del Settecento: gli Alberganti. |
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ALBERGANTI: il patrimonio della famiglia del capitano Giacomo Alberganti
La morte del capitano Giacomo Alberganti nel 1741 avviò
un rapido processo di estinzione di questo ramo della famiglia: dopo alcuni
decenni, durante i quali sua moglie Diana ed i suoi figli continuarono a godere
serenamente dei frutti accumulati nel corso di anni di oculati investimenti
e di abili strategie politiche, restavano infatti intatti sia il patrimonio
familiare sia il prestigio sociale.
La decisione di tre dei suoi figli maschi di abbracciare la carriera ecclesiastica,
la prematura morte di altri tre figli ed il celibato di Silvestro, portarono
inevitabilmente alla scomparsa della famiglia.
Delle cinque figlie, due dovettero morire prematuramente, altre due entrarono
in convento; la sola Eleonora si sposò, ma finì per litigare
con il fratello Pio che controllava i beni familiari e che decise di lasciare
tutto all'Ospedale della SS. Trinità di Varallo Sesia. Tale decisione
provocò la dispersione del patrimonio dopo il 1776, anno della morte
di don Pio.
Gli Alberganti erano certamente benestanti e saldamente inseriti, per il loro
ruolo preminente nella piccola comunità montana di Cravagliana e negli
organismi di governo della Valsesia.
Nella relazione trasmessa a Torino al "Signor generale delle Finanze
e Amministratore Generale del Governo Torinese" il 26 marzo 1707 il pretore
di Varallo Sesia conte di Pralormo citando le famiglie valsesiane "conspicue"
menziona "la casa Albergante".
In sostanza sono disponibili documenti adeguati solo per il XVIII secolo,
relativi agli anni dal 1720 circa in poi.
Tali documenti consistono in registri di conto, entrate ed uscite: maggiori
ragguagli sono raccolti nelle carte stese per lo più dopo il 1776,
in anni in cui vi erano resoconti od inventari giudiziari stesi proprio per
avvallare le cause in corso, tra cui quella con la comunità di Cravagliana.
Sono documenti che consentono di avere un quadro preciso del patrimonio immobiliare
degli Alberganti, oltre che dei beni mobili lasciati nel palazzo di Varallo
Sesia tra la morte del capitano Giacomo e quella di don Pio.
Manca qualsiasi indicazione sulla gestione di proprietà immobiliari,
peraltro abbastanza estese ed in grado di garantire entrate notevoli. Dai
vaghi accenni ad agenti e massari, dalle annotazioni scarne delle entrate,
per i pochi decenni per cui sono disponibili, nulla emerge sui rapporti di
produzione, sull'estensione delle terre, sul loro utilizzo.
Scesi da Cravagliana nei primi anni del secolo XVII, gli Alberganti dovettero
ingrandire poco alla volta i propri possessi in Valsesia, un fatto che potrebbe
spiegare forse il motivo per cui solo dopo la morte del Capitanaccio nel 1741,
quando cioè le loro proprietà erano giunte al massimo dell'espansione,
si cominciassero a tenere registri con una certa regolarità. Fu anche
il periodo che la famiglia aveva raggiunto l'apice della propria ascesa sociale
ed aveva preso a comportarsi, anche nella gestione del patrimonio, da famiglia
nobile.
Le carte secentesche, estremamente frammentarie, anche se numerose, si riferiscono
ad acquisti o cessioni di terre, che tuttavia risulta impossibile seguire
per la casualità stessa con cui ci sono pervenute, ed a una serie di
cause civili nelle quali gli Alberganti si trovarono coinvolti, spesso per
successive generazioni. Liti relative a transazioni finanziarie con terzi.
La causa contro la comunità di Cravagliana fu scaturita dalla mancata
esecuzione di un legato testamentario di don Giacomo Alberganti, parroco di
Cravagliana. Questa lite getta una luce sospetta sui diretti interessati,
il capitano Giacomo e suo figlio don Pio, che dai documenti disponibili sembrerebbero
aver fatto di tutto per sottrarsi ad un preciso obbligo.
In ogni caso questi lunghi processi mi consentono di cogliere, con particolare
vividezza, aspetti della vita familiare che altrimenti sfuggirebbero, ma soprattutto
quelli che furono, a grandi linee, gli elementi di una strategia che, tramite
l'attività creditizia, ben più che l'acquisto di terre ed il
loro sfruttamento, portò alla famiglia la ricchezza.
Della situazione patrimoniale della famiglia Alberganti, così fortemente
lacunosa per mancanza di adeguata documentazione, non è neppure possibile,
come ho detto, seguire il progressivo ampliamento del patrimonio immobiliare,
al di là delle scarne informazioni che si possono ricavare dai testamenti
dei vari membri della famiglia nel corso del Seicento. Non resta quindi che
accontentarsi di esaminare l'estensione delle proprietà degli Alberganti
nel momento in cui si stavano avviando verso la scomparsa. Gli unici dati
completi, il solo inventario globale, è quello steso in occasione della
causa tra don Pio da una parte e sua sorella Eleonora e suo marito, l'avvocato
Lesinelli, dall'altra, che reclamavano la sesta parte dell'eredità
di Giacomo Alberganti.
Il 29 ottobre 1766 venne fatto un "Inventario dei beni stabili, mobili,
utensiglj, e crediti in eredità lasciati dal fu Capitano sig.r don
Giacomo Alberganti", che dava una descrizione dettagliata del patrimonio
da lui lasciato, l'unico documento di questo genere disponibile per tutta
la storia della famiglia.
L'inventario fornisce anzitutto, nella rubrica posta all'inizio, l'indicazione
del fatto che i documenti di natura patrimoniale della famiglia Alberganti
sono andati persi, facendo riferimento a vari registri in cui dovevano essere
annotati i capitali dati a prestito.
Le strutture del patrimonio familiare risultano subito evidenti da questo
elenco, in cui sono indicati anzitutto i beni immobili, quindi i crediti da
capitale che la famiglia vantava con diverse persone od organismi vari.
In Varallo Sesia gli Alberganti possedevano il palazzo posto davanti alla
chiesa di S. Maria delle Grazie, annessa al convento dei Riformati, e che
divenne successivamente il nucleo dell'odierno ospedale, valutato in £.
24.501 e 6 denari.
L'elenco delle stanze, desumibile dalla descrizione dettagliata dei beni mobili
in esse contenuti, non consente di farmi un'idea veramente precisa della loro
disposizione. Erano comunque disposte su un piano terreno, del quale facevano
parte anche alcune "boteghe" di cui non si precisa meglio la natura,
e su altri due piani sovrastanti, attorno a una corte interna.
Un documento del luglio 1787 precisa qualche ulteriore dettaglio: "palazzo
... consistente in due cantine sottorranee, in cuccina, stuffa, e cortile
in pian terreno, in undici stanze al primo piano superiore, ed una galeria
con camerini annessi all'ultimo piano".
Al Palazzo era annessa una casa detta la "Capuccina", che nell'inventario
dei beni mobili risulterebbe facente parte integrante del palazzo stesso,
"attigua al sud.to Palazzo composta di Botega, e due stanze a questa
superiori", vi era quindi una "Botega a mano destra entrando dalla
porta civile dello stesso Palazzo con una stanza unita." Il tutto era
completato da "un giardino con campi, casa composta di due stanze, e
sito rustico a mano destra della porta di detto giardino annesso al predetto
Palazzo". Un altro inventario elenca una sala, uno studio, una stanza
"vicina alla porta", una stanza "sotto la Capuccina",
un portico e la cucina al pianterreno; tre stanze "sopra la botega",
un "gabinetto", una "stanza avanti il gabinetto", una
"stanza smobiliata", due stanze da letto ammobiliate, una stanza
"dietro l'altare", la galleria sopra il portico, la stanza "detta
la Capuccina", una stanza di rappresentanza, la galleria superiore, l'armeria,
la stanza vicina all'armeria, un "mezzanino sopra le stanze", che
a loro volta stavano sopra la bottega e le stanze della servitù ai
piani superiori.
Di più non è dato a sapere, non essendo stato rinvenuto il "disegno
fatto in data delli trè Agosto mille settecento novant'uno" steso
dall'architetto Antonio Gabbio, che doveva procedere alla ristrutturazione
del palazzo Alberganti.
La famiglia possedeva inoltre undici "stanze", disposte singolarmente
od accorpate, il Romitorio attiguo alla chiesa della Madonna del Cuore, sopra
la città, lungo il sentiero che ancora oggi conduce al Sacro Monte,
cinque "corpi di casa", tre stalle e quattro botteghe, tra le quali
alcune osterie.
Gli altri beni immobili erano sparsi in tutta la Valsesia, nella fattispecie
i nuclei più consistenti si trovavano nel comune di Cravagliana (ed
anche nelle frazioni di Bocciolaro, Brugarolo, Brugaro, Valbella, Nosuggio,
Pianaronda e Meula): non esistono, anche in questo caso, descrizioni dettagliate
che forniscano la superficie e diano indicazioni sull'utilizzo di queste proprietà
in Val Mastallone, mentre la valutazione di tutto ciò era stimata in
lire imperiali 38.015.
L'inventario giudiziario del 1766 è sufficientemente preciso da consentire
di cogliere più in dettaglio la composizione delle proprietà
immobiliari degli Alberganti, che possedevano nei territori valsesiani.
Per un totale di 139.594 lire imperiali e 11 denari, gli Alberganti possedevano
"100 prati, 79 tra zerbidi e rive, 72 campi, 44 tra case, cassine o casaccie,
22 selve, 10 vigne, 6 orti, 4 giardini, 2 torchi, e 1 mulino".
Dall'elenco dei crediti non ancora rientrati (assai lungo che comprendeva
167 persone oltre ad 11 istituzioni per un totale di £. 53.866, 5 denari
e 10 soldi), ho una conferma del fatto che gli Alberganti impiegavano fortemente
i propri beni liquidi nell'attività creditizia, da cui ricavavano le
entrate più consistenti, mentre le terre e le case dovevano essere
considerate un modo di consolidare le proprie fortune ed il proprio prestigio,
secondo una schema consueto.
Se ai crediti che ho poc'anzi citato si sommano quelli già riscossi
da don Pio ed altre £. 25.551 di "crediti dubbij, ossia questionabili",
il totale dei capitali impegnati dalla famiglia Alberganti alla morte del
Capitanaccio sale a ben £. 101.568, 5 denari e 10 soldi imperiali, una
cifra indubbiamente considerevole. Un'ultima osservazione a proposito di questi
crediti va fatta sulla facilità con cui la famiglia prestava denaro
ad istituzioni pubbliche, probabilmente per motivi di prestigio, dato che
spesso questi crediti non dovettero essere riscossi.
Un inventario dei beni mobili esistenti nel palazzo Alberganti, che riprende
ed aggiorna quello effettuato "in occasione dell'inventario giudiciale",
valutava queste sostanze in £. 28.110, 2 denari e 6 soldi, compresa
la stima "degli ori e degli argenti" di notevole valore e pari a
lire imperiali 11.015.
La descrizione degli oggetti contenuti nelle varie stanze comprende una miriade
di voci, accanto una cifra indicativa dato che spesso una singola voce raggruppava
più oggetti.
Per quanto assai dettagliata, tale descrizione non consente di sapere qualcosa
di preciso su una serie di quadri e di stampe, di cui solo di rado viene indicato
l'autore. Dei 494 quadri e quadretti e delle oltre mille (1011 per l'esattezza)
tra stampe, bozzetti, disegni ed incisioni, tra cui vi erano numerose carte
geografiche, piante di forti e città, nella sola stanza chiamata armeria
ne vennero rinvenute 865.
Vi erano poi un centinaio di statuine, teste ed altri oggetti in bronzo, in
avorio ed in marmo, tre mappamondi, quasi duecento medaglie antiche e moderne,
un numero imprecisato di tabacchiere, diversi orologi e pendole.
Nell'armeria, già detto delle incisioni, vi erano 46 archibugi, 4 canne
"da schoppo", 10 sciabole antiche, un tamburo, due scudi di ferro
per soldati, due "vestiti di ferro da soldato, all'antica", tutte
lasciate in testamento da don Pio ad Alberto Alberganti, detto nel legato
"nipote", ma appartenente ad un ramo collaterale della famiglia.
Nella "galleria sopra il portico di prospetto" vi era l'altare "con
sua ancona dorata, e quadro, con n. 4 bustini di particolare rilievo, e bronzo,
crocifisso, con alcune statuette di bronzo, Tabernacolo, ed altri ornamenti
dell'altare chiuso da armario dipinto".
Non mancava il "Presepio sotto il suddetto altare consistente in sedici
statue compreso due angeli", presepio realizzato in cotto.
Va infine ricordata la biblioteca che comprendeva 1.124 titoli, stimati in
1.200 lire, riuniti nello studio in più scansie.
Si è insomma alla presenza di oggetti spesso di grande valore e di
un accumulo di beni che si potrebbe pensare generato da un effettivo interesse,
da motivi di prestigio o forse anche in un'ottica di puro investimento.