

USI E COSTUMI: il teatro - i pubblici esercizi
Un
po' tutti i nostri nonni ebbero la comune passione per il teatro. Chissà
come e chissà dove riuscirono ad avere la partitura scritta di qualche
commedia, dramma o farsa da rappresentare. Sorvolato questo primo ostacolo,
grande fu la passione che indusse i cravaglianesi ad organizzarsi. Questo
accadeva sul finire del secolo scorso ed alle soglie del secolo presente.
Recite si tennero già nel 1885 nella prima sala teatrale a Nosuggio
ed in seguito nel 1902 a Bocciolaro; e mentre le rappresentazioni si alternavano
tra queste due località, a Cravagliana ci si preparò al nuovo
teatro parrocchiale.
Prima del 1911 non esisteva nella parrocchia di Cravagliana nessun locale
adatto ove la gioventù potesse raccogliersi; le difficoltà che
si opposero all'esecuzione del progetto di costruzione del teatro furono molte:
non ultimi, secondo don Bagnati, ostacoli da parte delle stesse autorità
locali.
Pur con le sue deficienze, ma con palco, fossetta per il suggeritore, posti
a sedere, il teatro del capoluogo fu, di gran lunga, il migliore e decretò,
in tal modo, la decadenza dei precedenti ritrovi.
Il 19 febbraio del 1911 appunto, fu inoltrata, alla Prefettura di Novara,
domanda per estrarre dal Mastallone la sabbia ed i sassi occorrenti. La domanda
venne accolta con decreto del 24 marzo.
Nel mese di aprile, fatte le pratiche d'assicurazione degli operai per gli
infortuni sul lavoro, si diede inizio ai lavori e finalmente il giorno 10
maggio fu posta la prima pietra nelle fondamenta del teatro parrocchiale di
Cravagliana.
Nel mese di agosto fu già posto il tetto all'edificio: nei mesi successivi
furono eseguiti gli altri lavori di adattamento all'interno ed all'esterno.
Il salone sorse poco discosto dalla chiesa parrocchiale ed a fianco dell'oratorio
di S. Marta. Aveva una porta principale d'ingresso e tre altre di sicurezza,
otto grandi finestre, misurava sei metri di larghezza per sedici di lunghezza,
dei quali quattro occupati dal palco.
"La spesa sostenuta", scrisse il pievano don Bagnati, "per
la costruzione di questo salone e per la sistemazione dell'area circostante
fu assai rilevante, come è facile comprendere, avendo il sottoscritto
dovuto fare la provvista di tutti i materiali occorrenti, e pagare gli operai".
Contemporaneamente alla costruzione dell'edificio si costituitì la
prima compagnia drammatica composta di soli fanciulli ed il giorno 26 dicembre,
solennità di S. Stefano, fu fatta l'inaugurazione del nuovo salone,
in cui i citati piccoli attori "istruiti nel modo più conveniente",
diedero la prima loro rappresentazione eseguendo il seguente programma:
Parte
I^
- Dialogo d'occasione
- Inno dei fanciulli
(cantata inaugurale)
Parte
II^
Presepio - Scena pastorale
(canto e suono)
Parte
III^
"Senza baffi"
(farsa brillantissima in un atto)
---
Buonasera
(cantata)
Il teatro
fu affollato e la bella esecuzione fatta dai fanciulli riscosse unanime approvazione.
Anche Ferrera non volle essere da meno e nel 1915 si cominciò a recitare
in un locale del Ristorante Marazza. Nello stesso anno però, in seguito
all'entrata dell'Italia in guerra, le rappresentazioni teatrali furono sospese
"in attesa di tempi migliori".
Ad eccezione del teatro di Cravagliana, tutti gli altri locali di Bocciolaro,
di Nosuggio e di Ferrera, funsero anche da sale per trattenimenti danzanti.
Il
teatro in Val Mastallone visse un'epoca d'oro durata quasi un trentennio.
Collegato direttamente a questo momento di svago e di cultura, c'è
da registrare, sempre a cavallo dei due secoli, il risveglio dei pubblici
esercizi.
Qui mi sia permesso fare una riflessione di carattere sociologico.
Per secoli sappiamo già che tra i nostri monti la vita si svolse sempre
uguale, tra infinite ristrettezze. Nello scorso secolo ci fu ben poco di cambiato;
le risorse furono sempre quelle ed i bisogni anche. Tuttavia a partire dai
primi anni dell'Ottocento, qualcosa impercettibilmente cominciò ad
evolversi verso il meglio. Il periodo napoleonico portò delle innovazioni
e dei provvedimenti che fecero si da sembrare un po' meno poveri, anche se
le miserie furono ancora tante ed ancora grandi.
Tra il 1800 ed il 1810 si cessò la fabbricazione casalinga di quel
pane di segale confezionato con il prodotto del proprio terreno e che, a norma,
veniva fatto cuocere due volte all'anno. In molte case c'era il forno ed in
questi forni - a Cravagliana ce n'erano almeno una decina - questo pane veniva
cotto. Per la conservazione veniva poi appeso al soffitto. In seguito si coltivò
ancora la segale ma in misura molto ridotta e per lo più il raccolto
di questo prodotto venne destinato all'alimentazione del bestiame. Il pane
di segale, ovviamente, si continuò a consumarlo, e qui mi aggancio
al discorso di prima, ma diventati ricchi..., lo si andò a comperare
al molino.
Da un elenco di esercenti autorizzati alla "vendita del vino al minuto
nel distretto della Valle Sesia", elenco che porta la data del 29 luglio
1818, per quanto riguarda il Comune di Cravagliana sono nominati Alberto Orgiazzi
di Brugarolo e Giovanni Maria Ferraris di Cravagliana.
L'Ottocento fu il secolo delle grandi novità. La più importante
fu senza ombra di dubbio la costruzione della strada carrozzabile.
I secolari sentieri si trasformarono in strade più accessibili: i carri
resero assai più redditizi i trasporti e fra l'altro valorizzarono
i boschi, cosicché si trovò più conveniente vendere direttamente
la legna anziché farne carbone. Le diligenze iniziarono regolari servizi,
la popolazione raggiunse il tetto della densità mai più ripetuta
negli anni a venire. A tutto ciò vi è da aggiungere un notevole
incremento del traffico commerciale. Minatori arrivarono in Valbella, artigiani
del ferro e fonditori giunsero a Ferrera ed a Saliceto, mercanti di carbone
e di legna a Cravagliana, acquirenti di noci a Nosuggio ed a Pianaronda, rivenditori
di granoturco e di farina a Molino - Bellaria ed a Grassura, speziali e droghieri
a Meula.
In un quadro di ascesa civile ecco l'importanza, la necessità e l'esigenza
di locande, di trattorie e di osterie che, oltre ad offrire un momento di
scambio di mercato, finirono con l'essere luoghi di svago e di incontro, nonché
luoghi di perdizione, come furono definiti dalle pie donne del tempo.
I più intraprendenti aprirono un po' ovunque queste botteghe, sfruttando
magari un locale o più stanze della propria abitazione. Le osterie
e le locande divennero anche esercizi per la vendita di generi alimentari
e di tabacchi.
Tali luoghi pubblici, dove il vino veniva consumato, cioè bevuto sul
posto, erano rozzi stanzoni adattati alla meglio, con sgangherate tavole e
panche di legno. Insomma era più importante il servizio che non la
forma e l'apparenza.
Nel 1821 si potevano censire il seguenti osti:
a Cravagliana: Alberganti Giacomo Antonio e Ferraris Rosa;
a Brugarolo: Orgiazzi Alberto;
a Colla: Tognaccio Giuseppe;
a Giavinali: Bossi Luigi;
a Nosuggio: Balma Giuseppe;
a Ferrera: Ghelma Giovanni.
Precedenti al periodo menzionato, ci furono un'osteria a Brugarolo, due a
Cravagliana, una a Ferrera ed una a Grassura, che poi si trasferì a
Nosuggio. Altre osterie, delle quali però non esiste più alcuna
traccia, ebbero vita nello stesso periodo e sorsero a Valbella Superiore,
a Meula, a Pianaronda, a Grassura, a Canera ed a Brugaro.
Con la nuova strada ci furono una nuova osteria a Bocciolaro, altre due a
Brugarolo, una seconda a Ferrera, un'altra a Nosuggio, una alla Bellaria ed
una a Molino. Poi venne anche quella di Baraccone, di gran lunga la più
rinomata.
L'osteria di Baraccone (con sala da pranzo, stalla ed annesso fienile per
i cavalli nonché rimessa per i carri) fu, per un considerevole numero
di anni, un punto di incontro e di riferimento, che gli altri esercizi pubblici
della valle non ebbero anche in considerazione del fatto che tale locanda
fu tappa obbligata prima di continuare il viaggio per la valle. Il posto dove
sorse poi il caratteristico fabbricato fu probabilmente trovato assai comodo,
al momento in cui fu costruita la strada carrozzabile, per edificarvi una
baracca di legno per riporvi l'attrezzatura da lavoro e magari per il ricovero
temporaneo degli operai ed anche un punto d'appoggio delle merci che risalivano
la valle.
Nel 1876 aprì un'osteria a Valbella Superiore. Dal 1882 a Nosuggio
ci fu la nuova osteria di Giuseppe Reffo ed a Brugarolo quella del "Garibaldi".
Più tardi aprì i battenti, a Brugaro, l' "Osteria Alpina"
di Ambrogio Pracchinetti. Nell'autunno 1898 s'inaugurò la "Nuova
Osteria della Ferrera" di Giovanni Galletti; quattordici anni dopo sempre
a Ferrera, Silvestro Marazza fece costruire una nuova casa ad uso ristorante,
negozio commestibili, sali e tabacchi. Vi furono anche servizi di alloggio
e di scuderia.
A Bocciolaro, a fine secolo, ebbe vita l' "Albergo Internazionale"
di Luigi Frigiolini. Sempre a Bocciolaro era già esistente l' "Osteria
Monterosa". Quest'ultima locanda fu gestita dalla, altrimenti nominata,
Maria Vuncia. Questo ingiurioso nomignolo lo si giustificò con il fatto
che sia la proprietaria del locale quanto il medesimo furono certamente un
po' trasandati e la pulizia fu "sui generis".
Nel 1899 a Cravagliana aprì il Ristorante del Cacciatore. In paese
furono già attive l' "Antica Osteria Sant' Andrea" (ubicata
ove risiedeva il compianto prof. Paolo Bossi), gestita dall'ex Maresciallo
dei Carabinieri Nanotti, e la "Trattoria della capra". Vi erano
anche l'Osteria della Bell'Aria del Perona, l'Osteria del Cervo del Moretti
ed a Baraccone l'Osteria di Angelo Fontana detto tival.
Riporto ora due pubblicità di inizio secolo XIX:
FERRERA
di Cravagliana - Sesia
RISTORANTE MARAZZA
con Alloggio - Stallazzo - Giuoco delle Boccie
SALE E TABACCHI
COMMESTIBILI
Scelti vini - Cucina alla casalinga
PREZZI MODICISSIMI.
Galletti
Giovanni
OSTE
E NEGOZIANTE
di Cravagliana
VINI e liquori
Cucina casalinga.
Ancora oggi è un piacere sottile trovarsi con gli amici nell'osteria giusta e spizzicare, ed intanto confrontare una toma con l'altra: la grassa, un poco colante, dal gusto pieno; la magra dal sapore ancora di latte; la stagionata, più rara, che impreziosita dalle cure amorose delle donne pazienti che l'accarezzano sovente con olio ed acqua salata sino a renderla asciutta, quasi tarlosa, ma di grana saporosa. Nata, pare nell'XI secolo (come risulta da documenti storici) la produzione del formaggio fu l'unica possibilità che si ebbe a quel tempo per conservare il latte evitando che così andasse a male. Ogni sera ed ogni mattina, dopo la mungitura, con il latte ancora tiepido le nostre nonne "facevano la Tùma", aggiungendo semplicemente un po' di caglio al latte, riscaldato sul fuoco del camino. Nato come "formaggio dei poveri", con il passare del tempo la toma ha conquistato i ceti più abbienti, da non far rimpiangere certi aristocratici e decantati formaggi.