

1. LO SPOPOLAMENTO DELLE ALPI. CAUSE E CONSEGUENZE
1.1 CAUSE
Lo spopolamento del settore montano è causato da numerosi fattori quali
l’altimetria e le relative condizioni climatiche e pedologiche; il sovappopolamento;
l’abbandono delle attività tradizionali per via dell’insufficienza
del reddito percepito a causa di un’estrema parcellizazione dei fondi,
del grave peso degli oneri tributari e della concorrenza delle economie di
pianura; la mancanza di servizi, soprattutto quelli scolastici; e una legislazione
nazionale che, ignorando i caratteri propri dell’ambiente alpino, imponeva
norme standardizzate non adatte alla realtà del mondo della montagna.
Tutto ciò concorre a spingere gli abitanti della montagna a desiderare
maggiori guadagni, prospettive di vita più allettanti, stili di vita
diversi e un miglioramento della posizione sociale, concretizzando queste
aspettative altrove.
Di seguito sono descritte le cause principali.
1.1.1 ALTIMETRIA
Il fenomeno dello spopolamento delle montagne non è una caratteristica
dell’Italia ma dell’intero globo; particolarmente evidente è
nelle montagne dell’Europa Occidentale e Meridionale perché proprio
qui gli uomini si erano maggiormente insediati nel corso dei secoli. Le aree
alpine e appenniniche iniziarono ad essere sempre più popolose durante
il Medioevo in quanto, per via della loro altitudine, erano più sicure
al passaggio dei barbari e meglio difendibili dai pirati nelle zone costiere,
inoltre erano zone in cui la malaria e altre epidemie non esistevano. Tra
il 1500 e il 1900 il popolo alpino sembra essersi quasi triplicato. “La
popolazione ammontava a 2,9 milioni nel 1500, 4 milioni verso il 1600, 4,4
milioni nel 1700, 5,3 milioni nel 1800 e a 7,9 milioni nel 1900”. Il
XVII secolo è stato però un periodo di processi regressivi causati
soprattutto “dal funesto contagio del 1630 che tante vittime ha mietuto
in tutta Europa” ; infatti ampi tratti di molte valli furono completamente
spopolati dalla peste. “Le regioni di bassa altimetria (al di sotto
dei 750 m.) nel 1700 avevano un tasso di crescita medio dello 0,22 % e nel
1800 dello 0,44 %, mentre i valori delle regioni più alte erano solo
dello 0,15 % e dello 0,27 %, differenza che si ampliò ancor di più
nel 1900” . L’altitudine sembra dunque, nel tempo, aver aumentato
la sua influenza sulla crescita della popolazione. Si può quindi affermare
che dal 1500 al 1900 in quasi tutte le regioni alpine, con l’eccezione
di alcuni territori montani, la popolazione aumentò, soprattutto in
Italia e Austria che presentarono tassi di crescita più elevati rispetto
alle zone di pianura. Un esempio della disparità di crescita tra regioni
alte e basse si ha nel Delfinato, area montuosa cui faceva parte il Piemonte,
oggi inserita nel dipartimento dell’Isère. “Nelle alte
valli la popolazione crebbe tra il 1734 e il 1838 con un tasso annuo dello
0,35 % e iniziò poco dopo a regredire fino a arrivare a – 0,26
% tra il 1838 e il 1901, nelle basse valli il tasso fu più alto in
particolare nella seconda fase, così che nel Piemonte, versante già
più densamente popolato, l’intera popolazione montana aumentò
leggermente fino al 1900” . Tuttavia, anche nel caso di tassi di crescita
più elevati sulle Alpi, la densità di popolazione della montagna
era sempre inferiore rispetto a quelle di pianura.
Il sostentamento dei popoli montani proviene da sempre da prodotti derivanti
dall’agricoltura, alpicoltura e dall’allevamento; a queste risorse,
che spesso erano insufficienti per la sopravvivenza della comunità,
si aggiungevano i proventi di un florido artigianato ed erano integrate dai
guadagni di coloro che scendevano periodicamente in pianura per lavori stagionali.
Le aree montane adatte alla coltivazione sono sempre state molto ristrette
in quanto, con l’aumentare dell’altitudine, diminuisce la temperatura,
aumentano le precipitazioni, formando così una stratificazione scalare
della vegetazione e delle colture, e si accorcia il periodo vegetativo, fattore
importante che limita il potenziale agricolo in montagna. Secondo stime di
agronomi, ad esempio, “il rendimento annuale di erba diminuisce del
40% per ogni differenza altimetrica di 1000 metri, e nei campi si riduce la
possibilità di fare seconde semine dopo il raccolto principale”
. I terreni coltivati quindi si restringono più si sale in altezza
a causa di pendenze troppo forti, presenza di rocce, nevi e ghiacciai e si
riduce il numero delle piante coltivate, in quanto ogni specie ha un limite
altimetrico al di sopra del quale non è possibile la maturazione. Il
limite delle colture indica anche il limite dell’insediamento umano;
quindi, man mano aumenta l’altitudine,
diminuiscono gli abitanti.
Altri fattori che hanno condizionato storicamente la produzione agricola delle
aree montane sono la pendenza e l’esposizione, in quanto una pendenza
eccessiva crea difficoltà alla coltivazione, soprattutto meccanica,
facendo nascere la necessità di terrazzamenti, utili anche per evitare
frane; e l’esposizione in quanto, quella ottimale è solo il versante
esposto a sud, più caldo e più coltivabile.
Anche il clima incise nei secoli sull’involuzione demografica; infatti,
nella seconda metà del 1500 finì il lungo optimum climatico
medioevale e giunse la variazione climatica fredda detta “piccola età
glaciale”. I secoli precedenti erano stati caratterizzati da temperature
assai moderate che permettevano alle colture agricole e quindi all’abitato
di estendersi fin sopra ai 2300 metri; molto breve era l’innevamento
dei valichi, il che consentiva scambi commerciali tra i versanti e con l’oltralpe.
Il mutamento climatico segnò quindi un profondo cambiamento nell’organizzazione
della vita socio-economica dell’Europa: le Alpi, con i passi innevati
per la maggior parte dell’anno, diventarono una barriera nel cuore del
continente e l’abbassarsi dei limiti climatici delle colture provocò
nelle valli alpine gravi carestie e di conseguenza una drastica diminuzione
della popolazione. La grossa mole delle montagne ha ostacolato spesso l’incontro
dei popoli e di conseguenza lo scambio e la propagazione di conoscenze, creandosi
così aree molto arretrate, laddove invece la conformazione della montagna
lo consentiva, il passaggio delle persone e l’apertura della comunità
al mondo esterno aumentarono le opportunità.
1.1.2 LA PRESSIONE DEMOGRAFICA
Prima del 1700 carestie e pestilenze incidevano pesantemente sulla dinamica
demografica causando gravi diminuzioni della popolazione, il che, portava
le famiglie a concepire numerosi figli per contrastare il fenomeno; ma l’alta
mortalità infantile tendeva ad azzerare il differenziale a favore delle
nascite. Dopo la prima metà del XVIII secolo la mortalità declina
avviando così una fase di sviluppo della popolazione alpina. “Con
l’introduzione della coltura della patata diminuirono i picchi di alta
mortalità causata da crisi di sussistenza in quanto, un fallimento
del raccolto era improbabile anche in presenza di avverse condizioni meteorologiche”
. Per la prima volta la mortalità non viene più dettata esclusivamente
dalla natura, ma entra nel campo di intervento dell’uomo grazie al progresso
della scienza che è riuscita a sconfiggere malattie e ad attenuare
la virulenza di alcune epidemie, diminuendo, di conseguenza, anche i decessi
infantili. La mortalità è più bassa nelle alte valli
rispetto a quelle meno elevate, perché la purezza delle acque e le
caratteristiche che l’altitudine conferisce al clima alpino, espongono
la popolazione ad un rischio minore di contrarre infezioni.
“Nel 1700 si è prodotta una transizione da un regime di ‘crisi’
caratterizzata da tassi elevati di natalità e mortalità ad un
regime ‘omeostatico’ a bassa pressione demografica” delineato
da livelli moderati di natalità e livelli molto bassi di mortalità.
Si possono identificare come fattori che ebbero una funzione regolatrice sulla
natalità: la nuzialità, le pratiche contraccettive e l’emigrazione
che si diversificarono a seconda delle zone. In Austria il livello di natalità
era basso a causa del modello di nuzialità basato su matrimoni tardivi
e tassi di celibato alti, in Francia e nelle Alpi piemontesi i livelli di
nuzialità erano elevati, i matrimoni precoci e il celibato definitivo
modesto, ciò nonostante la natalità era comunque bassa per via
dell’introduzione di pratiche contraccettive e della frequente emigrazione
della popolazione maschile che ebbe effetti diretti sulla fecondità,
quando stagionale, e sulla nuzialità, quando permanente. Nonostante
la natalità fosse piuttosto bassa spesso accadeva che le risorse disponibili
fossero troppo ridotte rispetto al fabbisogno della popolazione presente perché
come afferma Malthus “la popolazione cresce più rapidamente dei
mezzi di sussistenza, per cui aumenta sempre più lo squilibrio tra
il numero dei consumi e la quantità di risorse disponibili” creandosi
così una condizione di sovrappopolamento che costringeva gli abitanti
ad usare anche i terreni meno fertili, ottenendo però raccolti sempre
più scarsi. Se quindi le risorse locali non si possono più espandere
ulteriormente, bisognerà rispondere al sovrappopolamento limitando
la propria consistenza numerica attraverso l’emigrazione permanente.
Questa fu una delle cause dello spopolamento montano: correnti migratorie
si dirigono da zone economicamente deboli verso regioni capaci di offrire
una buona occupazione e un più alto livello del tenore di vita.
1.1.3 INDUSTRIALIZZAZIONE DEL SETTORE PRIMARIO
Nella prima metà dell’Ottocento i rilievi europei erano ancora
ben popolati; le risorse, anche se poche, bastavano alla sopravvivenza. Attualmente
la montagna sta vivendo due sviluppi diametralmente opposti: da un lato lo
spopolamento delle sue zone più periferiche e dall’altro la concentrazione
della popolazione nei centri urbani dei fondovalle.
In Italia lo spopolamento delle Alpi è iniziato verso la fine del XIX
secolo. La discesa dalle montagne fu più precoce quanto più
progredita era l’evoluzione economica della più vicina pianura.
Fino alla prima metà del Novecento l’attività agricola
di montagna ha avuto una grande importanza per il sostentamento delle popolazioni
locali, anche se il sistema spesso non garantiva la sopravvivenza, come testimoniano
le frequenti ondate di emigrazione verso terre più o meno lontane.
A partire dagli anni Cinquanta, il declino dell’agricoltura e del settore
primario è stato costante a favore dei settori secondario e terziario,
che attirarono verso la città le nuove generazioni di popolazione rurale;
ciò ha provocato uno spopolamento delle valli e un abbandono delle
principali attività agricole e forestali. L’economia agricola
delle pianure, grazie all’introduzione delle macchine, con le sue produzioni
più abbondanti e più a buon mercato, cominciò a fare
concorrenza a quella delle montagne, dove invece si acuiva lo squilibrio fra
lavoro e reddito, in quanto la brevità della stagione calda e la coltivazione
obbligatoriamente manuale hanno sempre imposto ritmi di lavoro ossessivi e
minore resa del terreno. In montagna la professione del contadino è
praticamente scomparsa; nel tentativo di far concorrenza all’agricoltura
intensiva della pianura, qualcuno ha tentato la coltivazione dei piccoli frutti
(fragole e frutti di bosco) ma per essere redditizia doveva restare limitata.
Anche l’allevamento, pur utilizzando ancora la montagna per i pascoli
estivi, trovava migliori condizioni in pianura ove il sistema viario consentiva
lo smercio immediato del latte. Con il progressivo spopolamento delle aree
alpine il numero di capi allevati nelle valli e monticati in alpeggio si è
così drasticamente ridotto. I prodotti industriali delle città,
grazie alla loro economicità, portavano alla decadenza l’artigianato
montano facendo perdere così un’altra importante possibilità
di sviluppo. All’incertezza e precarietà del reddito si contrapponeva
la sicurezza del lavoro dipendente nelle fabbriche della pianura. Lo spopolamento
montano è quindi la conseguenza del passaggio dall’austera economia
di sussistenza a quella di mercato. La prima era caratterizzata dalla chiusura
delle comunità in piccole cellule che vivevano quasi esclusivamente
della produzione famigliare a cui era giocoforza unire una drastica compressione
dei consumi; la seconda invece è fondata sull’apertura a mercati
vicini e lontani, sulla circolazione delle merci, sugli scambi commerciali
incrementati da una larga espansione dei consumi. Si può quindi affermare
che l’evoluzione economica e sociale della nostra epoca ha intaccato
l’umanizzazione dei monti.
1.2 CONSEGUENZE
Lo svuotamento del territorio dalla sua popolazione è la conseguenza
diretta dello spopolamento, che genera effetti negativi su ambiente, economia
e cultura.
Il degrado dell’ambiente e del paesaggio è l’effetto immediatamente
visibile generato dalla perdita di popolazione. La cessazione dell’attività
agricola e pastorale è preludio alla ricostruzione forestale in quanto
causa l’abbandono di campi e pascoli che, invasi da vegetazione arbustiva
anche alloctona, subiscono un inselvatichimento e un arretramento, perdendo
così potenzialità produttiva. Tutto ciò altera il paesaggio
tradizionale con conseguente perdita di elementi di grande valore, diminuisce
la biodiversità e determina una limitazione della fruibilità
turistica del territorio. Ulteriore conseguenza è la diminuzione di
sicurezza dello spazio alpino. Aumenta infatti il rischio idro-geologico poiché
vengono abbandonate le opere realizzate nel passato per la regimazione delle
acque irrigue e per la messa a coltura dei pendii quali i terrazzamenti; la
forza delle acque, non più moderata da queste strutture,si moltiplica
divenendo così un pericoloso agente erosivo capace di causare smottamenti
e frane. Anche le opere idrauliche realizzate per la regolazione dei corsi
d’acqua, come argini e canali, non vengono più manutenzionate
e concorrono a causare alluvioni. Effetto dell’imboschimento è
il pericolo d’incendio mentre l’inselvatichimento dei campi, comportando
l’eliminazione degli sfalci, fa sì che l’erba lunga e secca
permanga sul terreno non permettendo la percolazione delle acque nella falda,
aumentando così il rischio di frane.
Lo spopolamento montano causa l’abbandono di interi villaggi portando
alla rovina abitazioni, mulattiere e strade, frenando così lo sviluppo
delle valli. Da un punto di vista economico produce un generale impoverimento
privando le vallate alpine delle necessarie risorse locali di imprenditorialità
e di forza-lavoro e determinando la cessazione di attività commerciali
e di servizi; inoltre impoverisce il tessuto umano facendo svanire a poco
a poco il senso dell’appartenenza ad una tipica identità e ai
valori della cultura tradizionale. Conseguenze delle migrazioni che hanno
generato lo spopolamento sono l’invecchiamento della popolazione rimasta
e la correlata drastica riduzione del tasso di natalità. L’emigrazione
permanete dalle zone montane concorre, inoltre, ad incrementare la cementificazione
e l’urbanizzazione delle pianure e delle città industriali.
1.3 VALORIZZAZIONE DELLE AREE MONTANE
Contrastare lo spopolamento è il primo passo per garantire il mantenimento
del paesaggio, dell’identità alpina e per far uscire molte valli
e versanti da questa condizione di forte disagio.
In Italia già negli anni ’20, amministratori e studiosi avevano
lanciato l’allarme per quanto stava avvenendo nelle vallate alpine e
per i pericoli che l’inarrestabile emorragia di uomini faceva prevedere;
già sul finire del decennio, infatti, fu promossa la prima inchiesta
sullo spopolamento montano. Di fronte a un fenomeno così diluito nel
tempo ed esteso nello spazio, ma soprattutto così variegato nelle sue
sfaccettature, è mancata in passato e forse tuttora una chiara consapevolezza
dei suoi numerosi risvolti problematici, cosicché l’attenzione
fattiva per farvi fronte spesso ha lasciato il posto a vuota retorica o ad
un susseguirsi di interventi parziali, dettati ora da interessi politici,
ora da mere logiche economiche, ora da intenti ecologici, ma raramente frutto
di un’azione corale mirata a favorire lo sviluppo e insieme la tutela
di un ambiente e dei suoi attori, nel rispetto della storia e cultura delle
popolazioni alpine. Bisogna quindi intervenire in modo integrato, evitando
soluzioni semplicistiche o approcci mutilanti e prestando costante attenzione
a chi ha saputo abitare la montagna. In questo senso un ruolo importante è
rivestito dalla ricerca scientifica di Istituti dedicati alla Montagna, chiamati
a fornire il necessario presupposto conoscitivo all’azione politica,
la promozione di strumenti di qualità nell’istruzione e formazione
della popolazione alpina e il ruolo di promozione e tutela. Per conservare
la popolazione e le culture è quindi importante attuare interventi
di carattere politico, sia a livello nazionale che comunitario. “Proprio
l’intervento politico ha fatto sì che l’Austria, il paese
più alpino d’Europa, abbia mantenuto la sua popolazione, con
un trend di incremento positivo piuttosto che di decremento, ed è dimostrato
anche in Italia che, laddove vengono effettuati interventi finanziari sostanziosi
e sistematici la popolazione non è diminuita, come nelle province autonome
di Trento e Bolzano” . È quindi compito delle istituzioni politiche
creare delle opportunità perché la gente di montagna rimanga
in quota, ridando a queste aree, troppo a lungo trascurate dai poteri centrali
degli Stati europei, potere decisionale e autonomia finanziaria e garantendole
specificità ambientali e culturali. Queste sono condizioni necessarie
ma non sufficienti a garantire percorsi di sostenibilità a garanzia
delle valenze ambientali e culturali delle aree montane; serve quindi una
“bussola” che orienti gli interventi in maniera lungimirante.
Un ruolo centrale è chiamata ad assumere la Convenzione delle Alpi,
un accordo internazionale di tutela adottata dalle Alpi, sostenuto da decine
di associazioni dei Paesi Alpini riunite nella Commissione Internazionale
per la Protezione delle Alpi (CIPRA). Questa convenzione è più
di un trattato di protezione ambientale in quanto prevede anche che gli Stati
realizzino programmi per lo sviluppo e l’utilizzo sostenibile delle
risorse in diversi campi: dall’agricoltura all’energia, dalle
foreste al turismo, con un’attenzione particolare ai trasporti. Obiettivo
della Convenzione delle Alpi è salvaguardare le comunità portatrici
di quei patrimoni culturali che si stanno perdendo (come i gruppi Walser),
non solo in senso conservativo ma anche propositivo. Le popolazioni alpine
infatti non devono essere oggetto di tutela ma soggetti attivi per l’attuazione
di uno sviluppo sostenibile; ciò consiste in un recupero del bagaglio
di saperi montani, che non vanno dimenticati ma valorizzati, così che
le Alpi diventino uno spazio dinamico aperto e non una “riserva di indiani”
per turisti. L’accordo è in vigore in tutti gli Stati alpini,
ma mentre i nostri vicini hanno già ratificato le misure contenute
nei protocolli attuativi, in Italia la legge attende ancora di essere approvata.
Nel panorama internazionale viene data sempre maggior attenzione alla montagna:
le Nazioni Unite, infatti, hanno dichiarato il 2002 anno internazionale della
montagna, iniziativa che ha originato progetti di studio sulle condizioni
dei sistemi montuosi del pianeta e di conservazione e sviluppo sostenibile
delle regioni circostanti. Il rapporto mette in evidenza i pericoli che minacciano
vette e valli: non solo i cambiamenti climatici, l’inquinamento e la
deforestazione ma anche lo sfruttamento agricolo e minerario, l’aumento
della popolazione, i conflitti armati e il turismo costituiscono serie minacce
per gli ecosistemi di diverse zone montagnose. “Le catene più
a rischio sono le Alpi e l’Himalaya”. “ La degradazione
degli ecosistemi montani comporta rischi non solo per i 600 milioni di abitanti
che vi risiedono, ma per più della metà dell’intera popolazione
mondiale, che ha nelle montagne la propria riserva di acqua. Rischi che vanno
dalle riduzione delle riserve idriche, alla possibilità di disastri
naturali sempre più frequenti come frane e valanghe” .
Lo spopolamento e il conseguente degrado delle aree alpine rivestono un ruolo
sempre più concreto e attuale anche a livello comunitario, tanto che
i rappresentanti politici dell’Unione Europea condividono l’importanza
dell’inserimento della parola ‘montagna’ nel trattato dell’Unione
Europea, cercando così di creare una definizione condivisibile di montagna,
di promulgare specifiche direttive per queste zone, che prevedano, al di là
di un puro regime di concorrenza, servizi efficienti e un sostegno economico
specifico per la gente di montagna come riconoscimento dei valori e degli
stili di vita dei montanari. Dagli anni Settanta sono stati avviati numerosi
esempi di cooperazioni tra Stati, Regioni o enti locali al fine di salvaguardare
l’ambiente montano e i suoi abitanti; tutte queste iniziative hanno
trovato una sistematizzazione all’interno dell’iniziativa comunitaria
INTERREG III che armonizza le politiche settoriali dei precedenti programmi
proponendo una visione globale delle problematiche di sviluppo territoriale.
L’iniziativa è suddivisa in tre settori: nell’ambito III
B si inserisce il Programma Spazio Alpino che si pone l’obiettivo di
sviluppare una comune strategia di sviluppo territoriale e misure concrete
di cooperazione tra i paesi coinvolti. Il Programma Spazio Alpino si occupa
di una superficie di 450.000 kmq, un territorio che si considera relativamente
omogeneo dal punto di vista paesaggistico e delle problematiche socio-economiche
e ambientali, ma che tuttavia è suddiviso amministrativamente in 7
stati (4 membri dell’UE e 3 non membri). Il territorio è stato
analizzato cercando di cogliere le molteplici valenze per individuare percorsi
privilegiati verso cui indirizzare i progetti di cooperazione. “I principali
obiettivi sono quindi: considerare lo Spazio Alpino come un’unità
spaziale nella rete europea di aree di sviluppo rafforzandone la competitività
nel campo dell’istruzione e della formazione, con particolare riferimento
alle professioni più innovative, sviluppando la forza economica di
tutta l’area e rafforzando la coesione e l’identità dei
popoli alpini; iniziare un processo di sviluppo territoriale sostenibile fermando
l’emigrazione verso gli agglomerati urbani e lo spopolamento delle aree
rurali, riducendo le disparità tra aree interne riguardo a reddito
pro-capite, disoccupazione giovanile, emigrazione, livello di istruzione e
rafforzando la competitività del settore turistico con strategie di
sviluppo sostenibile; migliorare l’accessibilità all’interno
dello Spazio alpino e verso l’esterno, con particolare riguardo ai mezzi
di trasporto ecologici e alle nuove tecnologie; proteggere la ricchezza del
patrimonio culturale e naturale migliorando la protezione e la gestione degli
ecosistemi e dei paesaggi culturali, sostenendo la conservazione del paesaggio,
il consumo di prodotti tradizionali e la loro produzione per fermare lo spopolamento,
mantenendo e sviluppando le diversità culturali locali e implementando
la Convenzione Europea del Paesaggio; proteggere la popolazione alpina ed
i loro insediamenti dagli eventi calamitosi e tutelare le risorse naturali
dall’eccessivo sfruttamento” . Il comune intento è lo sviluppo
dello Spazio Alpino ed il suo rafforzamento nel contesto della competizione
e della globalizzazione; ciò viene perseguito evitando contraddizioni
tra conservazione e sviluppo, ponendo quindi lo sviluppo sostenibile come
principio base, coinvolgendo la popolazione locale nella realizzazione degli
obiettivi, così da ottenere un vasto consenso e pubblicizzando tutte
le fasi di attuazione del programma.
Un esempio dell’importanza della formazione nelle zone montane si ha
grazie al “Progetto Poschiavo” istituito nel 1996 in Svizzera
che elabora una nuova strategia basata sull’alfabetizzazione informatica”
. Le persone che hanno fruito dei corsi non hanno solo imparato ad usare il
computer ma anche a sfruttare le opportunità che la telematica offre:
si spazia dalla vendita on - line di prodotti locali allo sviluppo di corsi
di comunicazione.
La questione della criticità della montagna viene affrontata anche
dalle associazioni ambientaliste, fra tutte Legambiente cerca di richiamare
l’attenzione dei cittadini, delle forze economiche e delle istituzioni
sulla diminuzione della popolazione montana, organizzando la Carovana delle
Alpi, un convegno che attraversa l’arco alpino italiano portando avanti
la sfida della sostenibilità e qualità dell’ambiente.
Per salvare la montagna e far sì che la sostenibilità diventi
una realtà non basta certo attuare convegni o stilare convenzioni,
ma il processo attraverso il quale si giunge alle convenzioni, fondato sul
principio della sussidiarietà, porta a una presa di coscienza che facilita
l’individuazione di soluzioni comuni a problemi comuni.
Oltre 4 milioni di abitanti vivono nelle Alpi italiane: un’estesa regione
in cui si concentrano enormi risorse naturali e di biodiversità, ma
anche una grande potenzialità economica e produttiva. Bisogna far sì
però che queste non rimangano solo delle potenzialità ma che
si trasformino in realtà, quella realtà che può portare
la montagna ad uscire dal torpore in cui è caduta da anni e che la
riporterà ad un florido sviluppo. Per far ciò bisogna valorizzare
tutte le risorse presenti: da quelle naturali a quelle umane. L’agricoltura
montana, ad esempio, non è più competitiva, però, attraverso
sovvenzioni da parte delle istituzioni politico-amministrative, potrà
sopravvivere e riacquisire economicità mediante la valorizzazione dei
prodotti tipici per mezzo di marchi e etichettature, e orientarsi verso produzioni
biologiche e di qualità. Mantenere viva l’agricoltura in montagna
porta anche un ulteriore vantaggio: garantire la manutenzione del paesaggio
culturale e la salvaguardia del territorio da eventi catastrofici in quanto
gli agricoltori, attraverso la loro attività, possono essere considerati
i “giardinieri del paesaggio” . Anche l’attività
pastorale si propone come strumento in grado frenare lo spopolamento e valorizzare
l’ambiente montano conservando il paesaggio tradizionale, aumentando
la fruibilità turistica del territorio e evitando la perdita di potenzialità
produttive per prodotti tipici delle regioni montane legati all’attività
zootecnica e al pascolamento, che potrebbero recuperare interessanti spazi
di mercato, ad es. con formaggi tipici. I vantaggi economici legati alla conservazione
del paesaggio e dell’ambiente montano possono infatti giustificare l’attività
pastorale anche là dove non trovi più un riscontro adeguato
dal punto di vista della redditività delle produzioni zootecniche.
È necessario mantenere le quote latte per rendere competitive le piccole
aziende agricole rispetto a quelle più grosse, esonerandone, però,
i piccoli produttori di latte delle zone montane quando la loro produzione
lattiera costituisce la principale fonte di sussistenza e la trasformazione
del latte è orientata alla fabbricazione di prodotti locali di elevato
valore qualitativo. Se tutto ciò venisse condotto attraverso un marketing
adeguato, cioè con un’etichettatura recante la denominazione
d’origine, potrà trasformarsi in un vantaggio duraturo. Per evitare
la cessazione delle piccole imprese contadine, l’emigrazione e il conseguente
spopolamento, dev’essere incrementato il sostegno strutturale all’agricoltura.
La graduale scomparsa delle aziende agricole fungerebbe da catalizzatore economico
negativo che potrebbe portare a un ulteriore impoverimento delle zone interessate.
La conservazione dell’agricoltura, della silvicoltura e della pastorizia
in montagna è perciò essenziale e deve continuare a rappresentare
uno dei pilastri fondamentali dell’intervento comunitario in queste
zone. Infine, il turismo è un’altra soluzione per frenare e prevenire
lo spopolamento poiché, malgrado possa innescare processi insidiosi
come il turismo d’assalto, delle seconde case o creare delle contraddizioni
sociali per via della soppressione dei modelli culturali autoctoni, favorisce
il mantenimento degli insediamenti in quota. In molte zone infatti il turismo
rimane l’unica fonte di sostentamento per la popolazione rimasta: la
tendenza all’emigrazione e all’abbandono delle attività
tipiche può anche subire un’inversione di tendenza, divenendo
esse stesse funzionali all’attività turistica poiché contribuiscono
al mantenimento del paesaggio tradizionale. Trasformandosi in un settore trainante,
potrà essere ulteriormente ampliato e, creando nuovi posti di lavoro,
farà tornare nuovamente attrattive le aree di montagna. Il rischio
è però che le Alpi diventino un parco giochi per cittadini;
ciò può essere evitato se i popoli montanari non perderanno
la loro identità e se si svilupperà un turismo compatibile con
lo sviluppo economico e con la protezione dell’ambiente, cioè
un turismo sostenibile, intendendo con ciò il contenimento dei livelli
di inquinamento, la difesa del territorio dai problemi di dissesto, la conservazione
di attività agronomico - pastorali e la salvaguardia del patrimonio culturale
e naturale: il tutto comunque orientato verso una prospettiva di crescita
economica. Sono molte le aree che hanno un potenziale di sviluppo turistico
ancora inutilizzato e che possono accrescerlo, ad esempio, con la creazione
di agriturismo o la risistemazione di antichi sentieri, divenendo così
aree ottimali per lo sviluppo di un turismo che risponda alle diverse esigenze
dei frequentatori come il turismo verde, gastronomico o sportivo. Una soluzione
omnicomprensiva per salvaguardare il paesaggio rurale ed antropico e creare
nuove opportunità di sviluppo è l’istituzione di parchi:
ciò permette di raggiungere un equilibrio tra salvaguardia e sviluppo
sostenibile; a tal fine si cerca di contribuire alla crescita economica promuovendo
attività quali l’agricoltura, la pastorizia, l’artigianato
artistico e l’agriturismo, e creando di conseguenza dei posti di lavoro,
proiettando così verso il futuro il mondo rurale e promovendo nello
stesso tempo un turismo compatibile con l’ambiente.