

GIACOMO GINOTTI

Nato nel lontano 5 dicembre 1845 a Brugaro,
terzogenito di quattro figli (due maschi e due femmine) di Giovanni Battista
e da Angela Pracchinetti, Giacomo Ginotti fece i suoi primi studi nell'antica
Scuola di Disegno di Varallo Sesia sotto il compianto professor Frigiolini,
e nel Laboratorio Barolo. Sull'esempio dei suoi conterranei emigrò
poi giovanissimo in Francia, ove il quotidiano lavoro, nella sua modesta mediocrità,
provvedeva e bastava così alle esigenze economiche ma non soddisfaceva
e non spegneva l'ardente sete di bellezza che, giovinetto gli aveva non inspirato
il panorama ed il cielo nativi. Così avvenne che dopo breve permanenza,
rimpatriò e, iscrittosi alla Accademia
Albertina di Belle Arti di Torino, ne frequentò, dal 1864 al
1869, con il più entusiastico successo i corsi, sotto l'altissimo magistero
di Vincenzo Vela.
Negli anni di Accademia, il Ginotti si segnalò sempre fra gli alunni
più valenti: nel primo anno, si meritò il premio di prima classe
(medaglia d'argento) per il concorso della statua ed il premio speciale per
il concorso della testa di espressione; nell'anno 1866-67, la menzione onorevole
di seconda classe, il premio di quarta classe e la medaglia d'oro, del valore
di lire 150; nel terzo anno, il premio di seconda classe (medaglia d'argento)
e nel quarto, l'ultimo, il primo premio di scultura (medaglia d'oro del valore
di lire 300).
A ventiquattro anni Giacomo Ginotti andò a Roma a vedere ed ammirare,
a studiare ed ad imparare molto ancora: a Roma il Ginotti si fermò
per ben 15 anni e poté allora frequentare gli studi degli scultori
più rinomati, i quali non tardarono a riconoscere ed apprezzare l'opera
del giovane artista cravaglianese, che sapeva lavorare il marmo con una finitezza
e castigatezza ammirevoli. Dal 1869 al 1872, quattro anni di coraggioso, indefesso,
ostinato lavoro di preparazione: poi, le prime opere.
Dopo il "Giovinetto che sparge fiori", la sua opera prima, espressiva
statua in marmo che inviata all'Esposizione di Vienna nel 1873 fu venduta
subito dopo pochi giorni dopo l'inaugurazione della mostra, egli ebbe la superba
affermazione con l'altra sua opera "La Schiava": dallo sdegno iroso
del volto alla violenza dello strappo per sottrarsi ai lacci che l'avvincono,
nell'agitarsi spasmodico della bella persona, dominata dal terrore della caratteristica
del conato di liberazione dalla soffocante catena della schiavitù,
l'opera, presentata nel 1877 all'Esposizione di Napoli, è tutto un
insieme di sentimento e di forza che conquista. La statua fu acquistata da
Re Vittorio Emanuele II^.
Compiuto il ciclo romano, il Ginotti ritornò nell'aristocratica Torino,
tradizionalmente sede ambitissima degli artisti valsesiani, alle porte della
loro terra.
Non cercò onori, nè favori; nella sua laboriosità il
culto del suo mondo, cuore e spirito, aveva solo due scopi: la famiglia e
l'arte. Unico premio: la gioia del capolavoro, intima, spontanea, profonda,
sentita. Il carattere mite e tranquillo lo fece schivo di ogni genere di grancassa,
attese nobilmente alla manifestazione della sua vocazione con la serena umiltà
del francescano. Ricevette la croce di cavaliere come un encomio, non come
un'onorificenza, cui anteponeva le non poche medaglie d'oro conquistate in
patria ed all'estero. Il plauso lo incoraggiava a superarsi, non lo insuperbiva.
Psicologo ed anatomico impareggiabile, modellò le più contrastanti
creature femminili trasfondendosi il soffio delle passioni umane.
Nel 1880 in Torino espose "Nidia la cieca", la bellissima fanciulla
pompeiana dalle pupille senza luce, cauta ed incerta nell'incedere in offerta
pudica di fiori. Per il classico soggetto di sentimentale purezza Giacomo
Ginotti rifuggì dalle consuete modelle aitanti e formose, che pur gli
avevano permesso di compiere tante opere di grido, e volle ritrarre la sua
sposa, che nella grazia e nella gentilezza delle fattezze compendiava, in
armonica e dolcissima sintesi, l'ideale da eternare nel marmo. Sotto il trasparente
velo di una breve tunica si scorge il fremito delle deliziose forme della
giovane donna: il bulino dell'artefice non comune ha dato calore di vita alla
materia gelida.
Ammiratissima da tutti la "Nidia" fu acquistata da S. M. Umberto
I.
Il segreto di così sublime bellezza: Nidia era il ritratto della sua
giovine sposa. Due anni prima, e precisamente il 2 settembre 1878, infatti,
il Ginotti aveva condotto all'altare, in Ivrea, Emilia Nicola di Vercelli,
che lo allietò poi del sorriso di due bimbe ed un fanciullo; Gina,
Giulia ed Alessandro. (Il Ginotti era profondamente attaccato alla terra valsesiana:
volle che la sua prima figliola, Gina, ricevette la sua Prima Comunione nella
chiesa parrocchiale di Brugaro, e in quella ricorrenza amò invitare
a banchetto i parenti e gli amici cravaglianesi, dimentico della celebrità
e dei suoi trionfi, felice solo di ritrovarsi tra i suoi monti, pago di conversare
nel dialetto del suo paese).
Nel 1881 ecco un'altra donna: "La Petroliera vinta". Sentimenti
focosi, incendiari, distruttori, scintillano nello sguardo ossessionato della
donna, resa impotente dalle corde che ne immobilizzano le braccia muscolose,
reprimendo l'acceso sfogo di furente ribellione. Saggio efficacissimo del
contrasto tra volere e potere, l'opera fu premiata nel 1884 con medaglia d'oro
all'Esposizione di Liverpool. Il marmo è attualmente esposto nel Museo
Civico d'Arte Moderna di Torino ed una copia in bronzo nel Museo di Vercelli.
Nel 1882, all'Esposizione degli Artisti di Torino, il Ginotti presentò
una statua in creta: "la Fede", meravigliosa per modellatura della
forma, stupenda per sentimento e per intuizione.. Nello stesso anno l'artista
realizzò un busto in marmo intitolato "L'innocenza".
Al tipo di donna forte e volitiva appartiene "Lucrezia", la bella
e virtuosa sposa di Collatino Romano, nel supremo olocausto della vita per
il dolore dell'oltraggio subito, opera molto lodata alla Mostra Internazionale
di Roma nel 1883.
L'avvenente procacità di tante sode bellezze femminili aveva creato,
a torto, in critici superficiali, l'impressione che il nostro scultore non
sapesse rendere, con plastica naturalezza, la magrezza somatologica. Ma il
Ginotti non tardò a smentirli. Ideò e compose una Fede all'infuori
degli aspetti comuni impersonandola in uno scheletrito vegliardo, tutto grinze
e rughe, dagli arti scarni ed ossuti, ascetica figura pervasa ed illuminata
da una vivida fiamma interna che l'eleva e l'arde. Lavoro che riscosse concordi
lodi e di cui l'unico esemplare appartiene alla Pinacoteca di Varallo Sesia,
che si vanta di possedere pure i gessi patinati di Nidia, della Petroliera
e di Lucrezia.
Altro saggio di duttilità rappresentativa è indubbiamente "Alessandro
Manzoni", di grandezza naturale, seduto. Ho ammirato sovente le marcate
sembianze del suo tramonto fisico nel grandioso gesso patinato che si conserva
nella citata Pinacoteca. E' vivo e parlante, tanto che pare si trattenga in
conversazione con gli astanti.
Allo stesso genere può ascriversi "Corites", espressivo busto
di un forte e tenace agricoltore, in cui la tecnica al servizio dell'intuito
ha reso con assoluta vivezza l'impronta della figura reale. Questo busto fu
acquistato dal Municipio di Torino.
Un'altra opera che all'estero ebbe l'onore della medaglia d'oro fu l'"Euclide
giovinetto", il grande matematico, esposto con incontrastato successo
a Roma, a Genova e a Berlino: la scultura venne subito acquistata dal Ministero
della Pubblica Istruzione (Museo Nazionale di Roma).
Sebbene costretto dalle inderogabili esigenze della sua professione a vivere
lontano dal paesello natio, il Ginotti amò sempre con immenso affetto
la sua Valsesia. Nel 1885, in occasione delle solenni commemorazioni a Gaudenzio
Ferrari, tanto a Varallo Sesia quanto a Valduggia, accettò di buon
grado la nomina di membro onorario del comitato e prese parte con entusiasmo
a tutti i festeggiamenti.
Il 1886 fu per il nostro artista un anno assai fecondo.
Giacomo Ginotti trattò da par suo la scultura monumentale: ammiratissime
la "Grande Fontana" del palazzo Martini e Rossi sul corso Vittorio
Emanuele di Torino, un particolare della quale esiste in Pinacoteca sempre
a Varallo Sesia. A Novara fu apprezzatissimo il "Busto di Negroni",
a Torino riscosse molto pregio i "Fanciulli del Banchiere De Fernex",
vivace gruppo di adolescenti che giocano con un cervo; la Pinacoteca di Varallo
Sesia ne possiede il gesso patinato.
Il grande valore artistico di Giacomo Ginotti fu riconosciuto dalle nostre
maggiori Accademie: l'Albertina di Torino l'aveva eletto Accademico Nazionale
e quella di Belle Arti di Milano Socio Onorario. Correva l'anno 1887. la Fontana
che adorna una grande piazza di Buenos Aires. E così l'arte funeraria;
notevoli il Monumento Mellana a Casale Monferrato e la Formosa
Donna che siede sulla tomba dei conti di Brondello nel cimitero di
Torino ed il cui gesso patinato abbellisce le gallerie della nostra Pinacoteca.
E non voglio chiudere questa rassegna del valoroso convalligiano senza accennare
al marmo "Musa Alpina", solida e composta montanina in costume,
che si diverte a ricavare note musicali dalla ribebba, piccolo ed ingegnoso
strumento di origine valsesiana che allietava i nostri avi, esposta nel Museo
Civico di Torino; "Cenerentola", splendida testina di bronzo, soave
bellezza di ragazzina sole; "Alba", un amorino di fanciulla scolpito
per la Colonia Alpina Elena di Montenegro; a varallo Sesia, per la Società
d'Incoraggiamento, il pensoso busto del poeta Regaldi.
Nel 1891, anche l'Accademia di Belle Arti di Milano volle conferire al Ginotti
la nomina di Socio onorario.
Alla vigilia della sua acerba scomparsa, il Ginotti stava modellando il monumentale
Generale Robillant, che fu poi portato a compimento dal suo caro e degno allievo,
Casimiro Debiaggi, e collocato nell'aiuola di una piazza torinese.
Ispiratore di confidenza fin dal primo incontro ed anche quando la popolarità
lo raggiunse, il Ginotti non si inorgoglì mai e fu alieno da ogni rumore
e da ogni vanità.
Giacomo Ginotti lasciò la sua vita di geniale operosità in Torino
il 6 aprile 1897 a soli 52 anni. _