CRAVAGLIANA
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BOSSI: la Val Bossa in territorio di Varese

Dopo l'acquisto effettuato da Agostino D'Adda, il senatore e giureconsulto Egidio BOSSI ricevette la vendita dei luoghi di Bodio, Brunello, Buguggiate, Crosio della Valle, Daverio, Galliate e Gazzada, il 3 ottobre 1538, secondo i modi e le formalità fissati nello strumento già redatto dal notaio Pessina.
Gli uomini o meglio la maggior parte degli abitanti dei detti luoghi prestarono giuramento di fedeltà nelle mani del "Magnifico Sig. Egidio BOSSI".
Questi, in qualità di Dominus delle terre succitate con relative cascine e loro territorio, insieme con la giurisdizione e l'impero mero e mixto, che era solito esercitare il pretore di Varese, con la quale città erano unite, prima dell'acquisizione, confidando nella saggezza e nell'onestà del nobile Ambrogio BOSSI, lo deputò come pretore dei medesimi luoghi, concedendogli l'autorità di esercitare il potere mero e mixto, cioè la giustizia alta e bassa.
In base a questa concessione, nessun suddito delle zone sopra indicate poteva essere tratto in giudizio fuori dai suoi confini.
I rappresentanti la maggior parte delle dette località prestarono promessa di fedeltà, anche a nome degli assenti, con la speranza di avere un trattamento migliore di quello ricevuto dal pretore di Varese, con la speranza che il senatore Egidio BOSSI potesse ottenere se non la liberazione, almeno l'attenuazione degli oneri straordinari, come dal pagamento del salario al podestà di Varese; e con l'augurio che lo stesso BOSSI non introducesse innovazioni nella riscossione del censo del sale, secondo le formalità pattuite nello strumento d'acquisto, impegnandosi a far rispettare tale volontà anche ai suoi successori.
Si radunarono tutti davanti al notaio nella piazza della chiesa di S. Maria costruita in Daverio e con loro il suddetto Ambrogio BOSSI, pretore, che poté essere insediato nella carica, offrendosi di sbrigare le faccende di sua competenza, nonché prestare il dovuto giuramento, come richiesto in simili circostanze.
Il giuramento fu reso, dopo il suono della campana della chiesa di Daverio, presso l'altare maggiore della stessa, esattamente sul Messale aperto dal notaio. Il pretore giurò nelle mani del notaio che avrebbe esercitato onestamente e legalmente il suo ufficio, che non avrebbe commesso nessun dolo, né frodo, ma avrebbe reso giustizia secondo gli statuti e gli ordini e sarebbe stato favorevole alle vedove, agli orfani, ai fanciulli ed ai poveri.
Ambrogio BOSSI prese dimora in Daverio e scelse quindi Francesco BOSSI come suo notaio affinché lo affiancasse nelle cause sia civili che penali, da trattarsi in sua presenza. Invitò poi gli abitanti a comparire davanti a lui, presso casa sua, in un determinato giorno della settimana, all'ora dei vesperi o circa, perché lo stesso Ambrogio BOSSI amministrasse giustizia secondo i patti stabiliti, in modo che nessuno potesse giustificare l'ignoranza.
E ciò fece nella pubblica piazza, vicino alla chiesa di S. Maria, alla presenza di Bernardino BOSSI fu Francesco e di Francesco Giovanni BOSSI fu Stefano. Testimoni furono Nicola BOSSI fu Cristoforo, il presbitero Francesco BOSSI fu Marino e Benedetto BOSSI fu Giovanni.
Con l'insediamento del pretore, i fratelli BOSSI ebbero il riconoscimento dei loro privilegi da parte dell'imperatore Filippo II. Il riconoscimento dipese dall'esposizione fatta da parte dei nobili fratelli Giovanni Battista, Marcantonio e Francesco BOSSI delle concessioni elargite dall'illustre Francesco II Sforza al senatore Egidio BOSSI. A questi il "signore" di Milano aveva ceduto tutti i beni mobili ed immobili, i diritti e le azioni spettanti agli stessi beni una volta posseduti da Alessandro BOSSI, come risultava da lettere dello stesso duca scritte il 19 novembre 1530.
Egidio BOSSI era inoltre stato gratificato sempre dallo Sforza del dazio dell'imbottato di Viboldone pari ad una rendita annua di L. 126; del dazio dell'imbottato di Legnano, pari ad una rendita annua di L. 102, con il diritto a ritenere due quote di stipendio dovuti al pretore di Varese, stipendio che ascendeva a L. 435. Analogamente Egidio BOSSI aveva la facoltà di esigere il dazio dell'imbottato nella pieve di Fino Mornasco e del frumento, del vino e delle carni del distretto di Como, calcolato in L. 300 imperiali, secondo il diploma rilasciato a Milano, il 10 maggio 1531 ed approvato dal Senato.
Il BOSSI aveva rinunciato al dazio ed al suo posto aveva donato un reddito di L. 300 imperiali, da far valere sul dazio dovuto dalla pieve di Fino Mornasco, da riscuotersi dai dazieri, secondo la donazione concessa a Milano, il 24 ottobre 1533, ed approvata dal Senato.
Nel 1538, Egidio BOSSI aveva acquistato inoltre da Agostino D'Adda, il quale, a sua volta, aveva comperato dalla Camera, parecchie giurisdizioni e redditi e censi del sale, a diverse condizioni, una parte delle quali a Daverio e Galliate, con altre entrate, nella pieve di Varese, al prezzo di L. 2000 imperiali, secondo le stesse modalità pattuite dal D'Adda con la Camera. Inoltre da Pagano D'Adda aveva comperato a Bodio, sempre nella pieve di Varese, la giurisdizione di certe case, al prezzo di trentacinque scudi, con patto di pagare in un'unica rata; da Giovanni Marino aveva acquistato alcune giurisdizioni e redditi e censo del sale relativi ad Azzate, secondo le medesime concessioni elargite dalla Camera ducale al Marino, al prezzo di cinquanta scudi, in conformità agli strumenti rogati a Giuliano Pessina. Inoltre da Chiara Vimercati aveva comperato alcuni proventi del sale di Azzate e di altre località, che lo stesso Egidio BOSSI vendette a Gerolamo Brebbia.
I predetti fratelli BOSSI furono quindi invitati ad approvare, confermare e ratificare le suddette donazioni, immunità, conferme e gli acquisti fino a quando si fossero degnati di innovare, secondo la regia e ducale benevolenza.
Considerando pertanto i meriti di Egidio BOSSI e la fedeltà dei suoi figlioli, l'imperatore, nella pienezza dei suoi poteri nel modo migliore possibile, visti gli atti sulle donazioni, sugli acquisti, le immunità, le conferme, le innovazioni ed i privilegi in tutti i suoi punti, clausole, articoli e sentenze, approvò, confermò e ratificò e, fino a quando tornasse utile innovare, decretò che la nuova approvazione, conferma e ratifica, avessero valore e conservassero una perpetua forza, che si doveva inviolabilmente osservare.
All'inizio del XVII secolo ed esattamente il 22 febbraio 1614, Marcantonio BOSSI, dottore collegiato di Milano ed addetto fiscale nella città di Lodi, dichiarò di possedere, nella pieve di Varese, a titolo di feudo, le terre di Gazzada, capo di giurisdizione, di Bodio, di Brunello, di Buguggiate con le sue pertinenze, di Crosio della Valle, di Daverio e di Galliate, che tutte assieme formavano la Val Bodia, in virtù dei suoi acquisti e delle conferme opportune esibite.
Negli anni successivi la vita del feudo fu però turbata, sul piano giuridico, da una contesa tra i BOSSI ed il regio fisco, il quale pretendeva la devoluzione alla Camera della Val Bodia per titolo di redenzione, attesa l'asserita cessione giudicata "enormissima" seguita alla vendita del feudo stesso effettuata, nel 1538, ad Agostino D'Adda e da questi passata al senatore Egidio BOSSI, come pure per titolo di devoluzione, in seguito alla morte di Antonio BOSSI, privo di discendenza maschile.
Pertanto Giovanni Battista e consorti BOSSI pretendevano la continuazione, in loro, del possesso del feudo, per adozione da parte di Marcantonio BOSSI, anche se agli atti allora conservati in Archivio mancava la prova del trapasso e possesso concesso ad Egidio BOSSI. Il suo omonimo sosteneva, davanti al tribunale, a nome proprio, dei fratelli e di altri interessati che non era terminata né estinta la linea del di lui ascendente.
La causa si trascinò dal 1643 al 1652, allorché furono emanati il 10 ed il 17 luglio due decreti in cui, fatte le opportune indagini, si dichiarava il rilascio ai detti consorti BOSSI del feudo indicato con le successioni ad esso relative, con l'ordine di primogenitura, con il diritto da parte dei BOSSI allora possessori di poter eleggere le terre della Val Bodia, che ognuno doveva possedere.
Giovanni Battista BOSSI avrebbe goduto dell'intero possesso delle terre fino a quando gli altri consorti BOSSI avessero reintegrato proporzionalmente la somma versata da Egidio BOSSI a composizione e transazione della vertenza e pari a L. 4200, di cui al momento della soluzione il BOSSI stesso aveva versato L. 3600. Le terre sottoposte alla Val Bodia erano: Bodio, Brunello, Buguggiate, Crosio della Valle, Daverio, Galliate e Gazzada.
A transazione effettuata, seguì il giuramento di fedeltà di Giovanni Battista BOSSI, avvenuto nel 1652. Il BOSSI, con il giuramento, vincolò la sua persona e tutti i suoi beni mobili ed immobili presenti e futuri.
Arrivati dunque il 13 settembre 1652 ad una transazione, Giovanni Battista BOSSI s'impegnò a versare la somma di L. 4200 imperiali mentre la Camera rinunciò a qualunque pretesa sul feudo della Val Bodia e sulle sue terre come sulle giurisdizioni e pertinenze, sia a titolo di devoluzione, per l'avvenuta morte senza figli di Marcantonio BOSSI, sia per qualunque altro titolo di usurpazione e diversamente, ma diffusamente espresso nello strumento di transazione nonostante l'acquisto di Egidio BOSSI effettuato, nel 1538, da Agostino D'Adda.
La Camera era di conseguenza tenuta a rinunciare ad ogni pretesa ed a sostituire al posto di ogni luogo, diritto e stato Giovanni Battista BOSSI nel detto feudo con i suoi figli e discendenti maschi legittimi e da legittimo matrimonio e per linea maschile legittimamente nati e nascituri fino all'infinito, osservato sempre l'ordine della primogenitura, con il dovuto trasferimento e l'investitura feudale, secondo i patti, le condizioni più chiaramente fissati nello strumento rogato da Francesco Mercantolo notaio della Camera, il 26 settembre 1652.
Il BOSSI, come si sa, versò l'acconto sul pattuito la somma di L. 3600 imperiali, prestando per la differenza di L. 600 idonea fidejussione, da versarsi comunque nello spazio di quindici giorni, a norma del decreto magistrale. Lo stesso si adoperò inoltre per versare quanto era necessario che spettava, al feudo di Val Bodia, perché essa fosse registrata nel succitato strumento.
Il Magistrato camerale stabilì quindi che il questore Francesco Anolfi si recasse nelle succitate terre per compiere tutti i passi opportuni ed atti a concedere a Giovanni Battista BOSSI il possesso del feudo, in conformità alle disposizioni dello strumento redatto.
Il questore arrivato nelle terre indicate fece prestare agli abitanti delle stesse giuramento di fedeltà al BOSSI, sottoponendo l'inadempienza o meglio la disubbidienza alle pene da convenirsi.
Seguì la trasmissione al BOSSI del possesso delle terre indicate, con relative pertinenze.
A circa vent'anni dal giuramento, nel 1673, l'atmosfera del feudo della Val Bodia tornò ad oscurarsi, per questioni di successione. A sollevare eccezioni fu Francesco BOSSI, che presentò istanza al Tribunale, per ottenere una parte del feudo.
Il ricorrente si rifece al decreto emanato nel 1652 riguardante l'apprensione del feudo della Val Bodia in seguito alla morte del marchese D'Adda senza discendenti, supposto feudatario della valle, per concessione della medesima ai suoi antenati.
Secondo Francesco BOSSI, in contrasto con tale decreto, Giovanni Battista BOSSI sostenne che il feudo era passato da Agostino D'Adda al defunto senatore Egidio BOSSI, grazie alla facoltà legittima che il detto D'Adda aveva di poter alienare e con l'approvazione del re Filippo II allora regnante.
Spettava invece al ricorrente un terzo del feudo, un terzo a Carlo BOSSI ed a Egidio BOSSI, padre del supponente Giovanni Battista ed un altro terzo come discendenti legittimi dal suddetto senatore Egidio.
In virtù di questa istanza Francesco BOSSI, ad evitare liti con il fisco, si dichiarò disposto a versare senz'altra contraddizione, a titolo di composizione della vertenza, la somma di L. 3000 da aggiungersi a quella di L. 4200 già fissata dal Tribunale con consenso del fisco e da questi accettata il 20 luglio 1652.
Perciò i consorti BOSSI, a nome dei quali fu fatta l'oblazione, si dovevano, a detta di Francesco BOSSI, riconoscere, come nuovi feudatari, a nome delle Novae Constitutiones ed erano tenuti a prestare nuovo giuramento di fedeltà a sua Maestà, per prendere nuovo possesso ed alla condizione che ogni qualvolta gli altri consorti non avessero concorso al pagamento di detta somma, si dovesse stipulare un altro strumento a favore di Giovanni Battista BOSSI, concedendogli il possesso del feudo, dal quale non poteva assolutamente essere rimosso, se prima i detti consorti non gli avessero pagato la loro quota.
In effetti Giovanni Battista BOSSI pagò tutta la somma pattuita nel 1652 e lui solo prese il possesso del feudo, toccando però questo, si obiettava, per la morte di Carlo BOSSI, senza discendenti, per metà a Giovanni Battista BOSSI e per metà al supplicante Francesco. Perciò, desiderando costui entrare in possesso della sua parte, non rimaneva che esigere dallo stesso, pronto per altro a versare, la porzione delle famose L. 4200 stabilite.
Il ricorrente implorò pertanto il Tribunale, perché si compiacesse di delegare una persona che accertasse il pagamento indicato; lo investisse del possesso della metà del feudo e lo dichiarasse confeudatario, previa prestazione del giuramento di fedeltà.
Con la morte di Francesco BOSSI senza eredi, nel 1700, nonostante che la di lui moglie si dichiarasse incinta e nella possibilità di partorire un maschio, una volta che non fu riconosciuta gravida (Visitatio ventris pregnantis d. Mariae Bossiae), il feudo della Val Bodia fu devoluto alla Camera. Il 31 marzo 1701, il questore incaricato Cantonelli, appurata la morte del sergente maggiore Giuseppe BOSSI e di Francesco BOSSI, deceduti senza discendenti maschi, si recò in Val Bodia e prese il possesso delle terre.
Ad apprensione avvenuta sorse però un'altra contestazione, da cui scaturì una causa tra il fisco da una parte, che pretendeva di aver giustamente appreso il feudo della Val Bodia; e il marchese Fabrizio Benigno BOSSI dall'altra parte, poiché, anche a nome dei fratelli, riteneva che il feudo gli toccasse come discendente di Egidio BOSSI, compratore del feudo stesso alle medesime condizioni, con cui lo aveva acquisito dalla Camera Agostino D'Adda.
La causa si trascinò dal 1701 al 17 dicembre 1705, allorché si arrivò ad una transazione. In base ad essa, previo pagamento da parte del marchese Fabrizio Benigno BOSSI di L. 4300, gli si concesse che la cosiddetta Val Bodia passasse ai suoi figli e discendenti maschi legittimi sempre in ordine di primogenitura, estinta la quale, si dava adito al passaggio nelle linee di Carlo e di Simone, fratelli del marchese Fabrizio Benigno BOSSI. Estinte anche queste linee, il feudo sarebbe stato devoluto alla Camera.
Ad esecuzione di tale ordinanza, tutti i fratelli BOSSI avrebbero dovuto rinunciare a qualunque ragione sopra la Val Bodia. Tale ordinanza fu naturalmente accettata dai fratelli BOSSI, anche se, almeno momentaneamente, non sembrava troppo credibile che l'autorità sovrana si arrendesse facilmente e rinunciasse a fagocitare un boccone così prelibato quale era la Val Bodia.
Con decreto di Carlo IV infatti, nel 1707, fu annullata la transazione sul feudo della Val Bodia e revocato il possesso dei BOSSI, perché avvenuto "in tempo dell'intrusione" nello Stato di Milano, da parte dei Francesi.
Con l'armistizio del 13 marzo 1707 l'Austria rimase signora indiscussa della Lombardia; comprensibile è dunque l'annullamento di tutte le transazioni che ledessero i diritti imperiali, fatto dal Sovrano austriaco in quell'anno. Questo però non impedì che i BOSSI iniziassero una causa sulla nullità della transazione avvenuta il 12 luglio 1706.
Se non lo avessero fatto, avrebbero relegato in soffitta definitivamente tutti i diritti, per la rivendicazione dei quali tante forze avevano spiegate nei tempi addietro. Sarebbe andato di mezzo non solo l'ipotetico vantaggio economico di tutta l'operazione acquisto del feudo, ma anche il lustro della casata. Da qui il ricorso di Fabrizio Benigno BOSSI, presentato il 20 aprile 1708.
Il ricorso non rimase senza effetto. L'autorità austriaca non esitò a prendere informazioni sul rivendicato possesso da parte del marchese Fabrizio Benigno BOSSI del feudo della Val Bodia.
In base agli accertamenti effettuati fu quindi confermata la transazione, con il pagamento della decima parte della somma convenuta e pari a L. 430 e fu inoltre decretato, con ordine del Governo, che in avvenire la valle oggetto di tanta contesa fosse chiamata in seguito "Val Bossia", oggi denominata Val Bossa.
Regolata la questione, il feudatario Fabrizio BOSSI, signore della Val Bossia, conte palatino, perché la giustizia fosse amministrata nella maniera più rapida nominò pretore e giudice del distretto della Val Bossia Gabrio Perabò, per un periodo di due anni, cioè dal 1717 alla fine del 1718.
Affinché il possesso fosse convalidato, il BOSSI avrebbe dovuto prestare giuramento di fedeltà fin dal 1706. Quando il contratto fu ritenuto valido, previo versamento della decima parte delle L. 4300 pattuite per la transazione, il marchese Fabrizio Benigno BOSSI non poté ulteriormente rimandare il giuramento; senza questo sarebbe rimasta senza effetto anche il nuovo appellativo di "Val Bossia".
Finalmente a giuramento prestato, fu convalidata la nuova denominazione di Val Bossia ed il marchese Fabrizio Benigno BOSSI, con i suoi discendenti, continuò a pagare il censo feudale di L. 40 per il feudo omonimo e per Musso, al comune di Varese, fino al 1806, "come prezzo dei dazi vecchi di pane, vino e carni".

La Val Mastallone,
misera e sperduta valle alle pendici del Monte Rosa, e Cravagliana
nello specifico, furono la umile culla di un vetusto casato: quello dei Bossi.