

LA VITA AGRESTE CON L'ÀMIA
ROSA
E L'ÀMIA JETTA AL SASSELLO
Sassello Superiore
Sassello è la frazione più vicina ad Ordrovago,
ove passavamo le estati.
Allora eravamo divisi da un rado bosco di faggi, castagni, roveri, frassini,
betulle; una nuova piantagione di abeti; cespugli di nocciolo nei prati
solcati da ruscelli quasi sempre in secca e muretti lungo confini e strade
di sassi e terra battuta.
In passato era stato un paese di tësciôi e il battito dei
telai aveva segnato il tempo della canapa, quando ancora i campi ne erano
pieni.
La tipica architettura in pietra e legno, in un'armonia digradante, è ben
radicata sulle balze rocciose della montagna.
La Rosabella si scaldava al sole con le braccia conserte sulla balaustra del
balcone, ingrigita e rinsecchita come lei che aveva perso la giovanile
freschezza. Era una dei vegliardi dell'epoca, quasi centenari, che
resistevano al tempo, seduti sugli scalini a guardare il passare della vita.
Un buon rapporto affettivo ci legava ad àmia Rosa ed àmia Jetta
che, con le loro famiglie, lì erano accasate. La loro ospitalità era
calorosa e sincera durante quelle spontanee sedute sui sassi dei gradini o
sulla panchina coi cjapéit del caffè e del thè in mano, nelle pause
di lavoro o durante le veglie serali popolate di racconti fantastici. Non
c'era la compostezza e l'atmosfera da salotto cittadino. C'era molto di
più.
La casa dell'àmia Jetta, protesa sui sassi, era un belvedere
sulla conca della vallata e si attaccava alla cà d'la füm, nel nucleo
più antico, a monte, ove si cuoceva la polenta sotto la nera cappa del
camino e dove era rimasto, inalterato, il primitivo furghèe per
accendere il fuoco al centro del locale pavimentato con beole. Sulla trave
del camino,'n cà, c'era un grosso bossolo di cannone con
foglie intarsiate che lo zio Bartolomeo, Cavaliere di Vittorio Veneto,
reduce dalla guerra 1915-1918, si portò dal Carso.
Alle pareti, oltre alla croce di legno, l'immagine della Madonna, il
Sacrocuore, il calendario Bisleri, c'era un bel ritratto di Adriana, la
compianta sua figlia che lasciò questo mondo a soli venticinque anni, in
quel triste tempo di mezz'estate, dando alla luce una bambina che si portò
via con sé. La zia si teneva dentro, muto, questo grande dolore ancora
troppo bruciante, nascondendolo al nipotino Silvio, orfanello di tre anni,
al quale badava mentre il padre era lontano a fare la stagione.
Una sera il bambino lasciò il suo gioco davanti alla stalla ed entrò,
correndo gioiosamente, verso la nonna che stava mungendo, annunciando che
era in arrivo la sua mamma con la sorellina promessa. Sì, l'aveva intravista
nel sentiero sotto la chiesa, ma da dietro gli alberi, più su, venne fuori
un'altra giovane donna che avanzava col suo bimbo in braccio, inconsapevole
di aver ingenerato gioia e dolore nel medesimo tempo. L'àmia Jetta
nascose tutte le sue lacrime, poggiando il viso sulla pancia calda della
Turca.
L'àmia Rosa abitava in una delle tre case
costruite con un unico disegno e con criteri già moderni nella dislocazione
dei servizi, com'era d'uso nel primo decennio del novecento, oltre la
piazzetta della fontana che gettava acqua, senza interruzione, da un cannolo
che usciva da una bocca nera di ferro, nella vasca di sasso. Un ordinato
giardino , rigoglioso di verdure e di fiori sul terrapieno prospiciente, si
valeva delle cure dello zio Ernesto, che aveva concluso la sua emigrazione
stagionale in Francia. Chi aveva terreni e animali era considerato
benestante, e alle zie, modestamente, non mancavano gli uni e gli altri
e…tanta fatica da dedicarvi.
Le
mucche erano chiamate con un nome proprio che sapeva di fiori, di alpi, di
colori e anche di terre lontane: Bionda, Bruna, Alpina, Alba, Marna,
Ardea, Pervinca, Aprilia, Uliva, Viola, Grivola, Genova, Valona, Magenta,
Turca, Germania, India. Pur tenute a dovuta distanza, nelle stalle
sotto i fienili, con loro si instaurava un rapporto affettuoso, erano quasi
membri della famiglia. Certamente contribuivano al suo sostentamento.
Noi bambini seguivamo sovente le zie, quando portavano le bestie al pascolo,
finito il tempo d'l fégn e d'l'ërgorda, quando la tërsola
non riusciva più a crescere tanto da essere tagliata. Le mansuete mucche,
metti la Bionda e la Bruna, di nome e di fatto, scampanando
mietevano placidamente l'erba con la lingua a falce, difendendosi dalle
mosche noiose con la frangia della coda che sventolava ritmicamente o
assestava una frustata su di una tapiòla che succhiava loro il
sangue. Io e i miei fratellini eravamo armati con un bastone di nocciolo, a
misura, per farle rientrare se uscivano oltre la linea segnata dal tèrmu.
Ogni tanto le gratificavo col sale rosso che attingevo dalla sacca che la
zia si era legata alla vita: senza timore, lo depositavo sulla loro raspante
lingua. La Bionda mi rivolgeva, languidi, i suoi occhi tondi e, in
segno di riconoscenza, mi annusava con le scure narici scavate su quel gran
muso, così mite, che poi rivoltava nuovamente al suo tavolo variopinto
d'erba e di fiori. La processione, verso la stalla, si avviava solenne e
sonagliante. Campane di bronzo dal suono puro, sonaglie e campanacci di
varia foggia che sbatacchiavano sordi e dondolanti sul collare di cuoio o
attaccati al vecchio gambìs di legno, venivano loro assegnati in
rapporto al grado di importanza e stazza dell'animale, e la loro diversa
conformazione ne variava il suono, rendendo riconoscibile e, perciò,
controllabile ciascun capo. Le pecore e le capre portavano il carcavél,
una pallina dentro l'altra fessurate per dare un suono leggero e
saltellante, rapportato alla loro agilità. In testa c'era la zia di turno
poi, ordinatamente, la vacca, il manseu, la pèura -
ogni stalla poteva contenere un massimo di tre o quattro grossi animali - …e
noi piccoli dietro, col bastone, a controllare che non si azzardassero a
svicolare, ma ciò non avveniva, chissà se per abitudine o per naturale
memoria. Alla fontana, alt! Per l'abbeveraggio. Le bestie entravano,
rassegnate, nel loro ricovero a ruminare l'erba e i fiori profumati sullo
strame di foglie secche, dopo essere state assicurate, piài, ai buchi
della trave delimitante la prëséif. Se erano rimaste dentro la
stalla, era loro servito alla greppia un più abbondante e fresco pasto
d'erba e, mentre affondavano il muso tirando su i bocconi filanti, l'àmia
Rosa recuperava lo sgabello coi buchi per la presa, che stava rovesciato
vicino alla posa del gerlo, e lo piazzava su un fianco della mucca, poi vi
si accomodava, rivoltandosi i polsini della vesta, per mungere, come
d'uso, col secchio fra le gambe.
La sua figura minuta nascondeva un'enorme forza di volontà a superare le
fatiche che la schiacciavano sempre più, legata al suo modo di vivere sui
monti.
Un'espressione del suo carattere si manifestava nella recitazione di
preghiere tramandate dal mondo contadino, oltre che da Santa
Romana Chiesa, o da lei stessa composte personalizzandole con
rime vivaci tra il sacro e il profano, per intercedere, dall'alto,
protezione sui suoi familiari e sulle sue bestie: tutti quanti. Dai vermi,
che era la diagnosi per tutti i dolori dei visceri e dintorni, avveniva che
si guarisse anche per l'intervento strionesco della settimina àmia
Rosa che, con convinzione, aveva il potere di allontanarli per mezzo delle
sue parole magico-religiose che accompagnavano la segnatura. I
racconti delle sue presunte preveggenze, interpretando segni e sogni, mi
incuriosivano lasciandomi, poi, dubbi e incertezze. Le sue massime, piene di
saggezza, non l'abbandonavano in nessuna circostanza, così, col sottofondo
sonoro degli spruzzi del latte che, in alternanza, erano diretti
obliquamente nel secchio, diceva:”ogni lavoro
onesto ha la sua dignità. Vorrei vedere se un cittadino, magari anche
professore, è capace di mungere, a regola, la vacca!”.
Intanto la Bionda ruminava per
rimpiazzare il latte. Dopo aver governato la stalla, richiudeva la robusta
porta col catenaccio e, con gesti propiziatori, raccomandava le bestie alla
Beata Panacea che appariva, circondata dalle sue pecorelle, nella mistàa
incollata sulla porta, poi si avviava, con l’animo in pace, verso casa col
secchio del latte coperto da fresche fuleccj, per difenderlo dalle
mosche.
Le zie di Sassello transumavano le mucche nella radura del mezzo alpeggio,
al Solivo di sotto, per un periodo sufficiente a brucare l'ultima
erba dei prati circostanti. Io, Marino e Rita giocavamo, oltre l'orello,
su quelle rive erbose ove tentavamo di cavalcare la morbida pecora di zia
Rosa che, riottosa, dopo alcuni passi ci scrollava dal suo groppo vellutato,
lasciandoci in mezzo al prato gambe all'aria e profumati alla lanolina.
Le cinque case di scure pietre sovrapposte a secco, come il loro tetto
muschioso verso l'ombra del nord, si fondevano perfettamente coi sassi,
coi macigni che emergevano immobili da millenni nella loro sede d'origine e
l'erba.
Tracce della dura vita trascorsa erano visibili, nei terrapieni erbosi tra
Sassello e il Solivo, coi resti di qualche carbonaia; ed erano dipinte sui
fuligginosi comignoli a testimoniare storie di presenze umane, tra miseria,
fatica e solidarietà per la sopravvivenza, attorno a quei faticosi fuochi.
Mio padre andava ricordando gli appostamenti in una di queste pietrose
casette, nelle notti invernali bianche di neve e di luna, assieme agli
amici cacciatori, con lo schioppo alla finestra, ad aspettare la
volpe.
Il bosco è generoso e non finisce di sorprendere.
Le zie raccoglievano l'braghi d'l'örs, un lungo muschio ispido, per
filtrare il latte appena munto da eventuali impurità vaganti nella stalla
dell'alpe.
Con loro scoprivamo un meraviglioso mondo appartato, facendoci largo tra le
alte felci ove segavano un ràs d'erba magra e se lo trasportavano nel
fienile; a volte si andava al pascolo in qualche isola di prato fra i boschi
che, ripuliti, resistevano all'invasione degli arbusti e dei rovi. Su questi
sentieri, erano ricorrenti le preghiere e i requiem che l'àmia
Rosa ci faceva ripetere per le anime, specialmente del purgatorio, che
immaginavo in mezzo a lingue di fuoco, o svolazzanti come farfalle in
paradiso; e quelle rivolte alla Madonna di legno che dal monte vegliava
proteggendoci.
Zia Rosa seguiva le sue bestie guidandole, verso il ricovero notturno, con
un leggero tocco di bastone e sfoderando, col medesimo ritmo a volte
sincopato per tirare il fiato, il suo repertorio di storie ambientate lassù,
tra una giaculatoria e una filastrocca. All'occorenza, ne sfoderava una dal
saggio contenuto: ”meglio una mala creansa che un mal di pansa! “, e
ne seguivano altre ancor più colorate che ci facevano sbellicare dalle risa.
Quando, alla sera, richiudeva la stalla per tornare al paese, ai consueti
riti sacri del segnare la porta e invocare la Beata,
incrociava la scopa di saggina col tridente per tenere lontano gli
spiriti folletti che di notte, specialmente nei luoghi solitari,
vagavano indisturbati a seminare dispetti.
Con
queste zie, ogni tanto sprofondavamo in un’atmosfera antica e invariata nel
tempo, su nelle loro case del Solivo, ai margini del bosco. Dietro la grigia
porta di legno, che l’amia Jetta apriva con la pesante chiave di
ferro, c’era la cà, nera di pietre e di fumo, con qualche utensile
aggrappato ai sassi delle pareti e un quadretto di finestra ove il vento
aveva difficoltà a passare. E lì, miscelava, in una basla
sbocconcellata, un impasto con farine e latte; intanto, metteva legna e rami
sotto la cappa del camino. Tastava con sicurezza un interstizio fra le
pieghe del muro, in alto, e ne estraeva una logora scatola di fochi
che spesso, per l’umidità accumulata, non emettevano alcuna scintilla.
Allora la zia, previdente, alzava un lembo del suo nero grembiule, fiorato
di grigio e, infilata la mano nella sacoccia, ne traeva un cartoccio
di giornale con qualche fiammifero che sfregava sull’arnàa finchè il
fuoco avesse attizzato una foglia e poi, crocchiando, i rami secchi. Quindi
ungeva, con una cotica, il doppio ferro tondo già caldo poi, con
risolutezza, buttava, su una base, una cucchiaiata del composto che gemeva
tra le due piastre roventi abilmente rivoltate su un treppiede piantato sui
carboni.
Sedevamo tutti attorno al camino, su sgabelli a quattro e a tre gambe, in
attesa di acchiappare, con la punta delle dita, la miaccia scottante.
Si mangiava così, nuda e croccante, oppure ripiegata su una fetta di
formaggio casereccio. Erano deliziosi anche i rustici rasparoi di
sola farina di meliga, stemperata in poca acqua e spalmata sulla varola
unta che, appena cotti, si staccavano e scivolavano nel grilet di
terracotta e poi sparivano, spezzettati, dentro le larghe scodelle piene di
latte. Queste merende erano infarcite di racconti ambientati in quel mondo
fatto di persone speciali, case, spiriti, animali mansueti, diavoli, fatica,
magia, poesia.
| MARIA AUGUSTA GALLETTI |
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