

TESTIMONIANZE
Giuseppe
Bossi, Brugarolo
“Il
Paitta era un muratore di Brugarolo e padre della Ila. Egli era stato emigrante
e poi aveva lavorato a Varallo Sesia; era un brav'uomo, ottimo muratore e
grande lavoratore. Durante gli anni della guerra, ogni mattina scendeva presto
da Brugarolo per andare a Varallo Sesia per poi, nel pomeriggio, ritornare
al paese.
Nel pomeriggio del giorno in cui i tedeschi occuparono Varallo Sesia (2 dicembre
1943), verso le quattordici il Paitta si accinse recarsi a Cervarolo ove era
sposata la figlia Teresa. In montagna erano in corso rastrellamenti e da lontano
si udivano rumori di esplosioni. La Ila preferì accompagnare il padre
per un pezzo della strada; di tanto in tanto passavano automezzi tedeschi.
All'osteria di Piane Belle il Paitta non rinunciò al solito bicchiere
di vino pomeridiano con gli amici. Espletata questa formalità, al bivio
per Cervarolo il Paitta salutò la figlia e s'incamminò verso
il paese.
Mentre la nera figura dell'uomo saliva lentamente, sotto il sole, i tornanti,
una colonna composta da quattro motociclette seguite da un auto, con a bordo
degli ufficiali, e da diversi automezzi carichi di soldati tedeschi, si fermò
improvvisamente accanto al Paitta. La Ila vide distintamente tutta la scena
ed urlò tra sé: "Povero mio padre!".Uno degli ufficiali
salutò il Paitta portando la mano alla visiera del cappello, poi impartì
un ordine secco e l'autista scese di scatto, passò davanti all'auto
ed aprì la portiera: il Paitta salì sull'auto. La Ila rimase
attonita. Successivamente la colonna si rimise in moto e, in breve scomparve,
dietro una curva. La mattina seguente la Teresa, sorella della Ila, raccontò
che i tedeschi, avendo chiesto al Paitta se fosse diretto a Cervarolo e avutone
la conferma, lo invitarono a salire sull'auto. Così il Paitta arrivò
nella piazza del paese seguito da circa duecento soldati. In piazza a Cervarolo,
i tedeschi gli offrirono da bere nella vicina osteria ma egli si rifiutò
perché "si sentiva già molto caldo..." e perché
non gli avrebbe fatto bene bere fuori pasto. Proprio lui che al contrario
godeva buona fama di forte bevitore! Infine lo salutarono con cordialità.
Così il Paitta attraversò il paese di Cervarolo mentre gli amici
lo guardarono con occhi nuovi e continuarono a salutarlo anche se non era
il caso. Infine si diresse verso la casa della figlia”.
Il Paitta, al secolo Giuseppe Bossi, era un fratello di mio nonno; questa vicenda è stata divulgata dall'illustre storico valsesiano avv. Enzo Barbano.
Mario
Zanone, Giavinali
“Era
il 27 ottobre 1944; verso le cinque e mezzo del pomeriggio come ero solito,
mi recai in bicicletta a lavorare a Varallo Sesia. Ero un operaio meccanico
rettificatore presso la ditta Elli - Zerboni. Strada facendo mi incrociai
con tre fascisti, tra i quali riconobbi il centurione che avevo avuto già
occasione d'intravedere presso la ditta in cui ero occupato, quando questi
vi si era recato a fare della propaganda. Il mattino seguente, quando dopo
il mio turno di lavoro tornai a casa, a Giavinali, mia moglie mi ragguagliò
circa uno scontro a fuoco avvenuto durante la notte tra i fascisti ed i partigiani.
Venni a conoscenza che un partigiano era rimasto ferito ed era stato rifugiato
presso Ca' Giulia. Dopo aver appreso queste notizie, esausto dal lavoro, mi
assopii.
Mi ridestai e dopo pranzo, udii degli spari provenienti all'incirca dalla
cappelletta di S. Stefano. Appresi, in un secondo tempo, che era stata uccisa
una mucca! Verso le tredici, mentre ero intento a dar da mangiare ai conigli,
venni aggredito alle spalle da un gruppo di facinorosi fascisti.
Essi mi picchiarono e mi percossero con pugni e calci di inaudita violenza,
riducendomi in un brutto stato. Mi trascinarono a ridosso della strada e qui,
allo scopo di sottrarmi a queste violenze, saltai da un muricciolo. Ma di
nuovo vennero a prendermi e giù nuove botte con rinnovata efferatezza.
Mentre tutto questo accadeva, ebbi occasione di vedere tre o quattro case
vicino alla mia che stavano andando a fuoco. I fascisti non si fecero pregare
due volte e subito se ne approfittarono per far scempio di tutte le cose,
anche le più futili. Sottrassero quei pochi beni che riuscirono a trovare
e distrussero persino le doti che le ragazze della mia frazione avevano, con
amorevole cura, preparato e confezionato in vista di un futuro matrimonio. Bruciava
di tutto: suppellettili, quadri, sedie, tavoli, mobili eccetera. Ed appunto
l'ardere di queste cose emise degli schioppettii tali da sembrare degli spari
di arma da fuoco. Infatti i fascisti, in stato di ubriachezza, ritennero doversi
trattare di colpi sparati dai partigiani appostati sulla riva opposta del
Mastallone. Intanto, in quel terribile frangente, mia suocera, allarmata dagli
avvenimenti che stavano incalzando, si domandò che diavolo stessi facendo.
Fu allora che mi chiamò, invitandomi a tornarmene a casa ben lungi,
ella, dal sapere quello che mi stesse capitando.
Ad un tratto sbucò fuori il centurione il quale impartì un secco
ordine ai suoi camerati, ingiungendoli di smetterla di torturarmi. "Altrimenti
lo uccidete!", furono le brevi ma decise parole pronunciate da lui. Ingiunse
inoltre ad un suo commilitone di piantonarmi; mi chiesero quindi di esibire
i documenti. Nonostante avessi tutti i lasciapassare del caso, sai quello
dei fascisti, sia quello dei tedeschi, non mi sentivo affatto tranquillo.
Mille pensieri mi pullulavano in testa, il mio animo era estremamente agitato,
le idee confuse: non riuscivo a capacitarmi cosa sarebbe accaduto a me ed
alla mia famiglia. Dopodiché il centurione mi rilasciò un foglio
in cui egli annotò qualcosa di suo pugno e mi disse di nasconderlo,
tra il calcagno del piede e la scarpa. Inoltre m'impose di recarmi, il pomeriggio
stesso al comando fascista di Varallo Sesia per consegnare la missiva.
Non ebbi mai modo di leggere oppure di sapere cosa fosse scritto in quel foglio.
Un eventuale mio sgarro poteva significare una sicura brutta fine per me ed
i miei cari. Finalmente con mio sommo sollievo, mi rilasciarono; mentre che
dal ciglio della strada mi accingevo a raggiungere la mia dimora, vidi prelevare
una decina di uomini. Che fine abbiano fatto quelle persone, non lo seppi
mai, neanche negli anni successivi alla guerra. Raggiunsi dunque casa, ed
in preda a tale emotività e senza dare giustificazione del mio stato,
pregai mia moglie di preparare la figlioletta - allora aveva poco più
di due mesi - e qualche vettovaglia dato che saremmo andati per qualche giorno
alla mia casa paterna”.
Costantino Novello, Cravagliana
“Dopo
l'8 settembre sono scappato: mi trovavo in Francia, a Sallanches, nel 20^
Raggruppamento Alpini Sciatori Battaglione Cervino. Ho attraversato Mégève,
il Monte Bianco e sono sceso ad Aosta. Qui, oltre ai numerosi altri compagni
di sventura, si sono aggregati i miei compaesani Fortunino Ceralli di Pianaronda
ed Aldo Orgiazzi di Ferrera.
Insieme proseguimmo poi per Gressoney, per l'Ospizio Sottile ed il Passo Antonini
e quindi finalmente a casa, a Pianaronda: era la sera del 12 settembre.
Fino all'aprile dell'anno seguente mi sono reso renitente alle numerose chiamate:
mi ero dato da fare come boscaiolo a Molino - Bellaria.
La mattina del 5 aprile del '44 iniziò il grande rastrellamento della
Val Mastallone ed io, con altri compagni, mi diedi alla macchia. Mi rifugiai
nei boschi appena sopra Molino - Bellaria con Franco Bottone, abitante nella
medesima frazione, ed Enrico Moretti di Meula.
Quando scesi a Pianaronda trovai il pievano di Cravagliana, don Adriano Cervia,
che mi obbligò, pena denuncia ed i miei familiari presi in qualità
di ostaggi, presentarmi alle milizie fasciste.
Era la vigilia di Pasqua quando noi giovani poco più che ventenni scendemmo
a Varallo Sesia. Erano con me, oltre a Franco Bottone ed Enrico Moretti, anche
Franco Ceralli di Pianaronda ed Enzo Moretti di Meula. Ad accompagnarci nella
nostra marcia vennero i nostri padri, il capitano delle milizie fasciste Tosi
(abitante a Grassura - il capitano Tosi stava provvedendo a portare a Varallo
Sesia il nipote rimasto ferito ad un braccio - ) ed il pievano don Cervia.
Quest'ultimo aveva continuato nella sua opera delatoria provvedendo personalmente
a "recuperare" altri renitenti.
Qui a Varallo Sesia sul ponte del Mastallone c'era un posto di blocco fascista:
il prete sventolò un fazzoletto bianco ma non era il caso. La situazione
venne salvata dal capitano delle milizie Tosi il quale pronunciando la parola
d'ordine ci fece salva la pelle.
Dopodiché fummo fatti alloggiare presso l'Albergo Italia, in via Roma,
albergo che era di proprietà del cognato del capitano. Ci fecero rifocillare
e quindi fummo portati in caserma, che era sita davanti alle scuole comunali.
Successivamente venimmo caricati su automezzi pesanti e trasferiti a Torino,
via Vercelli.
Qui, a Torino, mi trovai con un centinaio di altri ragazzi provenienti da
ogni dove della Val Mastallone. Dalla caserma Borgo S. Paolo del capoluogo
torinese fummo avviati in treno, "lavoratori volontari civili",
destinazione Kaufering. Da questo minuscolo paese, alle porte di Monaco di
Baviera e vicino al più tristemente noto campo di concentramento di
Dachau, la mia odissea proseguì per Oberott e Landsberg, tutti campi
nei paraggi: l'intera zona era disseminata di questi campi di lavoro.
Il mio era un campo di baracche di legno, si mangiava patate lesse tutti i
santi giorni e si dormiva su pagliericci di trucioli di legno. Durante la
giornata si faceva di tutto un po': io ho fatto l'aiuto cuoco ma ho anche
lavorato frequentemente in falegnameria e segheria. Qui vi si realizzavano
i tavolati per la costruzione di nuove baracche.
La mia triste esperienza in terra germanica ebbe termine il 24 aprile del
1945. Mentre per i deportati nei campi di concentramento si può parlare
realmente di liberazione, per noi "lavoratori volontari civili"
liberazione non c'era stata. Era un momento in cui non si capiva bene che
situazione si era venuta a creare, fatto è che durante la fuga (che
attuai insieme ad altri della mia terra), anche se non esente da rischi, non
incontrammo relativamente alcuna difficoltà.
Un po' in treno, un po' in camion, un po' a piedi, giungemmo dapprima ad Innsbruck,
poi il 1° maggio fummo al Brennero, e l'8 maggio feci il mio sospirato
e definitivo ritorno a Pianaronda.
Al rientro tutti portano con sé ricordi e paure: io non avevo mai disperato
di poter tornare”.