del Settecento: gli Alberganti. |
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ALBERGANTI: il dottor Silvestro ed il capitano Giacomo
Con i figli di Alberto, Silvestro e Giacomo, la famiglia
Alberganti si affermò definitivamente come una delle più ragguardevoli
e potenti della Valsesia, uscendo al tempo stesso da un ambito puramente locale.
Decisamente relegati sullo sfondo i propri legami con il luogo d'origine,
gli Alberganti non si accontentarono tuttavia di consolidare le proprie posizioni
nella valle, ma stabilirono, soprattutto con Silvestro, solidi contatti con
Milano, secondo una strategia che è dato riscontrare per altre famiglie
che tendevano a nobilitarsi.
I notabili che, pur con elezioni popolari, esercitavano di fatto il governo
della Valsesia, tenevano i contatti con il governo milanese ed alcuni di essi
avevano domicilio nella capitale lombarda. E' il caso del giureconsulto Silvestro
Alberganti che ebbe dimora a Milano, e qui oltre ad esercitare la professione
di uomo di legge, vi godette fama di erudito. In virtù di ciò
il Governo gli affidò importanti uffici, in special modo quello di
Consigliere Cesareo nel 1710.
A Milano, per i caratteri di Camillo Corrada, nel 1686 e sotto il nome anagrammatico
di Tertulliano Serba, pubblicò alcuni componimenti poetici, noti con
il titolo di "La Sesia giubilante nelle fortune del Cristianesimo",
che furono da lui composti in occasione della vittoria riportata in quell'anno
dagli Austriaci contro i Turchi, e la presa di Bupa, capitale dell'Ungheria.
Rientrato in Valsesia, fu più volte chiamato dai suoi concittadini
a ricoprire le principali cariche pubbliche. Lo troviamo Reggente (la carica
venne introdotta nel 1678) per la Corte Superiore di Valsesia il 14 ottobre
1689. Fu riconfermato successivamente il 15 luglio 1690, il 19 gennaio 1691
ed il 14 marzo dell'anno seguente. Fu nuovamente eletto il 18 marzo 1695 e
nel 1696 e 1697. Silvestro Alberganti fu nominato, nel 1700, "Avvocato
Generale della Valle di Sesia".
Il 1707 fu un anno di notevole importanza storica per la Valsesia: esso segnò
il passaggio della valle dalla Lombardia al Piemonte. Fu un fatto pacifico
ed indolore, avendo la Valsesia conservato le sue caratteristiche di territorio
relativamente autonomo, con proprie leggi che aveva in precedenza come parte
del ducato di Milano.
Silvestro Alberganti, nell'occasione, fu l'uomo più rappresentativo
della Valsesia, almeno negli incontri ufficiali, e l'interlocutore più
qualificato del primo pretore piemontese della Valsesia, il conte Filippo
Domenico Beraudo di Pralormo, che lo citò come "persona dotata
di bonissime qualità e molto attaccata al servizio di S. A. R.".
Vale la pena di spendere qualche accenno in più: note, tratte da un
diario, accurato e preciso nei minimi dettagli, tenuto dallo stesso conte
Pralormo, che ci consentono di ricostruire anche ampi stralci della storia
di annessione della Valsesia al Piemonte.
Lo stesso giorno dell'arrivo in Valsesia, il conte di Pralormo venne accolto
fra gli altri dal dottor Alberganti, il quale era giunto appositamente da
Milano a Varallo Sesia per salutare il nuovo pretore, e dal capitano Giacomo,
Reggente della Corte Superiore.
La mattina seguente, 14 marzo, quando il conte di Pralormo prese possesso
del pretorio, Silvestro Alberganti fece un discorso laudativo nei confronti
del sovrano e del suo nuovo rappresentante in Valsesia.
Il 16 marzo, con il prevosto Benedetto Ludovico Giacobini, Silvestro Alberganti
si recò in visita al nuovo pretore per perorare l'introduzione, nella
formula del giuramento di fedeltà, di qualche frase che ricordasse
i privilegi della Valsesia, ma ebbe una risposta evasiva.
Il giorno 17 l'Alberganti fece il discorso di apertura del Consiglio Generale
dei capi di casa di Varallo Sesia per la nomina dei delegati al giuramento.
Alla lettura della formula diede documentata risposta alle rimostranze del
nuovo pretore circa la presenza di frasi riguardanti i privilegi, frasi che
in effetti non furono tolte. Il 18, a conclusione del Consiglio Generale della
Valle per il giuramento di fedeltà, Silvestro Alberganti fu eletto
deputato a recarsi a Torino per ottenere dal sovrano Vittorio Amedeo II la
conferma dei privilegi: l'Alberganti compì la sua missione il 27 marzo
successivo.
Il 20 marzo accompagnò, con altri personaggi locali, il pretore nella
sua prima visita al Sacro Monte.
Il 9 settembre partecipò al Consiglio Generale della Valle ove ragguagliò
i valsesiani circa l'operato dei deputati che si erano recati a Torino e "doppo
aver alquanto masticato frà denti", dovette giustificare il fatto
che "il Privilegio era bensì concesso, ma che li valsesiani non
lo godevano, e che non sapevano perché".
Il 1728 è l'anno della morte del dottor giureconsulto Silvestro Alberganti.
Giacomo Alberganti, capitano delle milizie soprannominato "Capitanaccio",
a cavallo del 1700 e del 1720, fu quasi costantemente a capo della pubblica
amministrazione della Valsesia con il titolo di Reggente della Corte Superiore
della Valle, talora anche come Reggente Generale unico, altre volte come "assistente"
del Reggente.
Nel 1707, all'interno della chiesa di S. Gaudenzio in Varallo Sesia di cui
era Rettore, fece costruire un apparato a tre archi allo stesso tempo allusivo
alla passione di Cristo ed alla casa Savoia.
I due fratelli Alberganti ebbero sotto il proprio controllo la gestione della
vita pubblica valsesiana per circa un cinquantennio, con virtuale monopolio
della carica che tennero fra tutti e due per ventinove anni, monopolio che
non venne intaccato né dall'opposizione né dal passaggio della
Valsesia al dominio dei Savoia nel 1707.
Il fatto poi che Silvestro fosse incaricato di trattare affari straordinari,
sino a divenire Avvocato Generale della Valle, con il compito di occuparsi
principalmente dei rapporti con Milano, dove aveva a lungo vissuto ricoprendo
incarichi di governo, consolidava ulteriormente la loro posizione, per la
quale i due fratelli cercarono in quegli anni riconoscimenti formali per attestare
la qualità gentilizia della famiglia.
Il potere e le retribuzioni accumulati dai due Alberganti continuavano a suscitare
scontento in seno ad altre famiglie varallesi. Nonostante le proteste manifestate
in passato dalle comunità della Valsesia, gli Alberganti tendevano
comunque ad accaparrarsi le cariche maggiori, con tensioni che già
in passato avevano coinvolto il casato degli Alberganti, e che trovavano espressioni
di malcontento contro la reggenza di Giacomo.
Nonostante le ripetute proteste di Giacomo, che ogni volta dichiarava di non
essere rieletto Reggente, data la gravosità della carica, pare evidente
che il controllo dei vertici del governo valsesiano fosse il mezzo che consentiva
alla famiglia Alberganti di mantenere quel prestigio, quella posizione sociale
cui era così rapidamente giunta, nonché uno strumento per incrementare
le entrate della famiglia, spesso in maniera consistente.
Dal 1691 al 1721 Silvestro, che non si era sposato e che viveva in casa del
fratello, ricevette compensi (ricavati dai verbali dei Consigli della Valle)
per gli incarichi svolti, come Reggente o come Avvocato della Valle, per circa
£. 10.000, Giacomo ne ricevette quasi £. 13.000 tra il 1696 ed
il 1722.
Le attività di governo non distoglievano comunque dagli affari di famiglia
i due Alberganti.
Riassumo dal "Giornale delle spese e dei guadagni della casa Alberganti",
che raccoglie elementi di un periodo compreso tra il 1705 ed il 1762.
Come provano i vari strumenti notarili relativi a censi stipulati per prestiti
in denaro, questi bonifici continuavano a costituire la principale attività
finanziaria della famiglia, garantendo all'incirca due terzi del reddito annuo,
mentre gli affitti di terreni e case in denaro ed in natura costituivano sino
al 1750 circa, la quota minore delle entrate. Occasionalmente le entrate della
famiglie venivano integrate dalla vendita di qualche immobile.
Da quella data si può riscontrare che la famiglia Alberganti dovette
adottare una politica meno aggressiva e vivendo dello sfruttamento dei beni
immobili assai più che dei prestiti ad interesse, che avevano invece
caratterizzato la storia degli Alberganti sino alla morte di Giacomo nel 1741.
Ciò era indubbiamente un segnale che l'abbandono dell'attività
pubblica già durante gli ultimi anni della vita di Giacomo aveva significato
un deciso mutamento per gli Alberganti, con una sorta di ristagno delle attività
economiche. Tutto ciò dovette comportare un tenore di vita più
ridotto, anche se dalle annotazioni delle spese e delle entrate per gli anni
a cavallo della metà del Settecento, i soli per i quali vi siano dati,
si ha comunque la conferma di una tranquilla e serena opulenza.
Questa grande ricchezza era coperta a sufficienza dagli interessi sui censi,
stipulati in passato, dai redditi degli immobili e dalle vendite di proprietà
terriere e case che rendevano meno, a testimonianza di un tenore di vita nobiliare
che trovava ulteriore riscontro nel palazzo di famiglia.
In un "Memoriale sulla mala condotta dei fratelli Alberganti", scritto
ai primi del Settecento dal medico Giovanni Domenico Ferraris (che tra l'altro
all'arrivo del primo pretore piemontese era Reggente della Corte Superiore
assieme al capitano Alberganti) apprendo che, seppur con qualche esagerazione
essendo lo scritto opera di un avversario politico degli Alberganti, il dottor
Silvestro ed il capitano Giacomo governarono con dispotismo e violenza la
Corte Superiore a partire dall'ultimo decennio del Seicento, poco dopo la
cacciata del conte Fassola.
Essi si fecero eleggere e riconfermare per molti anni di seguito, contro le
leggi e le regole fino ad allora seguite, ottenendo queste elezioni mediante
prepotenze ed abusiva partecipazione al Consiglio Generale della Valle di
una cinquantina di loro fedeli pagati e "lautamente banchettati"
all'osteria.
Gli Alberganti tentarono, sempre secondo questo Memoriale, di invalidare l'elezione
a "medico della valle" avvenuta "a piene voci" nel 1696
del Ferraris stesso. Inoltre esercitavano la loro prepotenza perfino nei confronti
dei pretori se questi non facevano "quella giustizia che a medesimi (Alberganti)
pare e piace".
Il Capitanaccio Giacomo Alberganti venne qualificato come "fomentatore
d'homini facinorosi, e forastieri più volte ... introdotti nel Paese
che poi ne seguirono archibugiate con ferite mortali quali delitti restano
pur anche impuniti".
Questo giudizio negativo sugli Alberganti fu espresso anche dal dottor Giovanni
Francesco Draghetti, che a sua volta aveva sposato una sorella degli Alberganti,
Clara.
Alberganti, dunque per i loro nemici, era sinonimo di faziosità e di
prepotenza.
Nel complesso un quadro ben diverso da quello lasciatoci dalla storiografia
locale. Se fu così, occorre dire che il munifico lascito del figlio
don Pio per il nuovo Ospedale rappresentò nell'ambito della famiglia
una ipotetica giustizia nei confronti delle malefatte del padre Capitanaccio.
Sposatosi con la figlia del conte Lodovico Corbetti, patrizio vercellese,
Diana, Giacomo Alberganti ebbe tredici figli, sette maschi e sei femmine.
Vanno ricordati il sacerdote Pio, che fu il secondo fondatore dell'Ospedale
di Varallo Sesia; Maria Teresa (nata nel 1714 e morta nel 1725); Silvestro,
nato nel 1716, uomo dotto ed amante delle belle arti, che troviamo a Roma
in qualità di segretario della Legazione Sarda ed inoltre l'Ospedale
di Varallo Sesia gli fu riconoscente per un generosissimo lascito datato 1784,
anno della sua dipartita; Giovanni Pietro, nato nel 1717 e morto nel 1742,
che fu sacerdote; Eleonora (nata nel 1718 e morta nel 1760), che sposò
l'avvocato Pietro Giuseppe Lesinelli; Maria (nata nel 1724), che si fece monaca;
ed infine Alberto, nato 1728, anch'egli sacerdote.
Il funerale di Giacomo Alberganti costò alla famiglia £. 714
e 23 denari così ripartite: 302 lire e 10 denari per la cena, £.
179 per la funzione funebre e sessanta messe fatte celebrare in suffragio
della sua anima, £. 233 e denari 13 per gli abiti "da duolo"
per i membri della famiglia.