

L'EMIGRAZIONE: il triste fenomeno dell'emigrazione
Dopo
la seconda metà del secolo scorso si ebbero i primi sintomi, le prime
avvisaglie della crisi: fu questo il periodo degli esodi verso i centri ove
sorsero le prime industrie.
La costruzione di nuove vie di comunicazione, la trasformazione delle mulattiere
e degli impervi sentieri in strade carrozzabili, l'allacciamento di Varallo
Sesia alla rete ferroviaria, spezzarono l'isolamento che per secoli aveva
trattenuto i valligiani dal lasciare le loro montagne.
L'arrivo dell'energia elettrica, la costruzione di efficienti acquedotti,
il servizio delle diligenze a cavallo, l'organizzazione delle poste, l'istituzione
delle scuole d'istruzione ed il sorgere dei primi servizi di interesse sociale
non furono sufficienti a trattenere i montanari nelle loro valli.
L'agricoltura, prima attività regina dell'uomo, cominciò il
suo lento ed inarrestabile declino. Il lavoro in fabbrica o quello di muratore,
di gessatore o di pittore, il mestiere di cuoco o di cameriere, era più
remunerativo rispetto a quello dell'agricoltore o del pastore. D'altro canto,
chi reggeva la cosa pubblica rivolgeva le sue attenzioni alle nascenti industrie
e l'agricoltura era costretta a segnare il passo.
Al fenomeno si doveva aggiungere l'istintivo desiderio dell'uomo di migliorare
le proprie condizioni di vita ed il tenore delle sue necessità. Erano
tempi duri in cui l'uomo era l'artefice indiscusso del proprio destino, dove
tutti erano chiamati a dare molto per ricevere ben poco. Lo spopolamento pertanto
incominciò il suo naturale corso ed in Val Mastallone, pur se contenuta,
la curva della depressione demografica iniziò a salire.
Alla lotta per l'elevazione sociale dei disagiati emigranti legò il
suo nome la bella personalità di Alberto Bossi di Brugarolo. Terzo
di nove fratelli, Alberto Bossi fin da bambino (era nato nel 1872) dimostrò
una vivace intelligenza: finite le scuole elementari nella piccola scuola
di Brugaro volle trasferirsi a Varallo Sesia per poter frequentare le scuole
superiori. Per non gravare sul magro bilancio familiare, s'ingegnò
dapprima copista presso l'Ufficio del Registro di Varallo Sesia, dove ebbe
modo di terminare gli studi e successivamente si poté iscrivere all'Università
di Torino. Contemporaneamente vinse un concorso presso il Ministero, ma poiché
non era in grado di trovare la somma per la cauzione relativa, dovette a malincuore
rinunciare ad una carriera che si preannunciava brillante. Amareggiato emigrò
all'estero, come molti convalligiani, onde guadagnare il pane per sé
e per aiutare i genitori e gli altri otto fratelli. Dapprima lo troviamo ad
Annecy e poi a Ginevra facendo il duro lavoro del gessatore ed infine del
decoratore.
Vivendo in mezzo agli emigranti della nostra terra, si rese conto della loro
triste situazione e si prefisse di porvi rimedio. Quasi tutti i valsesiani
emigrati, pur parlando bene o male la lingua francese non erano in grado di
scriverla, così istituì una scuola serale gratuita di francese,
aritmetica e di cultura generale. Scuola aperta non solo ai valsesiani ma
a tutti quegli italiani residenti in quella nazione, che pur lavorando volevano
istruirsi. Profuse così, a piene mani, il suo sapere con mirabile spirito
di sacrificio e con alto senso sociale; sentì inoltre la necessità
di riunire tutti i valsesiani, lontani dalla patria, in una grande famiglia
per l'aiuto reciproco ed il 20 novembre 1896 fondò la "Famiglia
Valsesiana" di Ginevra, dimostrando, con questo gesto, un grande spirito
altruistico per il benessere e l'elevazione sociale dei nostri conterranei.
La morte lo ghermì giovanissimo nel 1903; nel piccolo cimitero di Brugaro
fu posta sulla tomba di famiglia, una lapide a forma di libro, che reca inciso
sotto la fotografia:
COI GENITORI E CONGIUNTI
SI RICORDA
BOSSI ALBERTO
PIONIERE DEL RINNOVAMENTO
SOCIALE E DEMOCRATICO
DEDICO' INTELLETTO E VOLONTA'
ALL'ELEVAZIONE DEL POPOLO
I nostri antenati andarono di preferenza in Valle d'Aosta, in Val d'Ossola,
nel Varesotto, nel Monferrato e nella Lomellina. Solo più tardi, dopo
l'Unità d'Italia e la costruzione della ferrovia, assistiamo ad una
massiccia emigrazione all'estero; prima era un fatto sporadico. Dell'emigrazione
all'estero, il parroco di Cravagliana don Bernardo Zanetta, il 4 luglio
1898, cosė esprimeva il suo giudizio di drastica condanna: "Dato che
frequentano la Francia, i loro costumi non sono pių quelli di prima".

Naturalmente l'emigrante faceva a piedi questo lungo e faticoso viaggio; non
lo faceva mai da solo ma in gruppo per incoraggiarsi e prestarsi aiuto ed
assistenza in caso di malori e disgrazie. Bisognava comunque avere una grande
resistenza ed il piede montanaro ben abituato ai sentieri selciati o polverosi,
ai pendii rocciosi, ai passaggi sui ghiacciai quando occorresse. Bisognava
affrontare l'aria pungente delle grandi altitudini, camminare sotto il sole,
la pioggia o la neve; affrontare le intemperie possibili, i temporali ed il
pericolo delle valanghe. Non era una passeggiata turistica con le mani in
tasca. Erano pesantemente carichi: bagagli personali, viveri, strumenti di
lavoro, martelli, picconi e trivelle, pennelli e scatole di colori, asce e
scalpelli. Era un viaggio di parecchi giorni, al minimo una settimana, a tappe,
con dei rifugi assicurati e tradizionali dove si avevano conoscenze e si incontravano
altri operai che facevano la stessa strada o che ritornavano al paese.
La gente di Cravagliana risaliva la Val Vogna, partendo da Riva Valdobbia,
attraversava il Colle di Valdobbia - Ospizio Sottile e scendeva nella Valle
del Lys fino a Gressoney St. Jean e da qui proseguiva per la Francia o per
la Svizzera. Lione, Francia, inizi 1800 è segnalata la presenza di
emigranti cravaglianesi, attivi come decoratori, stuccatori e falegnami.
L'emigrazione era alimentata unicamente dagli uomini, mai da intere famiglie,
ed essa non era che temporanea. Gli emigranti generalmente lasciavano il paese
con il vivo desiderio, anzi con il fermo proposito, di ritornare in seno alle
proprie famiglie e di rivedere il luogo natio, al quale erano attaccati con
l'amore del patriottismo più spinto. La maggior parte dei maschi emigrava
in primavera per poi ritornare sul principio dell'inverno; quella poca gente
che restava si dedicava, insieme alle donne, ai lavori pastorizi ed agricoli.
Da una testimonianza che ho raccolto a Brugarolo, paese nativo di mio nonno,
emerge come il ruolo dei bambini nell'economia e nell'organizzazione della
vita familiare assumeva, fin dalla tenera età, un po' prima per le
femmine rispetto ai maschi, i caratteri di pieno coinvolgimento. Cito Secondo
Pracchinetti, classe 1890, in un'intervista di qualche anno fa: "A otto,
nove anni si faceva! Uno dei miei fratelli andava con le mucche, io ed un
altro fratello guardavamo le capre ed il maiale ed anche il piccolo fratellino
che aveva un anno. Mi fratello poi andò in Francia, ad undici forse
dodici anni, ad imparare il mestiere. La mamma andava a tagliare l'erba per
le mucche. Partiva magari alle due, tre di notte e veniva a casa alle nove
di sera. E bisognava fare la minestra anche per lei".
Solo dopo la Prima Guerra Mondiale apparve chiaro come l'emigrazione da temporanea
fosse diventata definitiva; l'emigrante non tornò più in patria
e chiamò a sé tutta la famiglia. Iniziò il doloroso fenomeno
dello spopolamento montano.
Alcuni emigranti cravaglianesi esercitarono la mercatura nella zona di Ginevra;
intarsiatori e falegnami di Cravagliana hanno lasciato, sia in Francia che
in Svizzera, un'impronta indelebile della propria opera. E qui mi s'impone
una piccola considerazione: l'arte del legno è stata per secoli la
più alta e la più vera manifestazione del vivo e del nobile
spirito della nostra valle. Sono del Cinquecento - Seicento le rustiche seggiole
tripodi, comuni a tutto l'arco alpino, rintracciabili a Cravagliana, ove,
nella chiesa parrocchiale, si conservano anche dei bellissimi sgabelli presbiterali.
Giovanni Moretti, vissuto nel Settecento, è stato l'iniziatore dell'antico
prestigio degli scultori in legno e dei "minusieri" di Cravagliana.
E l'opera continua tuttora con degni rappresentanti tra cui Arturo Farinone,
stipettaio di valore, appassionato e competente nel restauro del mobile antico
e geniale rielaboratore delle più espressive forme degli antichi mobili
valsesiani.
Chiusa questa parentesi, voglio sottoporre un censimento redatto nel 1881
(la popolazione era composta di 1662 anime) in cui è evidenziato come
la zootecnia era elemento trainante per la misera economia domestica.
Ricavo quanto segue:
657 capre;
621 vacche;
252 pecore;
108 vitelli;
25 montoni;
13 maiali;
2 tori;
1 bue.
Intorno appunto al 1900 la crisi si accentuò e la situazione si fece
grave.
Agli inizi di questo secolo venne inviato a tutti i parroci del vicariato
di Val Mastallone un questionario sull'emigrazione. Questo in breve sintesi
quanto la parrocchia di Cravagliana rispose: "... nazioni e paesi dove
si emigra: Francia, Svizzera, Germania, Italia; numero emigranti: imprecisato;
età dai quindici anni in su; sesso: uomini; il parroco è nuovo
nella parrocchia e fornirà altre osservazioni.". Anche la parrocchia
di Ferrera ebbe a relazionare: "... Francia (Savoia, ecc.); duecento
circa; muratori, gessatori; dai tredici anni in su; uomini.".
Nel 1906 furono 790 gli emigranti che lasciarono la Val Mastallone. Essi erano
perlopiù gessatori, decoratori, muratori, falegnami, lattonieri e camerieri.
Tra i molti parroci, che sottolinearono i gravi pericoli dell'emigrazione,
interessante è quanto rimarcava il parroco di Ferrera don Giuseppe
Teruggi, che - come vedremo più avanti - si fece promotore nella sua
parrocchia della costruzione di cave e di miniere ai fini di impedire la diaspora
dei fedeli. Scriveva don Teruggi il 21 dicembre 1909: "I parrocchiani
devono emigrare e quasi tutti vanno in Francia. Partono a quattordici anni
e fin verso i venti non tornano più a casa. E' questo il periodo più
fatale: abbandonati a sé o in dipendenza di padroni indifferenti religiosamente
od empi, diventano facilmente preda della gran piaga moderna, l'indifferentismo
che in questi ultimi tempi accenna a diventare positivamente nemico della
Religione.".
L'osservazione cui teneva di rilevare soprattutto il parroco era la permalosità
cui erano inclini i parrocchiani quando sentivano una predicazione molto forte,
la quale otteneva l'effetto di allontanarli dalla chiesa. Le parole del sacerdote
ben rilevavano le sue preoccupazioni e, quindi, il suo conseguente impegno
per una industria locale.
Sempre nel periodo antecedente al primo conflitto mondiale, Cravagliana vantò
grandi pionieri nell'arte dell'edilizia: antesignani, grandi impresari costruttori
furono i fratelli Raffaele e Tranquillo Moretti della frazione di Saliceto.
Essi operarono in varie parti del globo e in particolare in Marocco. Qui in
terra d'Africa, presso questa impresa si formò quasi una colonia di
cravaglianesi. Operai specializzati che seppero con dignità e senso
di responsabilità onorare il proprio nome e quello della Val Mastallone
anche a costo del sacrificio della propria vita, lontani dal paese natio.
Tra la comunità italiana formatasi in Annecy (Alta Savoia, Francia)
negli ultimi decenni del XIX secolo trovo la presenza di ben 26 persone originarie
di Cravagliana.
Dai desunti dal censimento del 1° dicembre 1921 un particolare ha attratto
la mia attenzione. E' il dato relativo al forte contributo pagato da Cravagliana
all'emigrazione: l'indice segnava il 24%!
Per analizzare meglio il fenomeno di questa recessione, ho preso in esame
una frazione fra le tante di Cravagliana.
Nel 1200 - 1300, quando fu fondata, la frazione di Saliceto (l'antica Salisei
e poi Salicetum) contava di circa dodici anime. Nella metà del secolo
passato raggiunse il massimo fulgore con una popolazione di un centinaio di
abitanti. Anche Cravagliana era in quel periodo in piena espansione demografica.
A Brugaro, Brugarolo, Nosuggio, Meula, Ferrera e Valbella Superiore la popolazione
stabile superava il centinaio di unità per ogni agglomerato. Nell'anno
1900 a Saliceto si ebbe una prima flessione e nel 1914, alle soglie della
Grande Guerra, la popolazione scese a 94 unità. Per la cronaca, i nuclei
familiari erano in totale venti così suddivisi: 9 famiglie Orgiazzi,
6 famiglie Moretti e 5 famiglie Reffo. Sempre per la cronaca e per soddisfare
eventuali curiosità, nel 1914 gli Orgiazzi erano ben 39, i Moretti
28 ed i Reffo 27.
Dalla fine della Grande Guerra sino al 1940 l'emorragia non ebbe soste, ed
agli inizi della Seconda Guerra Mondiale la situazione a Saliceto era la seguente:
popolazione stabile 35 unità, ripartita fra 13 nuclei familiari con
complessivi 14 Orgiazzi, 10 Moretti, 5 Reffo, 3 Debernardi, 3 Cominetti. Durante
gli anni 1940 - 1945 vi fu il gran ritorno per eventi bellici ed il paese
riebbe i suoi figli raggiungendo tra stabili ed oriundi la cifra di 54 unità.
Il seguito della storia è recente. Nel 1991, a Saliceto risultano residenti
15 persone, ma si contano stabili solo tre famiglie per un totale di 7 abitanti:
3 Regaldi, 3 Orgiazzi ed 1 Moretti. Età media cinquant'anni.
Analoghe situazioni, se non peggiori, si hanno nelle altre frazioni. Dietrosella
è addirittura scomparsa dalle carte geografiche: il declino di quest'ultima
frazione è stato rapidissimo. Abitata, almeno sporadicamente, fin verso
gli inizi degli anni Sessanta, ora non solo è disabitata ma, ad eccezione
di qualche casa fatiscente, è un ammasso di rovine. A Canera, Gula,
Ordrovago, Roncaccio, Sassello Superiore e Sottonoci gli abitanti si contano
sulle dita di una mano; Brugaro, Molino - Bellaria, Valbella Inferiore e Superiore
non stanno meglio; Colla, Sassello Inferiore e Selva non hanno più
alcun abitante e solo l'amore per la terra natia ed il focolare degli avi,
da parte degli oriundi, ha salvato dai crolli le antiche case.
Il tragico resoconto e le cifre che contabilizzano lo spopolamento della Val
Mastallone non mi porta a liete conclusioni.
Una documentazione specifica del fenomeno dello spopolamento l'ho reperita
all'Archivio di Stato di Varallo Sesia, ma presenta, in alcuni casi, vistose
lacune verificatesi a causa di scarti irrazionali delle carte che nel corso
degli anni hanno depauperato gli archivi. Per questo motivo i dati che emergono
da tali fonti sono spesso incompleti; mi sento in dovere anche di precisare
che non tutte le fonti conservate presso la sezione di Varallo Sesia sono
state riordinate ed inventariate. Una mappa completa dei documenti si potrà
avere soltanto a schedatura ultimata. Laddove è stato possibile ho
attinto dai registri di popolazione o situazioni di famiglia.
Una piccola postilla: all'Archivio di Stato di Varallo Sesia, da un inventario
fatto nel 1982, vi sono relativi a Cravagliana 143 buste, 33 volumi e registri,
9 fogli di piante e disegni, e documenti dall'anno 1829 fino al 1945.
Un aspetto particolare dell'emigrazione fa riferimento ad una fonte anch'essa
particolare e limitata: quella del Casellario Politico Centrale del Ministero
dell'Interno, conservato nell'Archivio Centrale dello Stato a Roma.
In questo schedario figurano i nomi di due cravaglianesi: Giuseppe Calderini
(nato il 12 gennaio 1870, falegname) che venne schedato nel 1905 come anarchico
e poi emigrò in Svizzera; Giacomo Boggini (nato il 1° gennaio 1872,
gessatore) che iscritto al Partito Socialista venne ritenuto individuo pericoloso
e quindi registrato nel 1910 come sovversivo. Nonostante ciò gli venne
concesso il passaporto per l'espatrio in Francia a scopo di lavoro.
Già l'11 aprile 1848 in una lettera indirizzata al parroco di Cravagliana,
il Vescovo esortava il Pievano a vigilare informandolo che "alcuni operai,
i quali tentarono di sollevare la Savoia, appartenendo a codeste parti si
restituiranno alle loro case e che infetti degli errori del Communismo e del
Radicalismo, potrebbero essere di pregiudizio col le loro massime sia per
quanto riguarda la religione che per l'ordine pubblico".