, si vide più volte minacciata dai nemici. Ragion
per cui i valsesiani dovettero continuamente restare in armi e scendere in
campo.
In un primo momento il notaio e causidico Alberto parrebbe sul punto di emergere
come la persona più autorevole della famiglia: andato sposo nel 1618
a Margherita Morondo, sedette regolarmente, sino al 1650, al Consiglio Generale
della Valsesia.
La presenza degli Alberganti in seno a questo organismo si consolidò
poco alla volta, anche se le vicende dei rappresentanti dei due rami, discesi
da Alberto e Silvestro, cominciarono a differenziarsi proprio in quegli anni.
Mentre i discendenti del primo non abbandonarono più (con l'eccezione
di un figlio di Alberto, Carlo Giuseppe, che nel 1670 divenne Sindaco Generale
della ) la posizione sociale cui appartenevano, quella di una famiglia benestante
di notai, quelli di suo fratello Silvestro cominciarono un'ascesa che avrebbe
collocato la famiglia, in pochi decenni, ai vertici della vita sociale e politica
della Valsesia.
Dal 1643 cominciò infatti a far parte del Consiglio Alberto, figlio
di Silvestro, in qualità di console e capitaneus cohortis di Cravagliana.
Fu quello un periodo decisivo che vide gli Alberganti imparentarsi con una
grande famiglia nobile valsesiana, grazie al matrimonio di Alberto con Eleonora
Stampa. Il matrimonio, avvenuto attorno al 1650, evidentemente favorì
Alberto Alberganti che già nel 1655 fu eletto Sindaco Generale della
Valle, carica in cui fu riconfermato altre due volte nel 1663 e nel 1669.
In quegli anni il padre di Alberto, Silvestro, dovette procedere con vigore
ad incrementare il patrimonio familiare, da un lato con l'acquisto di terre,
dall'altro tramite un'attività di prestito, volta alla creazione di
una rendita di cui esistono testimonianze, seppur frammentarie, in una serie
di censi stipulati in quel periodo e di liti provocate dal mancato rispetto
di alcuni di essi.
Silvestro si premurava, inoltre, di conservare il patrimonio all'interno della
famiglia, lasciando tutti i beni ai due figli Giacomo, parroco di Cravagliana,
ed Alberto, dividendoli in due parti: al primo quelli sopra Varallo Sesia,
cioè nella Val Mastallone, al secondo quelli a Varallo Sesia ed in
altre località della Valsesia, con fedecommesso che prevedeva che alla
morte del sacerdote le sue proprietà ritornassero all'asse ereditario
diretto, cioè ad Alberto, od a un terzo fratello, Carlo Anselmo, in
caso di sua morte senza prole. Le altre figlie ricevettero legati minori,
oltre alla dote che doveva già essere stata assegnata in quanto non
ne veniva specificato l'importo; alla moglie Benedetta andava, infine, un
vitalizio. Contemporaneamente si andava operando un lento e progressivo distacco
da Cravagliana, distacco che sarebbe divenuto definitivo nel Settecento, quando
gli interessi degli Alberganti per il capoluogo della Val Mastallone avrebbero
avuto sostanzialmente solo carattere patrimoniale.
Questo fatto è dimostrato dalla lunga lite con il parroco e la comunità
di quel villaggio in rapporto all'esecuzione del testamento di don Giacomo,
figlio di Silvestro, che fu parroco di Cravagliana fino al 1678.
I contatti con Varallo Sesia invece si vennero, poco alla volta, consolidando
con la creazione di una serie di rapporti creditizi con famiglie valsesiane
che dovettero evidentemente gettare le basi clientelari di un rapporto privilegiato
con la comunità negli ultimi decenni del Seicento e nella prima metà
del Settecento.
La veloce ascesa sociale degli Alberganti, fu testimoniata anche dalla richiesta
di Silvestro di essere sepolto nella tomba di famiglia presso la chiesa di
S. Maria delle Grazie, tenuta dai Cappuccini, e dalle dispendiose esequie
previste.
Silvestro dispose che, in occasione della sua morte, fossero celebrate messe
dai sacerdoti della chiesa parrocchiale e dai frati Cappuccini, con candele
e con gli uffici usuali, che fossero inoltre celebrate cento messe entro un
anno dalla sua morte presso la chiesa di S. Maria delle Grazie.
Lasciò poi un censo annuo di sette lire imperiali ai Cappuccini dell'annesso
convento per la celebrazione di altre messe in perpetuo.
Dispose anche una clausola relativa all'avvio agli studi letterari del nascituro
nipote.
Ma la salita sociale degli Alberganti si rifletteva soprattutto negli incarichi
ricoperti in quegli anni da Alberto, non solo in Consiglio, come Sindaco Generale,
ma anche in qualità di comandante delle milizie valsesiane che si trovarono
impegnate nel respingere i tentativi d'invasione dei Savoia e dei francesi
nel quadro dell'ultima fase della guerra franco - spagnola che sarebbe da
lì a poco conclusa con la pace dei Pirenei.
Una carica, quella di Alberto Alberganti, che sottolineava insieme un processo
di ascesa ed una posizione sociale che la famiglia stava ormai raggiungendo.
Per gli Alberganti sembrerebbe che l'ascesa sociale, e la nobilitazione, stessero
passando attraverso il servizio nella milizia, quindi nella vita pubblica
locale per ottenere infine il riconoscimento di uno status nobiliare.