

LE FRAZIONI: Nosuggio
"La vite potata, che geme, s'adorna di pampini verdi. Il passato rimane nel ricordo come un lontano sogno vissuto, e l'avvenire dischiude, davanti agli occhi dei giovani orizzonti ampi e fascinosi. Non è forse vero, fanciulle di Nosuggio, che laggiù, dietro quella finestra, danzate?".
Qui
a Nosuggio il nostro illustre Raffaele Tosi si congeda.
Nosuggio può considerarsi, a ragione, la frazione più importante
del Comune di Cravagliana.
Questo ruolo primario gli fu conferito da tempi immemorabili, quando divenne
una "stazione di posta" di rilievo, per il cambio dei cavalli delle
diligenze, la riparazione delle zoccolature dei puledri ad opera dei maniscalchi,
il rifornimento della paglia ed il pernottamento dei forestieri di passaggio.
In tempi meno lontani, fu anche stazione terminale delle autocorriere, durante
lunghi periodi di lavori per le opere di allargamento della carrozzabile.
Si racconta che a Nosuggio vi fu chi lanciò l'ipotesi di staccare la
frazione dal grembo di Cravagliana per creare un "cantone". Non
fu nemmeno scartata la possibilità di creare una nuova parrocchia.
L'opposizione netta dei maggiorenti di Cravagliana, le prime avvisaglie della
crisi demografica e delle emigrazioni, fecero si che la questione non ebbe
seguito.
Nosuggio deve il suo nome ad un'attività molto antica, la raccolta
delle noci. Infatti il termine dialettale nusuggiu indica il residuo solido
della lavorazione dell'olio di noci.
Oggi soltanto i più anziani ricordano il sapore ed il penetrante odore
del pregiatissimo condimento, le rudimentali tecniche di estrazione, le macine
di grezza pietra, gli arcaici torchi di legno e le rigorose norme che regolavano
le contrattazioni verbali tra i proprietari delle macine ed i terrieri che
portavano le noci a Nosuggio. Norme e leggi non scritte, ma che tutti rispettavano.
I noci - mi raccontano nella frazione - un tempo non godevano di buona fama
nel mondo contadino, perché si attribuivano poteri malefici alla loro
ombra, un 'ombra velenosa che non permetteva che vi crescessero sotto i frutti
di bosco. In Val Mastallone, invece, queste piante (anche se decimate dalle
piene del fiume) abbondano, insieme ai castagni, tanto che l'intera valle
un tempo veniva chiamata "la valle delle noci".
Companatico dei poveri con le nocciole, le noci venivano distribuite come
confetti per le nozze e comparivano all'Epifania nel cestino dei doni di Gesù
Bambino e dei Re Magi. La bacchiatura avveniva in autunno: il 14 settembre.
"A SANTA CROS, LA PERGA AI NOS",
ricorda un vecchio proverbio locale. D'inverno poi,
gerla dopo gerla gran parte delle noci raccolte nella valle venivano convogliate
a Nosuggio.
Le noci venivano essiccate su di un graticcio posto in alto, sotto il soffitto
della cucina. Nella vecchia casa di mio nonno, a Brugarolo, ancora oggi è
visibile quel che mi rimane dell'intelaiatura di questa griglia. Si provvedeva
quindi a spezzare i gusci, selezionando i gherigli che venivano poi pestati
da una ruota di pietra dentro una vasca (qui a Nosuggio se ne può vedere
ancora qualche esemplare). Il ricavato veniva cotto dentro pentoloni appesi
al camino, successivamente veniva spremuto da un torchio azionato da un asinello.
L'olio, denso e profumato, che ne usciva veniva filtrato e veniva riposto
nelle olle in cantina. La parte meno limpida di esso, veniva amalgamata con
il grasso fuso del maiale: dall'unione dei due prodotti si ricavava un'ottima
miscela che serviva per l'accensione delle piccole bugie.
Le candele di cera erano costose ed il petrolio era ancora sconosciuto. Negli
anni dell'ultimo conflitto mondiale si ritornò a produrre olio di noci
per motivi esclusivamente alimentari.
Un torchio adibito alla spremitura delle noci venne costruito anche a Cravagliana
dalla famiglia Alberganti nel XVII secolo, affrontando, per le enormi proporzioni
dell'utensile, difficoltà non comuni. Il pressore era costituito da
un tronco di noce del raggio di oltre un metro si che i costruttori dovettero
abbattere la pianta e quindi costruirvi attorno il capannone.
Nosuggio ha rustiche case messe quasi in bella mostra l'una al fianco dell'altra
come in una vetrina di esposizione ed appare simile ad un lungo balcone che
si affaccia sul sottostante Mastallone. Attigua alla chiesa una casa in pietra
con un antico portale dal sapore arcaico: costituito da tre grossi blocchi
di pietra questo manufatto si può farlo risalire al Medioevo.
Il basso parapetto e la ringhiera che delimitano la strada, permettono di
godere un incomparabile spettacolo nello scenario aspro del greto e della
montagna, sovrastata dalla Cima Lavaggio.
La chiesa di Nosuggio, intitolata a S. Michele, è un oratorio di modesto
valore artistico: l'edificio risale a quel periodo di gran fervore religioso
che ci fu in Valsesia tra la fine del '500 e la prima metà del '600.
Sulla facciata la data 1664 indica il probabile completamento dell'oratorio.
All'interno si possono ammirare una bella Madonna con il Bambino, S. Michele,
S. Defendente, S. Giovanni con S. Carlo ed un ecclesiastico, oppure un togato,
in preghiera. Comunque uno splendido ritratto, del Seicento valsesiano, di
un personaggio di un certo livello sociale. Questa pregevole pala, attribuita
a Pier Francesco Gianoli di Campertogno, non era presente al tempo della visita
pastorale del 1641: allora la chiesa venne descritta come dotata di pochi
quadri.
Il seicentesco tabernacolo di legno, dorato ed intagliato è un altro
tipico esempio della raffinata arte valsesiana della lavorazione del legno:
se ne ignora autore ma di certo è un documento testimonianza di quello
che doveva essere l'altare originario.
Curiosità desta il pulpito con il sottostante confessionale ridotto
proprio ai minimi termini.
In occasione del III^ centenario dell'erezione dell'oratorio fu lanciata la
proposta di fare, per ricordo dell'anniversario, dei nuovi banchi che vennero
inaugurati il 24 gennaio 1965.
Sopra l'abitato incombe il bauzo, una roccia sfaldata, che di continuo minaccia
di seppellire il villaggio, essendo solo legata da una ginestra... Quella
del bauzo di Nosuggio è una storia che si perde in tempi immemorabili.
Nonna Angelina Regaldi, classe 1902, mi racconta che questa favella veniva
già narrata nel lontano 1844 da sua nonna. Ascoltiamo.
"Il 24 marzo di tanti tanti anni fa, una forestiera, che abitava una
delle prime case poste all'ingresso del paese, aveva appena partorito un bel
bimbo quando, dalla cima della montagna, cominciarono a staccarsi ed a franare
a fondovalle degli enormi sassi.
Allarmati dalle strazianti urla della giovine donna, gli abitanti della piccola
frazione accorsero immediatamente: la giovane puerpera venne trasportata,
per maggiore sicurezza, a Molino, ed il povero sfortunato infante, invece
e chissà perché, venne gettato insieme alle galline ed ai maiali,
alla mercé delle rocce.
Quando i massi cessarono di cadere anche il piccolo bambino venne fatto oggetto
di attenzione da parte dei soccorritori i quali, prima, ebbero tanta premura
di salvare la giovane madre. Il neonato, quasi miracolosamente, fu trovato
sano e salvo".
Da allora il bauzo divenne simbolo di venerazione e per scongiurare tanta
sfortuna, il 24 marzo di ogni anno si levano, da parte dei fedeli, cento Pater
Noster.
Nonna Angelina mi aggiunge che però il bauzo non ha nulla a che vedere
con la storiella che mi ha appena narrato essendo questo grande masso situato
proprio in cima al crostone di roccia che si erge dietro la sua casa. E questo,
per la cronaca, proprio al fianco sinistro della chiesa di S. Michele.
Ella afferma che il bauzo non verrà mai giù; geologi e specialisti
visitando questo spuntone di roccia hanno ritenuto, per la salvaguardia del
paese in quanto giudicato pericolante, di "ingabbiarlo".
E' stata anche suggerito a nonna Angelina di trovarsi una sistemazione altrove
in quanto l'ubicazione della sua dimora è proprio su di una ipotetica
traiettoria di caduta del grande masso.
Nonna Angelina, ovviamente, non ne vuole sapere di lasciare Nosuggio e la
sua casa, legata com'è da tanti affettuosi e cari ricordi e dal...
bauzo : "Io di qui non mi muovo più, il bauzo non cadrà
mai", ripete.
Legato al bauzo un altro piccolo aneddoto: nelle caverne sottostanti, si mormora,
dimoravano delle streghe che cantavano e danzavano. Il magico suono, però,
altro non era che lo scampanio dei campanelli delle capre, che avevano trovato
asilo in quelle grotte.