CRAVAGLIANA
CRAVAGLIANA
le doux nid CRAVAGLIANA CRAVAGLIANA CRAVAGLIANA


3. IL CASO DELLO SPOPOLAMENTO DI CRAVAGLIANA

Per meglio comprendere la gravità dello spopolamento della Valsesia, in questo capitolo ho analizzato l’andamento demografico di uno dei comuni che ha subito il maggior calo di popolazione della valle: Cravagliana.
Dal nome del torrente Mastallone prende il nome la valle minore si cui si trova Cravagliana: “Un villaggio chiuso in mezzo alle alte e brulle montagne: non ha cielo ridente, non sole che spazii su largo orizzonte, non campagne fiorite e verdeggianti, il torrente stesso vi scorre calmo e silenzioso.” Questo è il comune più grosso della Val Mastallone, di cui occupa la parte centrale; si estende su 35 chilometri quadrati ed è composto da 25 frazioni che si inerpicano sulle montagne.
CARTINA DI CRAVAGLIANA
“La Val Mastallone è la valle più povera della Valsesia: lo è sempre stata, lo è tuttora; la valle degli emigranti, cuore dell’emigrazione valsesiana.” Questo aspetto era emerso anche dall’analisi della tabella 5 nel capitolo precedente: dal 1838 al 2004 i cinque comuni della Val Mastallone sono sempre inseriti tra i dieci comuni che si sono maggiormente spopolati. Così come la sua valle, “Cravagliana è terra di emigrazione, di sofferto lavoro all’estero e di felici ritorni.” Questo perché l’asperità e la povertà del terreno non permisero profitti e l’economia rurale riguardava perlopiù un’agricoltura di sopravvivenza; a ciò si doveva aggiungere inoltre l’istintivo desiderio dell’uomo di migliorare le proprie condizioni di vita e soddisfare le sue necessità; esigenze che provocarono il secolare fenomeno dell’emigrazione.
Alle sue origini la popolazione di Cravagliana era dedita alla pastorizia; col passare del tempo si svilupparono anche altri mestieri più redditizi che, venendo tramandati di padre in figlio e ignorando le esigenze del mercato, creavano esuberi di artigiani nella propria comunità, costringendo molti ad emigrare. Nel censimento del 1858 sono elencati i mestieri svolti dalla popolazione di Cravagliana: si nota che il lavoro più praticato era quello agricolo, svolto principalmente dalle donne, seguito poi da quello di tessitori, muratori, calzolai e bottai. Da questo documento emerge anche un altro aspetto della vita di allora: la stagionalità dell’emigrazione per ragioni di lavoro. La maggior parte dei censiti attivi svolgeva il suo mestiere in un altro paese dello Stato e solo i muratori andavano anche all’estero. L’emigrazione era prettamente estiva: bottai, calzolai, falegnami, lattonieri, ottonai, muratori, gessatori, stagnari, fabbri e confettieri emigravano da marzo a gennaio; ferrai, pellettieri e tessitori tra febbraio e ottobre; ambulanti e minatori da ottobre a maggio. Nel 1800 quindi l’agricoltura, la zootecnia, l’artigianato a livello familiare, piccoli scambi commerciali e lavori terziari erano le attività del tempo che, pur non essendo particolarmente redditizie, permettevano di vivere decorosamente e con un modesto divario rispetto alla gente delle grandi città e dei centri di pianura. In seguito questo dislivello diventerà enorme e si avranno le prime avvisaglie della crisi: l’agricoltura comincia il suo declino, il lavoro in fabbrica e i vari mestieri artigianali sono decisamente più remunerativi rispetto a quello dell’agricoltore o del pastore e inizia così il periodo degli esodi presso i centri ove sorsero le prime industrie. Gli emigranti andavano di preferenza in Valle d’Aosta, in Val d’Ossola, nel Varesotto, nel Monferrato, nella Lomellina, nel Milanese, nel Torinese e nel Vercellese. “Naturalmente l’emigrante faceva a piedi questo lungo e faticoso viaggio; non lo faceva mai da solo ma in gruppo per incoraggiarsi e prestarsi aiuto ed assistenza in caso di malori e disgrazie. Bisognava comunque avere una grande resistenza ed il piede montanaro ben abituato ai sentieri selciati o polverosi, ai pendii rocciosi, ai passaggi sui ghiacciai quando occorresse. Bisognava affrontare l’aria pungente delle grandi altitudini, camminare sotto il sole, la pioggia o la neve; affrontare le intemperie possibili, i temporali ed il pericolo delle valanghe. […] Erano pesantemente carichi: bagagli personali, viveri, strumenti di lavoro […]. Era un viaggio di parecchi giorni, minimo una settimana, a tappe, con dei rifugi assicurati e tradizionali.”
RIFUGIO SOTTILE

RIFUGIO SOTTILE
Uno dei percorsi più frequentati per raggiungere la Francia e la Svizzera era l’attraversamento del passo del Colle di Valdobbia (2479m.slm) estremamente faticoso e pericoloso per le aspre condizioni climatiche al punto che “il canonico Nicolao Sottile, commosso a tanta sciagura, ideò di costruire su quelle balze un adatto ricovero” aperto tutto l’anno a partire dal 1833. Più tardi, dopo l’unità d’Italia, la trasformazione delle mulattiere e degli impervi sentieri in strade carrozzabili (1870) e l’allacciamento di Varallo alla rete ferroviaria (1886), si resero più facili i collegamenti con il resto del mondo (prima accessibili esclusivamente attraverso lunghe e pericolose camminate) e si assiste quindi ad un aumento dell’emigrazione stagionale e soprattutto dell’emigrazione all’estero. Nonostante il forte aumento del fenomeno migratorio, gli anni che vanno dalla metà dell’800 ai primi del ‘900 furono un’epoca palpitante di vita: la popolazione era in crescita, ogni frazione annoverava centinaia di abitanti, di capi di bestiame e stalle, i prati erbosi erano curati, i campi coltivati e altamente sfruttati ed era addirittura coltivata la vite nei luoghi più soleggiati. Vennero costruite la ferrovia, strade, ponti, scuole in molte frazioni, si portò l’acqua potabile in tutti gli abitati, si istituì uno studio medico, una farmacia e nacquero molti teatri utilizzati anche come sale da ballo. Erano attive le miniere di ferro, nichel, magnetite, zolfo e cobalto; erano presenti una fucina, 5 mulini e 2 torchi per l’olio di noce; nel 1911 si contavano 7 imprese e 12 gruppi di lavoratori che trasformavano i prodotti derivanti da agricoltura, caccia e pesca, 2 industrie per la lavorazione dei metalli e nel 1915 sorse una segheria idraulica.
MONUMENTO AI  CADUTI DI CRAVAGLIANA
Per la prima guerra mondiale partirono da Cravagliana 300 soldati. Sull’obelisco sorto in memoria dei caduti in centro al paese, sono stati scritti i 32 nomi dei caduti (molti per una comunità così piccola) e successivamente furono aggiunti gli 11 nomi dei caduti nella seconda guerra mondiale. Dopo la grande guerra Cravagliana era assillata da problemi di approvvigionamento: economia alla sfascio, mancanza di lavoro, i viveri scarseggiavano, la popolazione era fortemente provata dalle gravi necessità create dalla guerra e il comune era in ristrettezze economiche dovute al forte indebitamento per la manutenzione straordinaria della strada consortile della Val Mastallone. La situazione era disastrosa: povertà e miseria imperversavano sul comune, tant’è che l’emigrazione stagionale declinò rapidamente a favore di quella permanente che diventava così una scappatoia da quel mondo. L’emigrante non tornò più in patria e chiamò a sé tutta la famiglia: iniziò così il doloroso fenomeno dello spopolamento montano. Dalla fine della prima guerra mondiale l’emorragia non ebbe soste. L’arrivo dell’energia elettrica (1928), la costruzione di acquedotti, il servizio di diligenze a cavallo, l’organizzazione delle poste, l’istituzione delle scuole e il sorgere dei primi servizi di interesse sociale non furono sufficienti a trattenere i montanari nelle loro valli. La situazione delle frazioni era peggiore; basti pensare che nel 1936 la popolazione del comune di Cravagliana era di 965 abitanti di cui 113 erano residenti in Cravagliana centro, 81 nella frazione di Meula, 68 a Ferrera, 45 a Brugaro e 84 a Brugarolo, più innumerevoli persone abitanti in case sparse. La fine del secondo conflitto mondiale fu accolta con gioia, tant’è che l’8 maggio 1945 Ermenegilda Debernardi, maestra di Cravagliana, annotava sul registro scolastico: ” In occasione della fine della guerra facciamo 2 giorni di vacanza” ; per la valle però la ricostruzione coincise con la fine di quel modo di vita pastorale e agreste tanto radicato che pian piano scomparì spopolando il territorio. Già negli anni Cinquanta si notano i primi effetti dello spopolamento: le frazioni del comune avevano ormai un numero ridotto di abitanti, le nuove famiglie che si andavano formando, tranne in casi veramente eccezionali, andavano a sistemarsi a Varallo o Borgosesia (maggiori centri della Valsesia), o anche più al piano. La popolazione era prevalentemente formata da anziani; i giovani tornavano per le vacanze estive, per ferie o per brevi fine settimana. La mancanza di gioventù si ripercosse sulla popolazione scolastica: nel 1965 la scuola di Cravagliana centro chiuse perché era rimasta una sola scolara e le scuole di Ferrera e Brugaro avevano anch’essi un numero di iscritti appena sufficienti a mantenere in vita le scuole. Intorno agli anni ‘90 vennero tutte riunite in una, quella di Cravagliana centro.
Oggi la situazione è ancora piuttosto critica: c’è una scuola, ma solo l’elementare; in tutto il comune gli unici esercizi commerciali sono 2 piccoli negozi alimentari; l’unico polo industriale della Val Mastallone, sorto nel 1974, ha da pochi anni chiuso definitivamente; l’autobus per la città passa due volte al giorno, una alla mattina e una alla sera, il medico è presente nell’ambulatorio per un ora a settimana, ed esclusi bar e ristoranti non ci sono servizi ricreativi. Le pro loco organizzano rare iniziative che non riescono però a soddisfare le esigenze di tutte le età. Per ogni bisogno necessita recarsi in città (farmacia, cure ospedaliere, supermercato, negozi, veterinario, banca, cinema, teatro…) che dista solo 10 chilometri, distanza però insormontabile per una popolazione prevalentemente anziana e per chi non possiede la macchina. Vivere a Cravagliana in queste condizioni non è certo facile, ciò incentiva un ulteriore spopolamento che comporta una maggiore rarefazione dei servizi e delle attività e peggiora ancora di più la vivibilità della zona. In molte frazioni ormai la situazione è grave: Dietrosella è scomparsa addirittura dalle carte geografiche; a Canera, Gula, Ordrovago, Roncaccio, Sassello superiore e Sottonoci gli abitanti si contano sulle dita di una mano; Brugaro, Molino - Bellaria, Valbella superiore e inferiore non stanno meglio; Colla, Sassello inferiore e Selva non hanno più alcun abitante.
FRAZIONE VALBELLA IN INVERNO

RUDERE IN FRAZIONE SASSELLO INFERIORE
Tutto ciò cambia radicalmente nella stagione estiva dove le frazioni si ripopolano per un breve periodo, ad eccezione però di quelle dove ormai rimangono solo i ruderi di vecchie abitazioni. In questi ultimi anni, perlopiù in concomitanza con la creazione di strade carrozzabili al posto delle vecchie mulattiere che portano alle frazioni, c’è stato un aumento delle case che vengono riutilizzate come seconda abitazione. Questa forma di utilizzo, oltre al puro e semplice recupero degli immobili, ha contribuito al miglior aspetto di paesi e a una maggior cura del territorio, con prati falciati, piante e arbusti diradati, sentieri nuovamente calpestati e orti coltivati. Nella frazione che maggiormente conosco, Brugaro, ho notato da 5 anni a questa parte che tutte le case sono state acquistate e molte sono state salvate dall’inevitabile crollo, a differenza di qualche anno fa quando la maggior parte delle abitazioni erano abbandonate. Molte case sono usate per un scopo turistico, soprattutto per la stagione estiva e per i fine settimana. Fatto interessante è che per la prima volta dopo molti anni l’esigua popolazione di Brugaro è cresciuta: si è insediata una giovane famiglia (che ha fatto anche festeggiare la nascita di un bimbo dopo trent’anni di crescita zero) e ha acquistato casa, per scopo abitazione, un cittadino milanese che, stanco delle metropoli, ha deciso di vivere in un calmo villaggio. Molti sono anche i pensionati italiani e stranieri che trascorrono molti mesi all’anno in questa frazione. Questo, ben lungi dal rappresentare un vero e proprio ripopolamento, può essere un segnale di ripresa di vita nelle frazioni e nei paesi e forse, indagando nelle motivazioni di questo riutilizzo si potrebbero individuare degli aspetti su cui far leva per riportare una maggior fruizione degli abitati.
FRAZIONE DI BRUGARO


segue...

IRENE BASSO
 

Evoluzione demografica
e spopolamento della Valsesia,
il caso di Cravagliana

 
Introduzione

1.Lo spopolamento delle Alpi. Cause e conseguenze
1.1 Cause
1.1.1 Altimetria
1.1.2 La pressione demografica
1.1.3 Industrializzazione del settore primario
1.2 Conseguenze
1.3 Valorizzazione delle aree montane
2. Evoluzione demografica e spopolamento della Valsesia
Conclusione
Appendice fotografica
Paesaggi della Valsesia
Conseguenze dello spopolamento
L'abbandono
Cravagliana
Libri parrocchiali
Appendice statistica
Popolazione presente nei comuni della Valsesia
Tavola 1: Differenza di popolazione tra il 1838 e il 2004
Tavola 2: Ordine di spopolamento dei comuni tra il 1838 e il 1881
Tavola 3: Ordine di spopolamento dei comuni tra il 1881 e il 1901
Tavola 4: Ordine di spopolamento dei comuni tra il 1901 e il 1911
Tavola 5: Ordine di spopolamento dei comuni tra il 1911 e il 1921
Tavola 6: Ordine di spopolamento dei comuni tra il 1921 e il 1951
Tavola 7: Ordine di spopolamento dei comuni tra il 1951 e il 1971
Tavola 8: Ordine di spopolamento dei comuni tra il 1971 e il 1981
Tavola 9: Ordine di spopolamento dei comuni tra il 1981 e il 1991
Tavola 10: Ordine di spopolamento dei comuni tra il 1991 e il 2001
Tavola 11: Ordine di spopolamento dei comuni tra il 2001 e il 2004
Bibliografia