CRAVAGLIANA
CRAVAGLIANA
le doux nid CRAVAGLIANA CRAVAGLIANA CRAVAGLIANA


UGO VINCENZO GIACOMO BOTTONE

pagina 2 di 2


Carlo Botta parlando del Bottone, intendente della Savoia, lo definisce uomo fine e perspicace, ricco di cognizioni filosofiche e legali, dotato di mente chiara: ne tesserono gli elogi anche coloro che circondavano e collaboravano con lui, mettendone in risalto l'intelligenza e la straordinaria rapidità di lavoro.
L'Ufficio di Intendente Generale fu tenuto da Ugo Bottone sino all'autunno del 1792, quando le regie patenti del 23 ottobre lo nominarono Consigliere delle Finanze e "l'importante carica di Reggente l'Ufficio Generale del soldo", coll'annuo stipendio di lire quattromila oltre razioni quattro di pane ed altrettante piazze di fieno e biada al giorno”, e l'uso in tempo di guerra del quartiere d'inverno, con le vetture pel suo equipaggio ed altri vantaggi". Il momento era assai delicato per andare a ricoprire un'alta posizione militare nello stato maggiore del re. I francesi, guidati dal Montesquiou, avevano iniziato nel mese di settembre ad invadere la Savoia e neppure due mesi dopo il ducato era annesso alla Francia repubblicana, come dipartimento del Monte Bianco. Il carteggio giunto al Bottone (non ho recuperato quello da lui spedito), in questa sua nuova magistratura, mi è apparso strettamente burocratico e privo di interesse politico. Indubbiamente la crisi politica che lo avrebbe portato da lì a poco nel campo avverso, aveva iniziato a travagliarlo. Le ragioni di salute addotte ufficialmente quale impedimento allo svolgimento del suo ufficio, alla luce di ciò che si vedrà, nascondono una diversa realtà.
Le regie patenti del 13 agosto 1793 (vedi Archivio di Stato di Torino, sez. Riunite), proprio nella fase culminante dell'effimera controffensiva piemontese in Savoia, allontanarono dall’incarico militare Ugo Vincenzo Giacomo Bottone e lo destinarono a "reggere provvisionalmente l'ufficio dell'Intendenza di Cuneo", riducendogli lo stipendio a lire tremila, che era quello di cui godeva come Intendente generale della Savoia. L'esperienza politica savoiarda, che gli faceva constatare l'inadeguatezza delle vecchie strutture politiche - amministrative nel dare soluzione moderna ai problemi che la Rivoluzione aveva portato violentemente ad attualità, favorì la crisi politica del Bottone. E neppure un mese dopo, l'11 settembre 1793, il Bottone fu investito dell'alto incarico di consigliere delle Finanze e "Contadore generale delle nostre milizie e genti di guerra", mutando così la toga nelle divise militare. Nel frattempo le regie patenti precisavano, non senza destare curiosità, che già in passato il sovrano aveva designato di conferire tale carica a Ugo Bottone "se sopraggiunti incomodi di salute", si legge nella nota, "non l'avessero obbligato ad allontanarsi per qualche tempo dall'ufficio".
Per più di un anno Ugo Vincenzo Giacomo Bottone svolse il suo compito senza alcun fatto di rilievo, almeno apparente, fino a che ne fu congedato il 20 marzo 1795 senza ragioni o perché sospetto, secondo alcuni di essere partigiano delle idee novatrici. Le regie patenti di quel giorno parlavano della sua giubilazione, non priva del riconoscimento dei suoi meriti, ma in circostanze a dir poco misteriose: "Lo stato cagionevole di salute", esse dicevano, “"del Conte Bottone di Castellamonte, più non permettendogli di continuare nell'esercizio dell'impiego di Contatore Generale e Consigliere delle nostre Finanze, ci siamo disposti di accondiscendere alle replicate di lui domande per esserne dispensato". Forse un disaccordo sull'impiego dell'esercito o sulla condotta generale dello Stato (e un disaccordo, in quel conflitto di intendimenti anche tra i fedeli servitori del vecchio regime era ben possibile), certo è che la giubilazione del Bottone fu il segno della crisi etico politica sviluppatasi nella coscienza dell'uomo, che prelude alla svolta della sua prossima attività pubblica. Il maggior interesse del mio studio è appunto rivolto ad accertare, nei presupposti di quella crisi, lo svolgimento del giurista nei fermenti della sua prima formazione illuministica.
Sul tempo, certamente precedente all'arrivo dei francesi a Torino, della conversione di Ugo Vincenzo Giacomo Bottone all'idea illuminista, e sulla vera ragione del suo allontanamento dal servizio del re, sono confortato dall’interpretazione che danno Antonio Manno (nel testo "Il patriziato italiano" ..."cominciò allora a tramestare coi giacobini, sicché fu dimesso il 20 marzo 1795" e Carlo Dionisotti (nel suo "Carlo Botta a Corfù"): ..."nel 1795 cessò da ogni ufficio senza che ben se ne conosca la causa, forse perché sospettato di essere partigiano delle sue idee novatrici di quei tempi, e si ritirò a vita privata sino al dicembre 1798...".
E' in quel periodo che il Bottone stava per contrarre un matrimonio convenientissimo: ma egli doveva condurre una vita assai libertina, come succedeva spesso, dati i costumi dell'epoca illuministica e la cosa fece andare in fumo le nozze con una prestigiosa fanciulla. Pare che ella gli abbia fatta perdere addirittura incarichi importanti.
Per quante ricerche io abbia svolto, non mi è stato possibile confermare l'esistenza di quei segreti contatti con gli oppositori e neppure rintracciare, nei carteggi burocratici dell'ultimo ufficio tenuto sotto il re, motivi polemici o critici che rivelassero segni di dissenta del Bottone nei confronti della politica sabauda. Ai fini di questa ricerca ho esaminato all'Archivio di Stato di Torino le carte pervenute all'Ufficio Generale del Soldo, anni 1793 e 1794, e sempre di quei anni le lettere spedite da tale ufficio alla Regia Segreteria di Guerra.
Nelle carte di Prospero Balbo, che si trovano sia presso la Biblioteca Reale di Torino, sia all'Archivio di Stato di Torino, vi è una copia di un opuscolo con testo manoscritto Lettre à M. le Comte Prosper Balbe, Ambassadeur de Sardaigne à Paris, par un de ses anciens collègues, dell'agosto 1798: un'annotazione che vi figura subito dopo il titolo, vergata dalla stessa mano che ha trascritto la maggior parte del carteggio del fondo. Essa dice: "c'est un pamphlet anonime contre le Comte Balbo, par le Comte Botton de Castellamonte".
Dopo tre anni di inattività politica, chiamato dal Joubert il Bottone divenne membro del governo provvisorio, costituitosi a Torino il 12 dicembre 1798 sotto l'occupazione francese. Il suo incarico era Presidente del Comitato delle Finanze Agricoltura e Commercio. Nella nuova carica le sue inclinazioni politiche meglio si precisano: i più radicali atteggiamenti contro i nobili e clero sono da lui condivisi, ma la sua volontà eversiva si arresta dinnanzi al pericolo di scatenare le forze popolari o incoraggiare nuove attese rivoluzionarie.
Fecero parte del governo provvisorio insieme al Bottone, Innocenzo Maurizio Baudisson, Giovanni Battista Bertoletti, Giovanni Battista Agostino Bono (fino al 14 marzo 1799), Giuseppe Carlo Aurelio di Sant’Angelo, Francesco Brayda, Giuseppe Cavalli conte di Olivola, Luigi Colla, Felice Clemente Fasella, Giuseppe Fava, Francesco Favrat barone di Bellevaux, Pietro Gaetano Galli conte della Loggia, Stefano Giovanni Ricci, Felice Giovanni San Martino conte della Motta ed infine Giuseppe Felice Sartoris. Il Governo durò in carica sino al 2 aprile 1799.
Di fronte alla necessità di ristabilire le finanze oppresse e di arrestare la svalutazione della moneta, obiettivo che non si sarebbe mai raggiunto con la sottoscrizione volontaria dei beni nazionali, il Bottone propose nella seduta dell'11 gennaio 1799 di obbligare gli aristocratici e gli opulenti a comprarne per 14 milioni di lire, quanti sono dall'espropriazione dei beni appartenenti al clero; ma già nella tornata del 23 gennaio, contro il parere dell'ala più intransigente guidata dal Cerise, il Bottone sollecita il governo a reprimere i disordini commessi da talune municipalità, le quali avevano invaso le proprietà dei feudatari. Il rovesciamento del vecchio regime doveva avvenire per forza di leggi e non disordinatamente per iniziativa popolare.
Se il Commissario francese Eymar richiede al governo piemontese la personale collaborazione del cittadino Bottone per la riorganizzazione delle finanze, ciò significa che il nostro non soltanto era conosciuto per la sua competenza giuridico-amministrativa ma anche per il suo affidamento.
A far parte della delegazione piemontese incaricata, sulla fine di febbraio, di recare al Direttorio di Parigi la decisione di unirsi alla Francia, presa dal Piemonte fu chiamato con Carlo Bossi e Giuseppe Felice Sartoris anche il Bottone di Castellamonte. A quella scelta i governanti erano stati indotti forse assai più dalle capacità diplomatiche riconosciute al Bottone che dalla sua incondizionata passione francese. In lui, infatti, vecchio servitore del re e del Piemonte, dovevano diffondersi forti riserve sulla futura felicità del suo paese, che si offriva indifeso alla Francia. La scelta del Bottone per quella missione, è comunque indicativa della fiducia che i colleghi di governo riponevano nella sua refrattarietà alle manovre che le repubbliche limitrofe conducevano a Parigi per assorbirsi il Piemonte.
In questi limiti mi pare vada interpretata una nota sul Castellamonte, reperita all'Archives Nationales Paris nelle carte di polizia, che avanzava il sospetto che il Bottone fosse presto venuto meno allo spirito della sua missione francese, per passione "italica" , ed insinuava che il direttore Barras per punirlo lo avesse fatto includere nelle liste degli emigranti savoiardi, per impedirgli di riparare in Francia nel momento in cui il Piemonte fu sommerso dalla controrivoluzione del 1799. Trascrivo letteralmente: « Malheureusement Botton ne fut pas trop didèle à sa mission française ; le bout de l’oreille italienne perça d’une manière un peu trop marquante. Il y a eu des débat entre lui et Bossi et Barras pour le punir fit inscrire Botton sur la liste des émigrés de la Savoie. La contre - révolution du Piémont eut lieu. Botton, inscrit sur la liste fatale, ne pouvait pas aller en France. Il se refugia en Suisse. Quelques mois après, Bossi qui était à Paris et avec qui Botton chercha à se conseiller, obtint sa radiation et Botton vint à Paris ». In effetti, all'atto della ritirata francese dal Piemonte nel maggio del 1799, Ugo Vincenzo Bottone non riparò in Francia come fecero gli altri uomini dell'effimero governo piemontese e a quanto pare neppure in Svizzera, ma per più di un anno, sino alla vittoria di Napoleone nella battaglia di Marengo, visse ritirato, dal 21 marzo 1799 al 21 giugno 1800, a Cavour nella bella casa dell'avvocato Melchiorre Visconti.
A confermare ancora le fondamentali riserve indipendentistiche di Ugo Vincenzo Bottone, almeno a tutto il 1800, è la sua partecipazione alla prima commissione di governo subito dopo la battaglia del 14 giugno a Marengo. Tanto più, con il passare dei mesi, l'accentuazione piemontesistica si attenuò in Ugo Bottone e, caduto il governo e quindi divenuto il Piemonte parte amministrativa della Francia come 27esima divisione militare, egli si tenne a disposizione di Parigi per altri incarichi.
Reduce dalla battaglia di Marengo, Napoleone Bonaparte si recò a Torino, dove giunse il 26 giugno. Il giorno prima il presidio austriaco, comandato dal generale Aversperg, aveva abbandonato la città alle truppe francesi; il giorno dopo, partito per la Francia il primo Console, giunse nella capitale del Piemonte il generale Alessandro Erthier, il quale costituì una commissione di governo provvisoria di sette membri, composta, oltre da Ugo Vincenzo Giacomo Bottone, dai cittadini Filippo Avogadro conte di Quarenga, Giuseppe Cavalli conte di Oliva, Stefano Gaetano Ricci ed a Innocenzo Maurizio Baudisson, i quali rimasero sino al 4 di ottobre. Gli altri componenti il governo, che rimasero fino alla vigilia di Natale del medesimo anno furono: Francesco Brayda e Pietro Gaetano Galli conte della Loggia. Con loro fu costituita una Consulta di trenta individui.
Il 15 agosto 1800 Ugo Vincenzo Bottone fu chiamato a presiedere la Camera dei Conti e il 9 ottobre 1801, il Tribunale d'Appello di Torino. La Corte di Torino sotto la presidenza del Bottone acquistò la fama di essere una delle migliori dell'impero. L'atteggiamento del Bottone suscitò qualche perplessità allorché accettò l'incarico che egli svolse nel 1802 recando al governo di Parigi il ringraziamento della Magistratura subalpina per la decretata unione del Piemonte alla Francia.
Autore di un testo giuridico-divulgativo della legislazione francese in Italia (Nozioni elementari sulle ipoteche, ossia traduzione libera del nuovo codice ipotecario francese adattata all'intelligenza di chicchessia con varie aggiunte relative alla legislazione ed agli usi del Piemonte, Stamperia filantropica, Torino, anno X, 1802), il Bottone vide presto accrescersi la sua di giureconsulto.
Ugo Vincenzo Giacomo Bottone fu il solo italiano che Napoleone Bonaparte designò a lavorare al suo famoso codice. Quale splendore il Codice napoleonico: i giuristi elaborarono tutto il diritto del costume e della consuetudine dell'Ancien Régime e lo filtrarono con il senso della modernità. Lo schema fu apprestato in quattro mesi: si realizzò una formidabile simbiosi della lex romana, dei costumi antichi francesi e delle esperienze laceranti della Rivoluzione. Il Consiglio di Stato fece un gran lavoro e Napoleone stesso aiutò a definire alcune discipline. Posso certamente affermare che anche noi siamo i suoi figli: tutti hanno attinto alla sua visione universale, nella sua azione politica e nei principi da lui affermati si trovano le radici della Costituzioni occidentali e delle nozioni di libertà, diritto, famiglia, proprietà, che sostanziano la nostra vita civile.
Nel 1806 il Bottone volle andare a Parigi e qui fu nominato, sempre da Napoleone, consigliere di Cassazione. Quest'incarico lo continuò a tenere anche dopo la Restaurazione sabauda in Piemonte e quella borbonica a Parigi (pervenendo al grado di presidente di sezione di Cassazione), grazie alla nomina a vita, connessa con la carica.
Non estranea a questa fortuna fu la serie dei riconoscimenti conseguiti dal Bottone: da membro a Commendatore della Legion d'onore, a Cavaliere dell'Impero (agosto 1808); infine il Bottone fu invitato dall'antico convenzionale e membro del Direttorio Philippe Antoine Merlin a redigere alcune voci per il suo monumentale Répertoire universel et raisonné de Jurisprudence. Particolarmente estesa ed importante fu quella sul "Piemonte", scritta prima della Restaurazione del 1814.
In virtù di questi servigi in Ugo Bottone balenò l'idea di diventare cittadino francese: ed appunto nel 1814 fece domanda ufficiale per la naturalizzazione francese. Siccome questa non poté che essere effettiva che entro dieci anni, il Bottone scrisse di suo pugno al Re per chiedere l'abbreviazione dell'iter burocratico precisando nella corrispondenza "que son plus désir était de consacrer le reste de ses jours à son service et à celui d'une patrie qui est la seule qu'il connaisse depuis plus de huit ans" e sempre nella medesima lettera egli precisò "qu'il y avait transporté la plus grande partie de sa fortune et qu'il y payait les contributions". La sua domanda fu accettata dal Re e la lettera di naturalizzazione fu siglata l'8 febbraio 1815.
Bisogna precisare che Ugo Vincenzo Giacomo Bottone, Conte di Castellamonte, fece modificare il suo nome per diventare Jacques Hugues Vincent Emmanuel Marie Botton, ed è per questa ragione che a Castellamonte vi č il Palazzo Botton e non Bottone.
Su "le Moniteur Universel", uscito a Parigi il 15 marzo 1828, si leggeva: "La Cour de Cassation vient de perdre l'un de ses membres le plus distingués dans la persone de Mr. Botton de Castellamonte, décedé cette nuit. Mr. Botton de Castellamonte était nè dans le Piémont, et il exerçait autrefois les functions de chancellier du roi de Sardaigne. A l'époque de la réunion de ce pays à la France, il fut nommè premier Président de la Cour Impérial de Turin, d'où il fut appelé à la Cour de Cassation en 1806. Ce magistrat obtint des lettres de naturalisation en 1814 et conserva ses fonctions... ". Nella vecchia Torino di Carlo Felice la notizia del 14 marzo da Parigi fu ripresa dalla "Gazzetta Piemontese" del 20 marzo 1828: "Il conte Botton di Castellamonte (piemontese), consigliere nella Corte di Cassazione, è passato ier l'altro all'eterno riposo in questa capitale".
Ugo Vincenzo Giacomo Bottone fu un uomo poco appariscente: magistrato profondo era più fatto per l'avvocatura che per l'amministrazione. Fu più stimato in terra di Francia che non nel natio Piemonte. Non posso fare a meno di citare un particolare: nel suo libro "Passeggiate canavesane" (preziosa miniera di informazioni), pubblicato in Ivrea nel 1871, A. Bertolotti dice che il Bottone era "di sguardo losco". E' una frase che non mi fa capire bene…
Nel suo testamento Ugo Vincenzo Bottone lasciò, tra l'altro, lire 4.000 per l'erezione di una nuova chiesa parrocchiale in Castellamonte. Una nota: nella vecchia chiesa parrocchiale di Lessolo è possibile ammirare lo stemma dei Bottone di Castellamonte. Così l'araldica cita: d'azzurro a tre monti d'oro, ciascuno caricato da un trifoglio di verde rovesciato, e sormontato da un pappagallo di verde con la testa rivoltata.
Con la morte di Ugo Vincenzo Giacomo Bottone, Conte di Castellamonte e di Lessolo, ebbe termine il ramo del Bottone (o Botton) di Castellamonte. Una famiglia quella dei Bottone che, seppur celeberrima ai loro tempi, non ha mai espresso il personaggio assoluto, che fa la storia e che i posteri ricorderanno per sempre, ma che ha contribuito a costituire quella solida base su cui poi è cresciuta una comunità che può volgersi indietro senza vergogna ma con orgoglio.
_

<<< PAGINA PRECEDENTE

Illustre giureconsulto
di origini cravaglianesi, Ugo Vincenzo Giacomo Bottone fu presidente della Corte d'Appello di Torino e della Corte di Cassazione di Parigi: fu il solo italiano che Napoleone Bonaparte designò a lavorare al suo famoso codice.