CRAVAGLIANA
CRAVAGLIANA
le doux nid CRAVAGLIANA CRAVAGLIANA CRAVAGLIANA


2. EVOLUZIONE DEMOGRAFICA E SPOPOLAMENTO DELLA VALSESIA (pagina 2)

Già nella seconda metà del 1500 nascevano le categorie di mestiere, cioè specializzazioni artigianali e commerciali. Queste segmentazioni di tipo corporativo erano talmente significative che valevano come criteri di identificazione di gruppi di persone migranti, nel senso che ogni gruppo, in base al lavoro svolto, poteva essere associato a distinte aree geografiche o addirittura a singole vallate o comunità. Gli abitanti di ogni valle o paese, per consuetudine radicata nei secoli, si applicavano a determinati mestieri, sempre gli stessi, tramandati di padre in figlio. Ogni comunità della Valsesia era quindi caratterizzata da uno specifico mestiere: osti, brentatori e calzolai in Val Mastallone, stagnini nella zona di Cellio e Valduggia, stuccatori, muratori e piccapietre in Val Grande e Val Semenza e falegnami, secchionari e calzolai dominavano soprattutto nella bassa valle.
STUCCATORI ALAGNESI

LAVORATORI VALSESIANI
In base al mestiere praticato l’emigrante si dirigeva in una determinata area geografica; ad esempio, la Francia e la Svizzera erano le mete preferite per i lavoratori edili, il Piemonte e la Lombardia per osti, secchionari, calzolai, stagnini, tessitori e falegnami; la Spagna per albergatori e camerieri, Germania e Alsazia per i peltrai, Milano per i calzolai e la Lomellina e il Novarese per i tessitori. Altri mestieri praticati e molto richiesti all’estero erano quelli di gessatori, decoratori, intagliatori, scultori, pittori, cuochi, caffettieri, ebanisti, muratori, terrazzieri, fumisti e bottai.
PROFESSIONI ESERCITATE DAGLI EMIGRANTI VALSESIANI
Tra ‘800 e ‘900 si ebbe un cambiamento nella pratica dell’emigrazione stagionale: mentre prima il mestiere veniva imparato in patria e poi svolto nelle zone di emigrazione, col nuovo secolo il lavoro viene appreso direttamente sul luogo di emigrazione, a seconda delle richieste di mercato; a ciò consegue che ai giovani apprendisti venivano sempre meno insegnati i mestieri tipici della loro zona d’origine e sempre più quelli richiesti dalla domanda di lavoro. In base, infatti, alle congiunture economiche e alle richieste del mercato del lavoro, nel corso dei secoli cambiò la proporzione con cui venivano praticati i vari mestieri: nel 1600, ad esempio, gli occupati nel settore edilizio nell’alta valle erano molto inferiori rispetto a quelli del 1800, ciò è significativo in quanto, ad ogni mutamento del settore professionale fa riscontro un cambiamento nella destinazione e nella quantità degli emigranti.
Essi avevano la tendenza a muoversi in gruppi provenienti dalla stessa località; quindi i flussi migratori si sviluppavano attraverso canali di mediazione parentale o di compaesani e anche grazie a imprenditori valsesiani e maestri di bottega che aggregavano lavoratori del proprio paese o delle zone limitrofe. Gli emigranti si innestavano sulla traiettoria tradizionale dei percorsi di mestiere intrapresi da parenti o conoscenti già all’estero; essi fornivano indicazioni sulle condizioni favorevoli o meno all’emigrazione e sulla condizione del mercato del lavoro. L’importanza di avere collegamenti sicuri o punti di riferimento si evidenziava non solo nel momento in cui l’emigrante lascia il proprio paese ma anche quando, durante il periodo di permanenza all’estero, l’estrema variabilità del mercato del lavoro rendeva indispensabile un’elevata mobilità dei lavoratori. L’esigenza di spostamenti continui fra zone anche lontane fra loro poggiava proprio sui legami parentali o valligiani, creando un reticolo informale di collocamento che garantiva la permanenza dei valsesiani all’estero anche in momenti difficili.
Con le rimesse gli emigranti solitamente acquistavano la casa o rimodernavano quella dei genitori oppure compravano dei terreni; ciò indica che l’emigrazione non era permanente e che il sogno era quello di ristabilirsi definitivamente nel paese natale. Nei primi anni del ‘900 diventa molto comune anche un altro tipo di investimento: l’acquisto di azioni della Edison. Il concetto di emigrazione in Valsesia non era quindi connessa all’idea di fare fortuna ma al massimo alla speranza di migliorare la propria vita, sentimento mosso da un’esigenza di sopravvivenza. Non tutti gli emigranti però riuscivano in questo; molti sono infatti anche i casi di un mancato miglioramento economico dovuti a cause soggettive o a modificazioni del mercato del lavoro, alle ripercussioni dei movimenti xenofobi e delle guerre.
Ad emigrare erano soprattutto uomini e bambini; la donna valsesiana raramente emigra, fatte salve le eccezioni delle serventi nel milanese. Il fenomeno migratorio femminile era composto da moglie e sorelle degli emigranti; ciò sembra diventare significativo soprattutto a partire dal primo dopoguerra, quando cioè l’emigrazione tende a farsi permanente e l’esercizio del mestiere meno vincolato dall’andamento incerto del mercato del lavoro. Per quanto riguarda l’emigrazione di giovani donne al fianco dei fratelli, va sottolineato che, quasi mai questo significava lavoro extradomestico per la ragazza che invece aveva il compito di accudire la casa, cucinare, garantire la cura degli abiti dei fratelli e di altri emigranti del paese che non avevano in loco familiari. Si trattava comunque di esperienze che, anche se protratte per più anni, presentavano una condizione di precarietà, come se la donna si trovasse eccezionalmente in quel luogo. Durante il periodo invernale di permanenza in paese l’emigrante non svolgeva attività lavorative, salvo quelle di aiuto alla famiglia nelle operazioni agricole più faticose come lo spostamento del fieno, e non cercava un lavoro; non erano quindi di nessun aiuto al tessuto economico e sociale della famiglia e della comunità. Agli emigranti non piaceva molto stare in patria, in quanto andare all’estero costava molti sacrifici ma pagava di più in termini economici e soprattutto dal punto di vista della realizzazione di sé stessi, del proprio prestigio personale e diveniva positivo anche nella strategia matrimoniale. Sintomatico è il fatto che le ragazze preferivano sposare i giovani che emigravano. Si creò così un giudizio comunitario negativo verso coloro che non emigravano: rimanevano a casa quei ragazzi che non sapevano difendersi, quelli che non avevano appreso un mestiere o gli anziani. La realtà di chi stava a casa rappresenta una sorta di rovescio della medaglia e quindi un aspetto fondamentale della storia sociale e culturale della Valsesia. Un’espressione valsesiana cita “i bravi valsesiani, tre settimane con la moglie e poi via”, ciò da un lato esprime la realtà consolidata di emigrazione stagionale ma consente anche di cogliere nella reale sostanza la vita delle donne: lavoro agro-pastorale fin dall’infanzia, poi il matrimonio con un giovane del posto che torna per sposarsi o emigra subito dopo le nozze e pochi giorni all’anno con il marito, che perlopiù significava gravidanza. Accadeva anche che alcuni mariti non tornassero poiché formavano una nuova famiglia nella località ove erano emigrati, alcuni non conoscevano nemmeno il figlio concepito in Italia. La donna, rimanendo a casa durante il periodo di assenza del marito aveva un ruolo centrale in quanto doveva svolgere tutti i lavori agricolo - pastorali necessari alla sopravvivenza della famiglia. Alle donne competevano in primo luogo la cura dei figli, i lavori domestici, la mungitura e lavorazione del latte per i bisogni familiari, e di notte la filatura di lana e canapa. L’agricoltura era “specialmente lasciata alle donne” , anche per le pratiche più disagevoli: pascolare le greggi sulla montagna, lavorare la terra, mietere, segare la legna e trasportare i raccolti sulle loro spalle. Alla condizione di vita della valle è legata anche la condizione dei bambini, cioè un’infanzia breve e il lavoro che inizia prestissimo: andare per servo agli alpeggi durante l’estate era un fatto normale e molto spesso ciò includeva la cura di bambini più piccoli. Il ruolo dei bambini nell’economia e nell’organizzazione della vita familiare assumeva quindi, fin dalla tenera età, i caratteri di pieno coinvolgimento.
Essendo l’emigrazione così radicata nei secoli, non veniva vista come un atto di rottura, un atto traumatico ma faceva parte di un modo di vita, lo strutturava e lo influenzava; diventava l’orizzonte sociale e culturale della vita di molti individui, famiglie e gruppi di mestiere; creando così una cultura dell’emigrazione. La percezione dell’emigrazione da parte delle varie comunità valsesiane era quindi di totale normalità. La partenza per l’estero, l’assenza per periodi più o meno lunghi veniva vissuta come un fatto assolutamente scontato; quasi una sorta di conseguenza dell’ordine naturale delle cose.
Erroneamente si fa risalire l’origine dell’emigrazione in Valsesia al XIX e XX secolo perché proprio in quel periodo il fenomeno migratorio conobbe un fortissimo aumento, iniziò a diventare permanente e a lasciare, quindi, tracce visibili dando la percezione che iniziasse in quei secoli. L’emigrazione ha invece radici molto antiche: “già nel 1200 si hanno infatti testimonianze di un flusso migratorio valsesiano nelle terre limitrofe” ; nel 1300 e 1400 ciò aumenta sempre più e si sviluppa in zone sempre più lontane come Milano, Torino, Genova, Svizzera e Francia. “Verso la fine del XV secolo l’emigrazione aveva raggiunto un livello altissimo, probabilmente non inferiore a quello dell’800” . A emigrare in questi secoli non erano solo le famiglie umili e disagiate che cercavano lavoro in altri paesi ma anche le casate più distinte che, per emergere e acquisire maggior prestigio, dovevano uscire dagli angusti confini delle loro terre. Tra il 1570 e il 1590 vi fu un periodo di magra dell’emigrazione valsesiana probabilmente a causa delle misure prese dai vescovi di Novara per porre un freno all’emigrazione verso le zone infette di eresia cioè le Regioni toccate dalla Riforma, le roccaforti del protestantesimo svizzero. Già a partire dal 1572 l’emigrazione verso questi paesi venne fortemente scoraggiata con decreti che limitavano e regolavano i viaggi in quelle zone: gli emigranti dovevano ottenere licenza dal vescovo in persona, ma tale licenza non si poteva concedere ai minori di venticinque anni e chi si assentava per lungo periodo era tenuto a ritornare una volta all’anno per confessarsi e comunicarsi o inviare prova scritta di avere già ricevuto quei sacramenti. L’ultimo decennio del ‘500 invece ha conosciuto un’improvvisa crescita dell’emigrazione stagionale, in corrispondenza del cambiamento climatico di quegli anni, denominato piccola era glaciale, che ebbe effetti devastanti sulla produzione agricola. Ciò è testimoniato dall’alta concentrazione stagionale delle nascite in autunno. Per valutare l’ammontare della popolazione in Valsesia prima della peste possiamo valerci delle visite del Bascapè (1593), del Taverna (1616) e di Giovanni Pietro Volpi (1628) che indicano la presenza di 30.000 abitanti negli ultimi anni del 1500 e 32.000 nel 1616 e una tendenza alla crescita nel 1628. Molto probabilmente la popolazione della Val Sermenza è stata fortemente sottostimata da questi tre studiosi, per cui la popolazione della Valsesia doveva realmente ammontare a 31.000 abitanti negli ultimi anni del ‘500 e a 33.000 abitanti nel 1616.



segue...

IRENE BASSO
 

Evoluzione demografica
e spopolamento della Valsesia,
il caso di Cravagliana

 
Introduzione

1.Lo spopolamento delle Alpi. Cause e conseguenze
1.1 Cause
1.1.1 Altimetria
1.1.2 La pressione demografica
1.1.3 Industrializzazione del settore primario
1.2 Conseguenze
1.3 Valorizzazione delle aree montane

3. Il caso dello spopolamento di Cravagliana
Conclusione
Appendice fotografica
Paesaggi della Valsesia
Conseguenze dello spopolamento
L'abbandono
Cravagliana
Libri parrocchiali
Appendice statistica
Popolazione presente nei comuni della Valsesia
Tavola 1: Differenza di popolazione tra il 1838 e il 2004
Tavola 2: Ordine di spopolamento dei comuni tra il 1838 e il 1881
Tavola 3: Ordine di spopolamento dei comuni tra il 1881 e il 1901
Tavola 4: Ordine di spopolamento dei comuni tra il 1901 e il 1911
Tavola 5: Ordine di spopolamento dei comuni tra il 1911 e il 1921
Tavola 6: Ordine di spopolamento dei comuni tra il 1921 e il 1951
Tavola 7: Ordine di spopolamento dei comuni tra il 1951 e il 1971
Tavola 8: Ordine di spopolamento dei comuni tra il 1971 e il 1981
Tavola 9: Ordine di spopolamento dei comuni tra il 1981 e il 1991
Tavola 10: Ordine di spopolamento dei comuni tra il 1991 e il 2001
Tavola 11: Ordine di spopolamento dei comuni tra il 2001 e il 2004
Bibliografia