

LE ISTITUZIONI : la comunità ed il curato
Oggetto di questa nota, momenti di un passato remoto,
cinquant'anni dopo l'apocalittico incendio del 1616. Si tratta di "Capitoli"
stabiliti tra la Comunità di Cravagliana con il loro Rev. Curato: è
un insieme di clausole che si riferiscono ai rapporti tra gli abitanti del
luogo e la più alta autorità religiosa. Il tutto è datato
26 febbraio 1672.
Premetto che la lettura non è cosa facile per i profani perché,
oltre alle naturali difficoltà di comprensione, compaiono parole e
termini oggi completamente in disuso, nonché frasi e locuzioni a me
del tutto sconosciute.
Ne emergono, comunque, i ferrei principi e le rigide normative che Curato
e Comunità (Sindaci) dovettero rispettare per evitare prevaricazioni
ed abusi.
Alla decisione della Comunità di non essere tenuta a pagare alcun chierico
che aiutasse il Curato non essendovene la necessità, lo stesso Curato
si rifà ad un decreto del Vescovo di Novara Bascapè ed all'usanza
antica di concedere una certa mercede alla parrocchia per mantenere una persona.
La Comunità poi insiste sul fatto che il Curato "non possa pretendere
lo staro (una misura di capacità di un recipiente, lo staio; N.d.A.)
colmo di segale" ma che "lo staro sia dato randato di giusta misura",
cioè non colmo oltre i bordi. E come se ciò non bastasse, lo
staro doveva essere devoluto soltanto dai capofamiglia, cioè "focolarmente"
e se vi fossero diversi capofamiglia che abitavano assieme, il Curato non
debba pretendere che solo uno staro. Da queste precisazioni della Comunità
appare evidente quanta povertà esistesse allora e quanto la miseria
più nera non consentisse di dare alla Chiesa più del dovuto
anche se si trattava di semplici chicchi di segale, la farina del tempo con
cui si confezionava il pane, come già ricordato.
Sulla questione delle prebende per i battesimi, per i funerali e per i matrimoni
le controversie non finirono mai, ma alla fine si stabilì che l'onorario
di un battesimo il Curato non possa pretendere più di soldi dieci,
per la sepoltura di un corpo a stola nera (la striscia di tela nera che il
Curato mette sopra l'abito talare) non più di soldi trenta oltre alla
candela di quattro onze e per la sepoltura di un corpo a stola bianca non
più di soldi quindici con una candela di tre onze. Ma la prebenda per
ogni funzione religiosa doveva essere sempre accompagnata dal "fazzoletto",
un ridotto taglio quadrato di stoffa di lino bianca che però, come
il Curato osserva nei "Capitoli", detti "fazzoletti stabiliti
da darsi nelli matrimoni, sponsali e battesimi non siano strazzi e questo
perché uno dei contrari della Comunità abbia avuto l'ardire
di farlo". Chi sia stato colui che al posto del fazzoletto abbia dato
al curato uno straccio, non è dato di saperlo ma ciò comprova
ancora una volta che allora non si navigava nell'oro e che anche un semplice,
un fazzoletto, era un bene prezioso da non distogliere dai propri pochi averi.
Per le S. Messe da officiare nei numerosi oratori e chiesette disseminati
nel territorio della vasta parrocchia (furono ben 70 gli oratori, come detto
qualche pagina addietro) si stabilì che al Curato vengano date "tre
parpaiole", termine ormai sconosciuto indicante per parpaiola il controvalore
di una moneta di due soldi e mezzo. Altra precisa condizione, prevista dal
Rev. Alberganti, è che "li osti non vendano vino, ne diano da
mangiare ad alcuno se pria non sia fornita la Messa Grande, né al Vespro,
né altri Divi Offici". Già allora, benché i costumi
fossero rigidissimi e l'osservanza ai doveri religiosi non fosse disattesa
che da pochi, v'era forse qualcuno che alle litanie liturgiche ed alle prediche
del Curato preferiva ben altri divini uffici presso l'osteria accanto alla
chiesa.
Ma tutto il mondo è paese perché, come si legge in altra parte
dei "Capitoli", si stabilisce ancora che tutto il popolo debba venire
a Messa ed alla predica "senza stare fora dalla chiesa ciarlando, mormorando
di questo o di quell'altro".
A distanza di secoli, di quei "Capitoli", di quei periodi di profondo
attaccamento alla religione cristiana e di quei fervori quasi mistici, oggi
è rimasto ben poco. Ma non si può negare che la chiesa di un
tempo fu l'elemento indiscusso e trainante nei processi evolutivi della nostra
popolazione. E' altrettanto inconfutabile che il sacerdote, più che
un guaritore di anime, fosse il vero centro motore della Comunità ed
il faro cui la gente guardava come unica e sicura luce da cui trarre gli insegnamenti
e la forza spirituale. Elementi basilari per sopravvivere a fronte delle asprezze
di una vita grama, fatta di stenti e di miseria e che le condizioni climatiche,
le alluvioni del Mastallone, le valanghe, i disastri degli incendi e l'isolamento
resero ancora più dura, per non dire quasi invivibile.