CRAVAGLIANA
CRAVAGLIANA
le doux nid CRAVAGLIANA CRAVAGLIANA CRAVAGLIANA


2. EVOLUZIONE DEMOGRAFICA E SPOPOLAMENTO DELLA VALSESIA

Don Luigi Ravelli, autorevole conoscitore della valle del XIX secolo identifica la Valsesia come l’area che “ si origina ai piedi del Monte Rosa tra la valle dell’Anza e quella del Lys; si snoda tra la valle Strona e le vallate Biellesi, fiancheggia il lago d’Orta e sbocca tra Romagnano e Gattinara a 65 chilometri dal suo inizio” .
E’ una delle valli alpine del Piemonte sita nella provincia di Vercelli, di cui occupa la parte settentrionale, con lingue che si estendono nella provincia di Novara. Il toponimo “Valsesia” indica il bacino montano del fiume Sesia, nel quale confluiscono i torrenti delle valli di cui è composta: la Val Grande, la Val Semenza  e la Val Mastallone.
PROVINCIA DI VERCELLI
Per via della notevole estensione del suo territorio, la valle presenta delle caratteristiche morfologiche, economiche e culturali molto accentuate, per cui si possono distinguere due sezioni: la Bassa Valsesia e l’Alta Valsesia. La bassa valle comprende il tratto inferiore da Varallo Sesia allo sbocco in pianura presso Ghemme, è più larga, pianeggiante e popolata rispetto al resto della valle; l’alta valle invece, è il vero polo montano di quest’area che si estende a nord di Varallo Sesia arrivando ai fondovalle di Alagna, Carcoforo e Rimella.
VALSESIA

ALTA VALSESIA
“In tempi andati la Valsesia era un vasto ghiacciaio che ritiratosi gradatamente lasciò il posto ad un lago, il lago Clisio […], scomparso anche il lago, per alluvione di terre e erosione di acque, la valle diventò abitabile” ; testimonianze di un’antica colonizzazione infatti si sono trovate nelle grotte del monte Fènera dove furono portati alla luce resti dell’uomo di Neanderthal risalenti a circa 50.000 anni fa.
La Valsesia è stata fin da tempi antichissimi caratterizzata dall’emigrazione, fenomeno che nel ‘900 l’ha portata a una cospicua perdita di popolazione causandone lo spopolamento che ancora oggi la caratterizza. L’emigrazione valsesiana ha i caratteri tipici dell’emigrazione alpina ma nel contempo presenta anche delle peculiarità.
L’emigrazione dalle aree di montagna ha storicamente un carattere strutturale, non è quindi connessa alle congiunture economiche, politiche e sociali che caratterizzano ogni secolo. Questo aspetto ne costituisce la specificità e la distingue nettamente da altre emigrazioni. “Per comprendere il carattere strutturale dell’emigrazione alpina e quindi di quella valsesiana, occorre considerarne le cause che lo hanno prodotto, cioè lo squilibrio esistente tra una popolazione spesso di elevata densità e la povertà del suolo dovuta alla scarsità delle risorse dell’agricoltura e dell’allevamento del tutto insufficienti a garantire la sussistenza e la riproduzione in loco. Questo divario tra scarsità di terreno produttivo e popolazione costrinse da sempre il valsesiano a cercare lavoro lontano dalla propria patria, e l’emigrazione così, diventa il mezzo che consente di colmare questo divario” . Secondo le tesi di Pier Paolo Viazzo invece le popolazioni alpine non emigravano a causa della miseria o del sovrappopolamento, infatti l’emigrazione tendeva ad essere più frequente tra i membri più agiati della comunità piuttosto che tra i poveri anche perché richiedeva l’impiego di una quantità di denaro non indifferente. L’emigrazione alpina, inizialmente stimolata dalla povertà sia del terreno montuoso che dei suoi abitanti, era una strategia di sopravvivenza imposta dall’ambiente alpino ma divenne ben presto un importante fattore di mobilità nella gerarchia economica e sociale del villaggio. Il giornale “La Valsesia”, in un articolo del 1879, analizza i motivi che già dal XIV secolo hanno originato il fenomeno migratorio e asserisce che “le cause stanno nell’eccedenza della popolazione in confronto alle risorse locali e nell’amor dell’arte, in quanto, essendosi per i lavori del Sacro Monte formatasi in Valsesia una vera e grande scuola d’arte e non trovando tutti i suoi allievi sufficiente lavoro, si ha un flusso migratorio di costoro in altre contrade” .
I redditi guadagnati dagli emigranti in città e in villaggi lontani dalle comunità d’origine, all’interno e all’esterno dei confini dello Stato, si aggiungevano ai prodotti di un’attività agricolo - pastorale perlopiù diretta all’autoconsumo familiare, ma non li sostituivano in quanto erano insufficienti a garantire da soli la sussistenza della famiglia, perché l’esercizio dei vari mestieri degli emigranti non assicurava né livelli di guadagno, né stabilità occupazionale tali da giustificare l’abbandono della base rurale nel villaggio di residenza. Nonostante ciò rappresentava comunque un elemento irrinunciabile per l’economia familiare. Proprio per questo motivo l’emigrazione dalle aree di montagna era prevalentemente stagionale e temporanea, fondata quindi sul ritorno dopo qualche mese o qualche anno di lavoro fuori dal proprio paese d’origine. Quando si parla di emigrazione, quindi, non bisogna pensare a un conseguente spopolamento in quanto, se stagionale, l’emigrazione consente di non impoverirsi demograficamente e quindi non le consegue un esodo ma solo un calo della popolazione presente.
MESI DI ARRIVO DEGLI EMIGRANTI, 1848A differenza di altre parti delle Alpi, dove il motivo che spingeva all’emigrazione era il periodo di forzata inattività invernale dell’attività agricola, in Valsesia l’emigrazione avveniva in estate, cioè nel periodo che necessitava di maggiori lavorazioni agricole. Ciò può sembrare un paradosso, ma in realtà c’è una base razionale: le risorse agricole e pastorali della valle erano così limitate da non rendere necessaria la permanenza in patria di gran parte degli uomini in questa stagione, in quanto le donne bastavano per svolgere le attività campestri. Nel libro “Comunità alpine”, Pier Paolo Viazzo afferma invece che l’emigrazione maschile nel periodo estivo era possibile perché, essendo la Valsesia una zona molto piovosa, non necessitava di opere di irrigazione, attività tra le più pesanti e che richiedono il maggior dispendio di tempo, consentendo quindi un considerevole risparmio di forza lavoro. Probabilmente le motivazioni sopra esposte erano concomitanti, quindi entrambe corrette. La povertà ambientale della valle comunque è un fenomeno di lunga durata che causa quindi un effetto di lungo periodo; con ciò si spiega la tradizione secolare valsesiana all’emigrazione stagionale. L’emigrazione era propria di tutta la valle, ma il fenomeno è sempre stato molto più accentuato nell’alta valle, in quanto le condizioni agricole e climatiche erano peggiori che nel resto della Valsesia, lo sviluppo industriale fu debole e avvenne soprattutto nella bassa valle. Particolarmente accentuata da Varallo in su interessò soprattutto alcune località quali Rima, Alagna, Riva Valdobbia, Mollia, Campertogno, Scopa, Vocca; Valduggia, Rossa, Sabbia, Carcoforo e Varallo; nella bassa valle i paesi più coinvolti dall’emigrazione furono Quarona, Doccio, Cellio, Agnona e Borgosesia.

segue...

IRENE BASSO
 

Evoluzione demografica
e spopolamento della Valsesia,
il caso di Cravagliana

 
Introduzione

1.Lo spopolamento delle Alpi. Cause e conseguenze
1.1 Cause
1.1.1 Altimetria
1.1.2 La pressione demografica
1.1.3 Industrializzazione del settore primario
1.2 Conseguenze
1.3 Valorizzazione delle aree montane

3. Il caso dello spopolamento di Cravagliana
Conclusione
Appendice fotografica
Paesaggi della Valsesia
Conseguenze dello spopolamento
L'abbandono
Cravagliana
Libri parrocchiali
Appendice statistica
Popolazione presente nei comuni della Valsesia
Tavola 1: Differenza di popolazione tra il 1838 e il 2004
Tavola 2: Ordine di spopolamento dei comuni tra il 1838 e il 1881
Tavola 3: Ordine di spopolamento dei comuni tra il 1881 e il 1901
Tavola 4: Ordine di spopolamento dei comuni tra il 1901 e il 1911
Tavola 5: Ordine di spopolamento dei comuni tra il 1911 e il 1921
Tavola 6: Ordine di spopolamento dei comuni tra il 1921 e il 1951
Tavola 7: Ordine di spopolamento dei comuni tra il 1951 e il 1971
Tavola 8: Ordine di spopolamento dei comuni tra il 1971 e il 1981
Tavola 9: Ordine di spopolamento dei comuni tra il 1981 e il 1991
Tavola 10: Ordine di spopolamento dei comuni tra il 1991 e il 2001
Tavola 11: Ordine di spopolamento dei comuni tra il 2001 e il 2004
Bibliografia