

CONCLUSIONE
Lo spopolamento montano è un fenomeno grave, che interessa
tutto il mondo e persiste tuttora. Le montagne hanno iniziato a popolarsi
durante il Medioevo, la loro popolazione è costantemente cresciuta
fino al 1900, ad eccezione del XVII secolo che ha segnato un calo demografico
a causa della peste. Dal Novecento e, soprattutto dopo la prima guerra mondiale,
inizia lo spopolamento: molte sono infatti le famiglie che scelgono un altro
luogo per vivere abbandonando per sempre l’ambiente montano. Tra le
cause che hanno generato questo fenomeno si annoverano la conformazione pedologica
e il clima che rendono difficile la coltivazione e quindi un aumento di produzione
in caso di incremento di popolazione, la conseguente povertà dei montanari,
la meccanizzazione e la creazione delle industrie che hanno reso non più
economiche tutte le produzioni locali, la necessità dell’uomo
di voler raggiungere migliori posizioni sociali ed economiche e desiderare
migliori stili di vita.
Essendo una valle prettamente montana, anche la Valsesia è stata fortemente
“decimata” dallo spopolamento montano. Fin da secoli antichissimi
la sua popolazione era incline a una forte emigrazione stagionale, prevalentemente
estiva e praticata quasi esclusivamente da uomini che portavano altrove le
loro capacità artigianali. Le donne e gli anziani rimanevano nel proprio
villaggio, portavano avanti l’economia agro-pastorale della zona e si
occupavano della sussistenza della famiglia. Man mano iniziò a svilupparsi
anche un’emigrazione permanente che diventò quantitativamente
importante solo dopo la fine della prima guerra mondiale. Da questo momento
in poi le montagne perdono gran parte della loro popolazione e inizia così
il drastico calo demografico che comporta lo spopolamento. Le partenze degli
emigranti diventano definitive e l’emigrazione, da fenomeno esclusivamente
maschile, si allarga a tutta la popolazione: intere famiglie emigrano, molte
sono le mogli che raggiungono i mariti già stabilitisi altrove e anche
le donne iniziano ad allontanarsi dalla propria valle. La condizione della
valli montane quindi peggiora: l’agricoltura viene praticata dai pochi
rimasti e aumentano così i campi incolti, i sentieri vengono coperti
da una vegetazione non più controllata dall’uomo, aumenta il
rischio idro-geologico perché non vengono più usate e manutenzionate
le opere atte all’agricoltura e alla regimazione delle acque, i servizi
pubblici e privati si rarefanno fino a scomparire. Tutto ciò certo
non incentiva a rimanere nelle proprie terre e alimenta ulteriormente il fenomeno
migratorio. Nel periodo che ho analizzato, cioè dal 1838 al 2004, la
Valsesia ha subito un continuo calo di popolazione; molto elevato nelle zone
prettamente montane e più lieve nella bassa valle, in cui alcuni comuni
presentano addirittura un saldo demografico positivo. I maggiori picchi di
spopolamento si sono registrati tra il 1921 e il 1951 e tra il 1981 e il 1991;
nell’ultimo decennio lo spopolamento è un fenomeno ancora in
atto ma è evidente che la sua intensità è minore rispetto
al passato.
Nell’ultimo capitolo del mio elaborato ho analizzato lo spopolamento
subito da Cravagliana, comune della Val Mastallone, una valle minore della
Valsesia, che nel periodo esaminato precedentemente figura come uno dei dieci
comuni che si sono maggiormente spopolati. Anch’esso fu caratterizzato
da una forte emigrazione stagionale che venne però soppiantata da quella
permanente dopo la fine della prima guerra mondiale. Il fenomeno dello spopolamento
non fu frenato nemmeno dall’introduzione di elementi di modernità
nella valle come l’energia elettrica, strade carrozzabili, poi asfaltate,
e i servizi necessari alla vita. Dal 1600 ai primi anni del 1900 la popolazione
si è costantemente accresciuta. Un primo lieve decremento fu nel 1911,
data importante da ricordare in quanto, da questo momento in poi, la popolazione
continuerà il suo tracollo segnando così l’inizio dello
spopolamento di Cravagliana. Il più grande picco si ebbe tra il 1921
e il 1931 e successivamente tra il 1951 e il 1971. Molto significativo è
che nel 1901, anno di maggior popolamento del comune, la popolazione ammontava
a 1902 persone mentre nel 2004 a 273: in un secolo quindi Cravagliana ha perso
ben 1629 abitanti con un tasso di spopolamento dell’86%. Solo recentemente
ho notato, in una frazione, un’inversione di tendenza: alcune famiglie
vi si sono trasferite definitivamente, cosa che non succedeva da almeno trent’anni.
La situazione odierna delle montagne è quindi grave e bisognerebbe
fare qualcosa per valorizzare il loro territorio e renderlo nuovamente attrattivo
anziché repulsivo per le persone. Già dagli anni Venti inizia
l’interesse e la preoccupazione verso questo fenomeno e viene sviluppata
la prima inchiesta sullo spopolamento montano. Molte sono le organizzazioni
che hanno promosso progetti per la tutela della montagna: chi a favore del
suo ambiente naturale, chi spinto da logiche economiche o politiche ma necessita
soprattutto di un’azione corale, mirata a favorire lo sviluppo e la
tutela dell’ambiente e dei suoi abitanti. Non è facile capire
di che cosa ha bisogno l’ambiente montano per poter sopravvivere ma
qualcosa di concreto dev’essere fatto. Secondo me, oltre ai grandi progetti
a livello comunitario o internazionale, servono soprattutto piccole iniziative,
magari intraprese in accordo con la popolazione residente, qualcosa che agli
abitanti serva davvero e che migliori o faciliti la vita quotidiana. Le amministrazioni
comunali, che conoscono le esigenze della popolazione, potrebbero individuare
e intraprendere le giuste soluzioni.
In un articolo del Corriere della Sera del 1928 vengono evidenziati i rimedi
contro lo spopolamento: “Bisognerebbe avere il coraggio di un provvedimento
radicale: esentare da imposte e tasse di qualsiasi specie l’agricoltura
di montagna sopra i mille metri […]. Migliorare i mezzi di comunicazione
[…]. Rimboschire e risistemare l’industria del forestiero e la
propaganda per essa; incoraggiare ed estendere le piccole industrie montanare
dell’apicoltura, della coltivazione e raccolta di piante aromatiche
medicinali e di funghi; migliorare il patrimonio zootecnico con la selezione
e le razionali cure; diffondere la cooperazione, accrescere l’istruzione
[…]” ; ciò è esattamente quello che viene proposto
oggi per salvare la montagna dal suo spopolamento. Ma una domanda sorge spontanea:
potrebbe non essere questa la cura giusta visto che dagli anni Trenta ad oggi
la situazione è rimasta invariata? È un fatto positivo che il
problema dello spopolamento montano abbia da sempre destato interesse e preoccupazione
ma è grave che non si sia ancora trovato un modo per risolverlo. Ciò
serve e in fretta altrimenti le montagne rimarranno solo degli splendidi paesaggi
vuoti.