

LE FRAZIONI: Ferrera
A reggere la parrocchia di Ferrera si sono avvicendati:
don CUSA Giorgio, dal 1845 al 1862;
don CUSA Davide, dal 1863 al 1898;
don TERUGGI Giuseppe, dal 1898 al 1957.
Successivamente la reggenza venne affidata al parroco di
Cravagliana don Enrico Formaggi, sino a quando, nel 1967, la parrocchia riconfluì
in quella di Cravagliana.
A
Ferrera immutato è il ricordo del primicerio (titolo che spettava al
parroco di Ferrera) don Giuseppe Teruggi, un parroco che si fece promotore
di grandi benemerenze sociali, non ultima quella di iniziare coraggiosamente
la ricerca di ferro e di nichel nella miniera di Gula. A don Teruggi, i valsesiani,
senza malignità, gli affibbiarono l'appellativo di don Miniera: nomignolo
più che giustificato dalla grande passione di queste prete - operaio
per le miniere. Don Teruggi realizzò così quello che fu il sogno
del Can. Sottile, cioè di aprire in valle un'attività che fosse
remunerativa per gli uomini della valle.
Alla sua umile persona mi sembra giusto dedicare qualche scampolo di questo
libro: la sua vita è un po' il riassunto della attività mineraria
in Val Mastallone e, nello specifico, delle miniere di Gula. Prima però
vorrei riportare dei cenni sulle miniere della nostra vallata, non solo come
arida notizia ma come maggiore conoscenza delle nostre ricchezze minerali.
A riguardo le prime notizie sono contenute in una relazione firmata dall'allora
Ministro Bogino, il quale era originario di Cravagliana, in data 24 aprile
1752. Vi si legge delle miniere gestite dalle Regie Finanze e vengono citate
anche le miniere di ferro della Valbella. In Val Mastallone era dunque la
valle in cui erano concentrati i maggiori interessi del Governo Piemontese
in campo minerario. Il Governo Sabaudo già quattro anni prima, stando
alle note in mio possesso, si era impegnato sulle mineralizzazioni a magnetite
della Valbella.
Nel 1775, Luigi e Giacomo Pansiotti avevano iniziato lo sfruttamento di alcuni
giacimenti di ferro esistenti in Valbella e nell'alta Val Sabbiola. Da un
estimo, redatto da non so chi, del Corpo Reale delle Minere (8 luglio 1782)
leggo: "La miniera di Valbella io la tengo atta per le canne di fucile".
L'ultima fusione del minerale di Valbella, regolarmente registrata, fu eseguita
nel 1797.
Nel 1805 ritrovo i signori Pansiotti a Saliceto impegnati nella costruzione
di "forno e fabbriche", per raggiungere i quali avevano edificato
un ponte in legno "di qualche considerevole lunghezza sul rapido torrente
Mastallone". Inoltre portarono a termine un'altra opera, "una nuova
strada dalla principale cava della Fontana di difficile accesso, fino al sud.o
Cantone di Saliceto tanto per il più facile e meno dispendioso trasporto
del minerale, quanto per il commodo degli abitanti di Valbella Superiore per
la più pronta e più sicura comunicazione colla Val Mastallone,
massima quando trovasi l'antico passaggio, come sovente accade, intercettato
dall'escrescenza del torrente Valbella.".
L'impianto di Saliceto era costituito da fabbricati di dimensioni "ragguardevoli":
una descrizione un po' troppo parziale, stimata intorno al 1809, ce lo presenta
"in stato florido, ed in esso sono occupati sette uomini per il servizio
delle fusioni del minerale: tre per la fabbricazione dei projettili pel il
servizio del Governo: quattordici applicati all'escavazione del minerale,
sedici carbonai, e cinquanta altre persone per lo meno per i trasporti tanto
dei minerali, quanto del carbone, oltre all'agente, ossia commesso per li
oggetti economici di detta fabbrica".
Nel suo "Statistica del Dipartimento dell'Agogna", compilato tra
il 1810 ed il 1812, Melchiorre Gioia cita: "Cravagliana - ferro, prodotto
trenta per quintale: questa miniera fu in addietro refrattaria atteso lo zolfo
di cui abbonda. Con arrostimento più forte si ottiene una ghisa eccellente
ed un ferro assai sottile".
In un saggio, che va sotto il titolo "Cenni di statistica mineralogica
degli Stati di S. M. il Re di Sardegna" pubblicato a Torino nel 1835,
vi si fa riferimento alle miniere di Cevia (Monte Capio; N.d.A.), miniere
coltivate dei signori Pansiotti di Varallo Sesia ed abbandonate nel 1810.
Il minerale "trovasi in mucchi irregolari che talvolta si addentrano
nel monte per dieci / dodici metri. La roccia di prima formazione, è
scisto micaceo con vene di quarzo. Il ferro è ocroso e bruno.".
Nel 1899 nasceva la Rimella Gold Mining Company Limited (gruppo, mai legalmente
riconosciuto in Italia, con sede a Londra). Area di ricerca: Gula di Cravagliana.
Si riteneva che la zona fosse magnanima di mineralizzazioni aurifere. I lavori
furono solo all'inizio degni di tale nome (e videro impegnati ricercatori
soprattutto locali), Dopodiché più nulla.
Da fonte incerta leggo e trascrivo integralmente quanto segue:
"Cravagliana - In località Scivola, Piana, Gula, Bondali e Valbella. Miniere di ferro spastico, lamellare, in matrice calcare. Già ottimamente esercite alla fine del 1700 e riprese vigorosamente nel primo decennio del 1800. In tale periodo trovarono occupazione molti operai ed il materiale scavato rendeva oltre il trenta per cento. Dalle consegne di quell'epoca desumiamo che dalle prime quattro si scavavano annualmente oltre 1500 tonnellate di materiale e 350 tonnellate dalla sola Valbella. Per iniziativa del parroco Teruggi, che vi profuse mente e patrimonio, furono eseguite perforazioni per oltre 800 metri. Nei diversi strati furono segnalati, oltre al ferro in prevalenza, zolfo, nichelio, cobalto, grafiti ed altri minerali nella proporzione di utilizzazione dell'85 per cento.".
Nelle miniere poc'anzi citate lavoravano, otto mesi
all'anno, un numero variabile di operai a secondo delle esigenze (al massimo
una quindicina).
Ma eccomi a don Miniera.
Don Giuseppe Teruggi giunse a Ferrera nel settembre del 1897, all'età
di 26 anni, succedendo a don Davide Cusa, deceduto poco prima. Il suo ingresso
ufficiale solenne in parrocchia avvenne, però, solo il 12 gennaio dell'anno
successivo. Don Teruggi, persona assai intelligente e cortese, si dedicò
instancabilmente alle cure della vita spirituale ed anche materiale dei suoi
parrocchiani. In occasione del suo elogio funebre un'espressione riassunse
il grande amore che il popolo di Ferrera ebbe per il sacerdote: "Colto,
pratico, studioso, era il consigliere da tutti interpellato, da tutti ascoltato.
C'era un ammalato? Non si chiamava il medico ma don Giuseppe, il Primicerio,
che consigliava e decideva. Qui occorre il medico, qui non è necessario:
e come per la salute così per gli interessi, così per il lavoro.
Tutti si stringevano attorno al parroco, l'uomo di tutti, l'uomo per tutti".
Un problema sembrò a cuore di don Teruggi: il vedere numerose braccia
maschili disoccupate e costrette cercare altrove la speranza di lavoro.
"Gli abitanti della vallata", ebbe a scrivere in una sua relazione
don Teruggi, "sono per la maggior parte decoratori e muratori che emigrano
all'estero non trovando in valle occupazioni sufficienti per tutto l'anno".
Egli preciserà più volte che le miniere di Gula nacquero proprio
"con lo scopo di ricavare da questi giacimenti qualche cosa di utile
e di dare lavoro a questi villaggi alpestri che si stanno spopolando per la
persistente disoccupazione e per l'assoluta mancanza di altre risorse locali
in fuori dello sviluppo minerario". Celebrata la S. Messa, assolti i
suoi doveri sacerdotali, egli raggiungeva le gallerie e vi lavorava con indomito
coraggio.
Nel 1920 costituì la "Società Miniere Nichelifere di Val
Mastallone", cui parteciparono con capitali anche Mons. Brunelli, prevosto
di Varallo Sesia, e molti parenti dello stesso don Miniera. Le prime ricerche
iniziarono impiegando circa quaranta operai che lavoravano, senza interruzioni,
in tre turni continuativi di otto ore ciascuno.
L'eco dell'attività, insolita e singolare del Primicerio di Ferrera,
valicò i confini della Valsesia e giunse sino a Milano sui tavoli redazionali
del più importante quotidiano, a quell'epoca, d'Italia: il "Corriere
della Sera". Il giornale mandò Barzini junior ad intervistare
don Giuseppe Teruggi, il modesto prete - minatore di montagna la cui missione
era così nobile ed altruista, rivolta solo al bene dei suoi parrocchiani.
Nonostante le buone intenzioni, nel corso del 1921 gli operai delle miniere
erano scesi a ventinove e nel 1922 risultavano soltanto dodici. Venne riferito
che tale numero si era ridotto "poiché grande parte della manodopera
che lavorava era emigrata in Francia", giustificò don Teruggi.
I lavori di ricerca, già di ridotta entità (nel 1923 gli operai
erano solo quattro), nel 1926 vennero sospesi del tutto. Don Teruggi motivò
questa inattività in parte con la cattiva stagione ed in parte con
la necessità di attendere il risultato di studi in corso per l'utilizzazione
del minerale. E' del 1928 un tentativo di vendere la concessione e don Teruggi
scriveva: "Se l'affare concluso sollecitamente, il momento sarebbe quanto
mai propizio per impiegare la mano d'opera locale che si può avere
a migliori condizioni di salario e sarebbe anche composta di gente pacifica".
Solo saltuariamente, e per brevi periodi, fino nel maggio 1932, l'attività
venne limitata a lavori di conservazione delle infrastrutture ed a ridotte,
ma dispendiose, ricerche: ricerche che gli esperti, in visita alle miniere,
affermano la validità del loro sfruttamento. E' sempre nel 1932 che appare
sulla scena un ingegnere chimico tedesco che sostiene di aver scoperto un
procedimento, per il trattamento del minerale, tale da rendere remunerative
le miniere. Vengono costruiti nuovi edifici e una lunga gradinata, tuttora
esistente, per raggiungere gli imbocchi delle gallerie. Ben presto l'ingegnere
tedesco viene smascherato come un truffatore e costretto a rimpatriare. Ma
anche dopo queste delusioni e vicissitudini don Teruggi non abbandona l'impresa.
L'impegno viene concentrato sulla coltivazione della pirite aurifera. Vengono
acquistati impianti tecnici che occupano fino ad 8 operai. Ma anche questa
via non sortisce risultati apprezzabili tanto che tutto si ferma nuovamente.
Nel 1934 venne posta in liquidazione l'ormai esausta Società Miniere
Nichelifere di Val Mastallone e nel luglio 1934 don Teruggi, con altri finanziatori,
fondò la Spa "Consorzio Minerario Valsesiano". Nel 1936 esce
di scena Giovanni Brunetti fino a quell'anno inseparabile collaboratore di
don Teruggi. Arriviamo ai primi anni della seconda guerra mondiale. Don Miniera,
che si è indebitato per una cifra considerevole, pressato dai creditori, tenta
di vendere la concessione di sfruttamento minerario, affidando l'incarico
a vari studi legali di Milano. Alcune imprese importanti, spinte dalle necessità
belliche, si interessano delle miniere della Gula, ma tutte si fermano di
fronte alla scarsa consistenza dei suoi giacimenti. A guerra finita nel 1946
don Giuseppe Teruggi, ormai settantacinquenne, uscì silenziosamente
di scena e lasciò la parrocchia di Ferrera. Il suo grande sogno di
creare un centro minerario in grado di dare lavoro a tutti i suoi valligiani
tramonta per sempre. Viene così posta la parola fine alla lunga e travagliata
storia delle miniere della Gula.
All'età di 85 anni, don Giuseppe Teruggi morì in povertà
l'11 maggio 1957; per suo espresso desiderio fu sepolto nel piccolo cimitero
di Ferrera. I funerali furono davvero solenni, svolti alla presenza di tutti
i parrocchiani, degli enti ed istituiti locali. "Lacrime di sentita commozione
sono spuntate sugli occhi dei numerosi presenti, quando dal furgone la bara
portata a braccia dai suoi parrocchiani varcò la soglia di quella casa
parrocchiale ove per 50 anni aveva vissuto, per l'ultima e breve sosta. Nuove
lacrime quando, dopo la S. Messa il Vicario Foraneo e prevosto di Varallo
Sesia mons. Angelo Bertolino ne tessè l'elogio ricordandone la figura
stupenda di sacerdote e quando al camposanto, prima dell'inumazione il maestro
Paolo Tosi volle pure lui ricordare a conforto dei parenti e di tutti i presenti
il bene compiuto dallo scomparso nel campo spirituale e materiale".
Il cimitero dapprima (forse) fu intorno alla parrocchia, ma già nel
1854 già faceva il suo corso la pratica per la costruzione del nuovo
camposanto, che è quello che vediamo oggi.
Adiacente alla parrocchiale, nel vicino oratorio di S. Rocco si nota una bella
tela dipinta nel 1871 da Enrico Reffo, dipinto che illustra la Madonna con
il Bambino, S. Rocco e S. Giovanni Battista.
Esistente già fin dal '700 la primissima osteria, denominata in seguito
"Antica osteria della Ferrera", c'è da segnalare che il 18
marzo 1899 arrivò l'acqua potabile; il 1 aprile dello stesso anno aprì
l'ufficio postale ed intorno al 1906 ebbe vita, per qualche anno, una scuola
di disegno, di puncetto e di ricamo per le ragazze.
Nel 1921 venne inaugurato il monumento ai caduti: la lapide posta recita i
seguenti versi:
LE FIORENTI VOSTRE GIOVINEZZE
IMMOLATE SU L'ALTARE DELLA PATRIA
O LAGRIMATI EROI
RIFIORISCONO A GLORIA E VITA IMMORTALI
NEI NOSTRI CUORI
NEI FASTI D'ITALIA
IN DIO RIMUNERATORE.
Aprile 1921.
Nell'immediato dopoguerra vi fu anche un circolo Acli che rimase attivo fino
al 1960.
Tante volte promessa ed attesa... per la galleria
di Ferrera vennero stanziati 469 milioni e 200 mila lire. Fu nel maggio 1975.
Solo verso la fine dell'agosto del '76 si ebbe la definitiva delibera della
Giunta Provinciale di dar corso ai lavori. E fu subito polemica.
La frazione sarebbe stata tagliata fuori ed abbandonata anche dai pochi che
vi avevano creato qualche attività per sopravvivere. Stando alle voci
che ho raccolto circa le rimostranze avanzate ai tempi, il tutto lo si può
riassumere in questi termini.
Questo mezzo miliardo, se fosse stato accreditato ai Comuni della vallata,
sarebbe servito affinché le foreste non diventino pietrificate, gli
acquedotti non siano lasciati all'incuria, le nostre chiese non diventino
templi in disfacimento, i costumi delle nostre donne non si trasformino in
oggetti da museo, i prati non ritornino ad essere infide boscaglie. Ma soprattutto
affinché si prendessero provvedimenti vitali a favore delle nostre
popolazioni ancora attaccate alla loro montagna ed alle antiche tradizioni,
ed il buio, il silenzio della morte non regnino sovrani nella valle dei fantasmi...
Nonostante le tante polemiche, nel marzo del
1977, i lavori furono avviati certi dell'indubbia utilità e delle nuove
prospettive che si potevano aprire per il turismo, che da quell'opera ne sarebbero
derivate a Cravagliana ed alla sua vallata.
Una postilla: a Ferrera la carrozzabile aveva già richiesto un breve
traforo di roccia, il cui voltone venne abbattuto nel 1936.