

LE
FESTE IN MONTAGNA
Le chiesette davano dignità ad ogni frazione dei piccoli centri montani.
I nostri Santi erano tutti raffigurati in situazioni difficili. La rappresentazione del loro martirio incombeva sugli altari, impressionante, a ricordarci che nulla avrebbe dovuto far vacillare la nostra fede. A San Bartolomeo veniva tolta la cotenna, da vivo, e San Lorenzo veniva arrostito sulla graticola; San Rocco, col corpo piagato dal flagello della peste, vagava pellegrino in compagnia del fedele cane e della zucca piena d’acqua piantata sul bastone; San Pietro conquistò le chiavi del paradiso, ma, a quale prezzo! San Michele Arcangelo sconfisse Lucifero, ma che battaglia! Sul calendario, i nomi di questi nostri Santi, titolari delle chiese sparse nei paesi, apparivano nei mesi estivi ma, salvo San Lorenzo, i festeggiamenti avvenivano nell’inverno, quando gli emigranti stagionali, ancora numerosi, sarebbero ritornati e gli alpigiani sarebbero scesi dai monti con le bestie, riunendo le famiglie. Sulle nostre strade mulattiere, ogni tanto, una cappella sorta dalla fede, dalla fatica e dalla speranza dei nostri avi, incoraggiava il viandante col carico sulle spalle.
Anche Cravagliana-Centro, sul fondo della valle, ha i suoi Santi martoriati, ma la parrocchia è dedicata alla Madonna Assunta, come la Basilica del Sacro Monte. Negli archivi parrocchiali si legge di ”una singolare vicenda: nel 1639 i fabbricieri del Sacromonte di Varallo interdissero, ai devoti dell’Assunta protettrice di Cravagliana, di fare la processione in paese per non sminuire l’importanza della festa al Sacro Monte”. Mi rifaccio solamente ad alcuni stralci di curiosità, che custodiva Eliano, per lasciare a chi legge la gioia della ricerca e dell’approfondimento sui libri sacri e profani di cose di Valsesia, che riempiono scaffali di librerie, di biblioteche e d’archivi: un tesoro da scoprire, che arricchisce la nostra vita. Si trova scritto “ la Pieve di Cravagliana venne come Matrice assai dopo di Scopa la prima Matrice da cui dapprima dipendeva, e dalla quale dipendette perfino Varallo. Le sue vicende antiche si perdono nel fumo di un incendio che nel primo giorno dell’anno 1616 distrusse l’archivio, la casa parrocchiale e parte della chiesa. Qualcosa si seppe poi dalle carte dell’archivio vescovile di Novara”. Si legge, nell’inventario del 1671, scritto in latino, che questa chiesa veniva misurata a braccia: “lunga braccia 40 e larga 28”. Mi domando: di chi? Di che taglia? Avrà sicuramente un parametro questa antica unità di misura.
Il compatrono è Santo Stefano, di cui la leggenda locale racconta il trafugamento delle reliquie da parte dei valligiani del Sesia, entrati dalla montagna. La cappella che dà le spalle alla nuova carrozzabile prima di entrare in paese, testimonia l’avvenuto recupero, resosi possibile per un evento miracoloso.
Il busto del Santo veniva messo sull’altare solo nel giorno della sua festa e d’estate, per scongiurare la siccità, usciva in processione attorno alla chiesa.
Nella sua urna, dove le reliquie furono composte nel 1830, c’è anche San Massimo traslato dalle catacombe romane. San Màscim come lo chiamavamo,imbarbarendo un po’ la dizione raffinata, in segno di modestia, era invocato dal popolo specialmente per la protezione sui bambini, sulla gioventù e sugli emigranti. Festeggiamenti per il primo centenario del Santo, furono celebrati dapprima in gennaio, su iniziativa degli emigranti che non sarebbero potuti essere presenti a quelli ufficiali in maggio. In entrambe le ricorrenze ci fu una memorabile partecipazione di persone alle molte funzioni in chiesa, alla processione fino a San Bernardino, all’ascolto della Banda Musicale di Quarona e nel secondo evento a quella di Varallo con la Corale S.Damiano di Fara, paese da cui proveniva il Pievano Don Pietro Portigliotti. La ditta Garampazzi in tutte e due le onoranze offerse l’illuminazione elettrica nella chiesa e sulla strada principale, suscitando meraviglia. I festeggiamenti si chiusero con applaudite rappresentazioni teatrali.
L’altra festa solenne, molto sentita, che mescola alla sacralità il folclore locale, è dedicata alla Madonna Del Carmine (Madonna d’l Carmu) a fine luglio. Radunava tutte le genti delle frazioni, molte scese dall’alpeggio, con donne e bambine indossanti il variopinto costume, ricco patrimonio della tradizione, che aprivano, con incedere solenne, la lunga processione al canto di inni e con stendardi che il venticello calante dal passo della Bocchetta per Vocca faceva ondeggiare fino al pianoro vicino al Mastallone, dove gli uomini conducevano a spalle la Madonna per farla sostare un poco‘nt’la cà allestita con bianche lenzuola ricamate. Pare che la processione fosse nata come atto di ringraziamento e di preghiera alla Madre Celeste perché tenesse a bada il Mastallone, entro il suo argine.
In quell’occasione anch’io mi mettevo ‘l cusctüm, a misura, come quello della mamma, ma con gli inserti più sgargianti. La vestizione era laboriosa: dapprima s’infilava una corta camisa bianca, con polsini e girocollo alti tessuti col puncetto che si estendeva sulle spalle e sul petto. Sopra s’indossava il büsct: uno scamiciato nero (il vecchio tarlisc) con un mazzo di pieghe che cadevano dalla schiena, bordato con l ’urìa di pannoalta due dita che, a seconda della circostanza o dello stato sociale, cambiava di colore. Il bordo blu o viola sottolineava l’eleganza di una cerimonia, il nero il lutto, mentre quello rosso, esuberante, veniva indossato dalle fanciulle e dalle giovani donne. Il colore del bordo richiama la gradazione d’l përnigà, il raffinato ricamo che raggruppa le piegoline sulla parte alta del faudàa e, soprattutto, la preziosa striscia centrale di puncetto multicolore su quest’elegante grembiule legato sotto le ascelle, mentre il suo fondo, rivoltato a marsupio, stringe i fianchi; dal nodo dietro che tiene composte le pieghe, cadono due ciuffi formati da fili di seta variopinti. Solo mani esperte riescono a fissare, ben stretto e con una giusta galla, il ligàm, la larga fascia rigata tessuta a mano su un piccolo telaio, nelle tonalità adeguate all’insieme, che cinge il busto sopra il petto e scende, doppiato, sul fianco sinistro. Catenine d’oro, di granati, e spille erano ostentate con fierezza dalle spose. Calze e pantofole nere, di velluto come la camisëtta a bolero che si portava nel tempo fresco, completavano l’elaborato abbigliamento che dava dignità a noi montanare. Indossare il costume significava vesti’si da fumna: completava la donna; la mamma diceva che bisognava saperlo portare con eleganza e portamento a modo. Sicuramente era ed è un simbolo d’appartenenza, di creatività, raffinatezza ed arte.
La Meula, molti anni addietro, contò un numero di abitanti superiore a quelli residenti al centro del Comune, ed aveva un suo gruppo musicale bandistico.La festa dedicata a San Pietro, era ancora piena di gente e i riti sacri e profani si dipanavano col solito copione.
Pianaronda era stato il paese della mamma e qui partecipavamo alla festa principale di San Lorenzo, nel giorno delle stelle cadenti, con la nonna Rosa e gli altri parenti. I ciuffi gialli, delle siepi sparse nel paese, illuminavano l’altare davanti a San Lorenzo, alla Madonna di Pompei nella sua cornice venerata, dal 1928, in primavera e a San Francesco da Sales, ricordato con grandi festeggiamenti in inverno. Su questa chiesa aleggia un passato movimentato essendo stata costruita per divenire parrocchia della Ragàa. Dopo i Vespri, il giro delle offerte sul sagrato e le merende a favore della chiesa, sul piazzale d’l’Èra, vivacizzavano i festeggiamenti che proseguivano nella sera al suono di una fisarmonica.
Al Sassello la festa di San Rocco era da noi molto sentita.
Nel pomeriggio del giorno precedente e nella serata, già pregustavamo i preparativi con quel solito concorso di gente del paese che si dedicava alla decorazione della chiesa e del suo piazzale con fiori e edera intrecciati sugli archi di ferro e sui pali di legno che sostenevano un tendone di tela bianca, per riparare dal sole o dalla pioggia. Poi i ragazzi, attraverso una porticina chiodata, risalivano le rampe di una scala a pioli fino ad uscire sotto le volte del campanile, dal quale si esibivano nel concerto dell’unica campana che, come uno strumento a percussione, era battuta ritmicamente e con insistenza con martelli di varia misura per spandere tonalità diverse, mentre il batocchio veniva percosso, nell’accordo, sull’interno del bronzo. Era l’annuncio a tutta la Ragàa che l’indomani si sarebbe rinnovata la festa tanto attesa. Il mattino seguente noi andavamo via in fila saltellanti, tirati a lucido e con le brillanti scarpe basse dalla suola di cuoio liscio poco adattabile al sentiero di pietre, in alcuni punti sconnesso.
Nella bella chiesuola, addobbata con ortensie che proliferavano nelle pieghe umide e ombrose del paese e con dalie e fiori gialli a palla del cespuglio perenne sul sagrato, il sacerdote, oltre la balaustra carica d’offerte infiorate, faceva il panegirico di San Rocco, a esempio perenne. Dopo il Vespro, il Santo pellegrino riprendeva il suo viaggio annuale, in piedi sulla barella, con l’arco floreale, portata a spalle dagli uomini fin nel pianoro al limitare del paese sotto la folta chioma dei castagni, per fermarsi un poco nella cappelletta di bianche lenzuola nuziali che le donne, a gara, stendevano su un’impalcatura di rami. Il rituale, anche dopo la sacra funzione, era ormai consolidato: si puntava sui numeri della lotteria e c’era l’incanto delle offerte. E la festa finiva con le merende benefiche nell’osteria di fronte che era aperta solo in quel giorno dai volonterosi giovani; anch’essa a beneficio della chiesa.
Bastava una fisarmonica e l’màtti e i mattàj improvvisavano una balera, magari su pochi metri quadrati di una terrazza illuminata da una sola lampadina e dalle stelle…e la calda notte di ferragosto si riempiva d’allegria. In quei giorni veniva festeggiato il compleanno del Guido,che col fratello Dino risiedeva a Sottonoci, il quale, ricevendo un piccolo dono con gli auguri, così una volta ebbe ad esternare il suo sorprendersi: ” i ghèvi nèn da fèmi al regâl…no…propiu gnénti a mi chi sun püssè cücc che vijàit”. Quello sarebbe stato il suo sincero e riconoscente ringraziamento agli amici, nel manifestare con ironia l’innata modestia, lungi da lui un pensiero offensivo.
La festa di Ordrovago era l’ultima dell’estate, nella Ragàa.
Nosuggio avrebbe poi festeggiato san Michele, cadente all’inizio dell’autunno, quando noi eravamo già a Varallo, e d’inverno avrebbero festeggiato San Fabiano. Pochi villeggianti erano rimasti e, come vuole la stagione, le piogge di fine estate cambiavano repentinamente il clima e si trasformavano in büra che faceva rumoreggiare il Mastallone, laggiù sul fondo della valle.
“L’oratorio di San Bartolomeo ci fu presto – la chiesa è datata 1666 – oratorium Ordovaci – Titulo S.Bartolomei: habet altare cum effigie in parete picta…cum campana. Ricorda l’antica matrice di Scopa” – dice un documento d’archivio e “…possiede una pila dell’acqua santa, proveniente dal Sacromonte di Varallo”. Dai familiari appuro che questa pietra fu reperita da mio nonno Geremia che, lavorando colà come muratore, richiese questo pezzo in disuso, una rimanenza della chiesa vecchia. Dai restauri successivi verrà alla luce un affresco raffigurante la Natività di Gesù di scuola gaudenziana. “L’opera oltre ad essere considerata il piccolo gioiello di Ordrovago, è sicuramente da annoverare tra le più importanti ed antiche testimonianze d’arte della Val Mastallone, risalendo per fattura e composizione al Cinquecento. Di quel periodo c’era già una primitiva cappella” come ben evidenzierà il prof. Damiano Pomi nella stesura della ricerca per approfondire conoscenze da tramandare, su incarico di Eliano che diverrà fabbriciere per amore del proprio luogo d’origine nel quale tornerà a risiedere al termine dell’emigrazione. E questo attento, umile ed amorevole suo impegno, costante negli anni, verrà riconosciuto dalla “Commissione Montagna antica, montagna da salvare”, col “Premio al Fabbriciere di Montagna”, dedicatogli “alla memoria “ non essendogli stato concesso di vivere fino al giorno della solenne cerimonia. Ma Eliano avrà ancora il tempo di essere gratificato pur col solo annuncio del prestigioso riconoscimento.
Nel 1943, i miei genitori con Enrichetta e Raffaele del Sassello portarono da Milano la statua della Madonna della Pace che fu benedetta dal Pievano Don Pietro Portigliotti, poi nella primavera dell’anno successivo, come appare sulla pergamena, avvenne la consacrazione, con funzioni solenni delle famiglie anche di Sassello e Sottonoci, al Cuore della Madonna con la speranza che vegliasse su tutti e intercedesse per porre fine alla guerra. La campana in quel tempo si ruppe, ma non si provvide subito ad aggiustarla poiché si propagandava il risparmio del carbone, che sarebbe stato impiegato per la fusione. Finito il conflitto bellico, lui e lo zio la caricarono sul portapacchi della bicicletta – chilogrammi trentadue – e la portarono nella fonderia Mazzola di Valduggia. Lì seppero che, per l’operazione, sarebbe stata impiegata legna d’arbu ben stagionata, seccata lentamente nell’ombra.
Enrica ricorderà il ritorno festoso, tra l’umile gente, di quella campana, attaccata su una stanga infiorata davanti la chiesa dove fu benedetta prima di essere issata sul campanile per tornare a diffondere intonati rintocchi.
Rivedo col pensiero le donne dei primi Anni’50 impegnate nei preparativi della chiesa con la pulizia, la lucidatura degli ori e dei caratteristici vasetti per la fioritura; poi la preparazione dei paramenti del prete. Il giorno seguente eravamo felicemente partecipi della funzione, nella chiesa incensata dal turibolo dondolante nelle mani del chierichetto di turno.
Con l’abito da messa, un componente per ogni famiglia portava l’offerta: preferibilmente un cestino o un piatto - vuoto a rendere – con zucchini, uova, frutta, cornette a contorno di un salamino e la torta fatta in casa: tutto infiorato da gerani rossi, fiori campestri e del giardino. Ancora in quegli anni, le persone anziane del Sassello, come la Catania, in quell’occasione portavano offerte per la nostra chiesa, memori dei racconti dei loro avi che, essendo terminata l’edificazione della loro chiesa dedicata a San Rocco nel 1881, fino a quella data fecero parte del nostro Oratorio di San Bartolomeo.
Effluvi d’incenso avvolgevano le sacre figure poi salivano, con le preghiere e i canti, sulla volta stellata aggrappandosi ai fasci di luce che entravano obliqui dai quadretti dei vetri, poi si spandevano, come eco su per la Dorcia, fino al cielo. Le fresche offerte deposte davanti all’altare tra bottiglie e biscotti, terminata la Messa e il bacio della reliquia del Santo, venivano portate in un girotondo dai giovani banditori che ripetevano “a chi disc”, gridando la cifra che andava crescendo fino alla mancanza di nuove offerte. Dopo la conta fino a tre il paniere veniva aggiudicato all’ultimo offerente tra la gente schierata davanti alla chiesa o accomodata sul prato vicino.
E il papà, in vena di macchiette, si apprestava a tirèe al sancq’ alla focaccia.
Tra i paesani c’era chi era impegnato nel bancodella sottoscrizione a premi, scrivendo su un quaderno i nomi che venivano abbinati ai numeri immessi in un sacchetto di tela dal quale venivano estratti al termine della festa. I premi erano semplici: stoviglie, biancheria ed oggetti per la casa. Al tempo della gioventù di mio padre, con un soldo si acquistava un biglietto che, d’usanza, come premio di prestigio metteva in banco un fassulët da testa di lana nera finemente tessuta e con i fiori colorati sul bordo. Era ambìto anche dagli uomini per poterlo donare, con manifesto orgoglio, alla murôsa o alle donne di casa.
Altri volontari erano impegnati a gestire l’osteria sul prato, imbandita con panini, vino e gasösi.
Tutto il ricavato sarebbe servito per le opere di manutenzione e restauro della chiesa.
Anticamente, come quasi ovunque in valle, la festa si faceva d’inverno e terminava con baldoria, al suono di una fisarmonica e di un clarinetto, nella Ca’ Nova dove fino all’inizio del ‘900 venivano allestiti banchetti nuziali. L’ultimo strascico di queste feste col ballo, a turno, lo colloco, nel mio ricordo, entro la casa d’l màtti, che fiancheggia la fontana.
Poi ci sarà un’interruzione di quasi vent’anni in cui, nella ricorrenza, si sarebbe detta una Messa…e via.
I festeggiamenti riprenderanno intorno agli Anni ‘70, con fede, allegria, entusiasmo e impegno, con una catena di varie vivaci iniziative: osteria, giochi, pranzi. Poi, negli anni seguenti, mostre e spettacoli che, sempre con larga partecipazione di paesani e simpatizzanti, contribuiranno ad un lento ma progressivo restauro del piccolo tempio, perché potesse continuare a trasmettere, coi sentimenti religiosi, belle sensazioni ai posteri, nel loro ritrovarsi lassù.
| MARIA AUGUSTA GALLETTI |
| VERSO ORDROVAGO |