CRAVAGLIANA
CRAVAGLIANA
le doux nid CRAVAGLIANA CRAVAGLIANA CRAVAGLIANA


VERSO ORDROVAGO


Dopo un periodo in cui i nostri ritorni al paese d’origine si erano limitati a qualche festività o breve vacanza, nell’estate in cui Rita aveva quasi due anni, si decise che noi tre piccoli e la mamma saremmo tornati a soggiornare, alla chiusura delle scuole, ad Ordrovago, cosicché la nostra vita si dipanava tra i monti, nell’estate, e  Varallo con la famiglia tutta riunita, nelle altre stagioni.
Chiudendo il vecchio alloggio in città, per le vacanze, si diceva: “i numa sü cà”. Era il tornare a casa, quella vera, alle radici.
Il Valentino, il chauffeur come lo chiamavano al paese con un po’di civetteria da emigrante, saliva sulla scaletta a pioli tesa sul retro della squadrata e traballante corriera per issare sul portapacchi ancorato al tetto i bagagli dei villeggianti: soprattutto nostri montanari trapiantati nelle città, fin giù a Torino, arrivati col  treno; poi, tra  gli altri passeggeri, caricava noi, in attesa oltre il ponte.
Si usciva dalla città salutandola e raccomandandoci alla Madonna nella cappella che, a trecento passi dall’antica chiesetta di San Pietro, era una delle tre che, allo sfociare delle valli su Varallo, compresa l’entrata tra Loreto e i Sebrej, indicavano l’aprirsi della visione del Sacromonte.
La corriera, singhiozzando, risaliva la vallata imbandierata dai fiori del sasso che penzolavano sugli spuntoni di roccia lambendo i finestrini sulla ghiaiosa carrozzabile che, crocchiando, sollevava nuvole grigie. Inorridiva sempre, nel passaggio, la profonda gola che giù nel fondo condiziona il flusso delle acque solcate da due ponti, alla Gula: quello più volte rifatto e il vecchio, forte della sua arcata di pietre magistralmente incuneate che, da un cocuzzolo sullo strapiombo, salta ancorandosi al muro di roccia su cui un tempo era aggrappata una strada da brivido, sbriciolatasi giù per il burrone. Fogliame ed alberi radicati su manciate di terra stavano in bilico sulle pareti. La strada si adatta al fiume e la piccola cappella della Madonna Bianca infonde un senso di protezione e poesia alla cupa valle, in quel punto stretta dalle montagne, che si allarga con un altro ardito ponte sulle acque della Sabbiola che rifornisce il Mastallone a Bocciolaro, il primo gruppo di case del nostro Comune, importante crocevia con “Commestibili e Osteria Monte Capio” dove c’era la fermata della corriera per Sabbia e le sue frazioni. Il  panorama si allarga su di un pianoro, all’inizio del quale c’erano le fermate del servizio pubblico di trasporto per la Selva, Brugaro e Brugarolo: centri popolati; poi ancora la strada andava a strisciare contro la montagna per lasciare scorrere il fiume.
Attraversavamo Cravagliana, il nucleo centrale del nostro Comune, tra antiche case con le finestre addobbate di puncetti e di gerani o spartanamente spoglie; osterie, la scuola e il Municipio dove i suoi abitanti, sparsi in ventiquattro frazioni estese sul filo di oltre dodici chilometri, tra le due Gule, convergevano, specialmente nelle occasioni più importanti della vita, attorno alla sacra storica chiesa pievana: per la celebrazione delle feste, per ricevere i Sacramenti o la benedizione nell’ ultimo viaggio.
La diligenza ripartiva, rombando, dopo ogni fermata, e il suono rauco delle sue trombe aveva la doppia funzione: di avvertimento dietro ogni curva, ma anche di segnale orario per i montanari sparsi, nel loro lavoro, tra prati e boschi. I nostri trasferimenti, con questo mezzo, erano limitati, poiché avrebbero inciso sul nostro bilancio familiare, per questo, salvo rare eccezioni, consistevano nel viaggio di andata per Ordrovago, all’inizio delle vacanze, e nel ritorno al loro termine. Quei dieci chilometri, interminabili, valevano lo spostamento da un polo all’altro del nostro mondo.
Erano poche le cose che portavamo appresso poiché la casa, lassù, era ancora quasi interamente ammobiliata e funzionante nella sua attrezzatura, ma non poteva mancare un bagaglio di riguardo: una cesta di paglia dal coperchio ribaltabile, a due manici, contenente il gatto. Questo contenitore, solitamente legato al portapacchi posteriore della bici di papà, era adibito al trasporto dei conigli che nell’autunno, dopo essere rimasti in custodia alla nonna, venivano portati giù a Varallo, uno alla volta, per essere scuoiati.
Tornando al Fufi, il viaggio si vivacizzava pericolosamente quando cominciava ad agitarsi nella sua angusta gabbia, e noi lo tranquillizzavamo con sussurri mal celati rischiando di essere guardati con sospetto o scoperti nell’ illegalità del trasporto.
La corriera ci scaricava a Borghi: una cappella, due case, una delle quali conteneva il negozio di commestibili e l’osteria col salone per i pranzi di nozze, come avveniva nell’altra osteria con bottega a Nosuggio,  e punto d’incontro per gli uomini della Ragàa. Poi proseguiva verso le ultime frazioni situate sulla strada: Nosuggio, Grassura, Saliceto, Voj, Ferrera dove s’innestava la Valbella; poi il Baraccone, seguendo il fiume, fino al ponte delle Due Acque. Questo bivio introduce alle magnifiche conche di smeraldo di Fobello e Cervatto, mentre nell’altra piega della valle dopo la Gula, l’ultima frazione del nostro Comune, si arranca per Rimella, uno dei caratteristici paesi in cima alle valli, nel quale avvennero gli insediamenti dei Walser: popoli venuti dal nord, nel Medioevo, attraverso i valichi alpini.
Dopo gli ultimi passi sulla pungente ghiaia, sfioravamo il Molino: un borgo che, tagliato dallo stradone, si aggrappa alla montagna fin dove è possibile e scende sul greto del limpido Mastallone; poi ci immettevamo sulla mulattiera artefatta a gradoni di terra e pietre attraversando un ponte di legno sostenuto dal ferro,  costruito verso la fine dell’Ottocento, dal quale apparivano, lassù, i nostri paesi. Quella strada, in passato, nell’autunno beneficiava delle cure di un componente di ogni famiglia che, per regolamento, era obbligato a prestare una giornata l’anno per la manutenzione delle opere pubbliche.
Nella prima doverosa e piacevole sosta dalla nonna materna a Pianaronda, estraevamo il micio frastornato dalla cesta, che scappava presagendo altre costrizioni. Si rifugiava tra le pantofole nel ripiano sotto la panca. Intanto la nonna Rosa andava nel pollaio, sotto il terrazzo, a cercare le ultime uova depositate nel nido dalle galline. Era una consuetudine, ad ogni nostro passaggio, la sua cordiale  accoglienza con la preparazione del sërbaiùn che prendeva un colorito lilla con l’aggiunta di un goccio di vino. Questa dolce pausa, attorno al tavolo di noce, ci ridava energia per proseguire il viaggio, dopo aver riacchiappato la spaventata bestiola. Affrontavamo i ripidi tornanti sulla costa sovrastante il paese, prendendo fiato nelle pose. Alla cappella d’san Roch, solitamente abbandonavamo la via principale, che s’inerpica tra il bosco sotto Sassello, per deviare su un sentiero di terra tra l’erba che portava a Sottonoci con la mitica scuola  rievocante storie passate…, poi attraversava prati boscosi segnati dagli alvei asciutti dei ruscelli che si rivitalizzavano solo con violenti temporali. Dall’ombra, sul quel sentiero meno affaticante, si usciva all’altezza dei campi e già s’intravedeva sul terrapieno di pietre, lassù sopra gli alberi da frutta sparsi sugli addomesticati  prati fioriti, la nostra casa di sassi  rivestita da un intonaco rustico, con le occhiaie delle finestre invitanti. E il paese a contorno sopra di essa, radicato sul pendio del Masüch col bosco della Dorcia regno di animali selvaggi e di uccelli rapaci e notturni, che scende con tutta la sua magia fin sull’ampio terrazzo della Piana e, con un altro balzo, sull’altro pianoro del Sasso Cardino: un posto speciale, un po’ mistico per la cappella della Madonna Addolorata trafitta dalle Sette Spade e un po’magico per la leggenda che lì collocava il ritrovo degli spiriti nelle notti senza luna, tracce archeologiche e storie di guerra; dove la visione spazia sulla vallata con la Grassura , Nosuggio e il Molino e va a  perdersi in fondo alla conca della Ragàa.

…e ARRIVO  AD  ORDROVAGO
 
Il suo nome significa sull’orlo dell’ovago, cioè sull’orello verso l’umbrìa,  a notte; con prati e, più giù, boschi strapiombanti verso il fondo in cui si nasconde, come luogo carsico, e riemerge gorgogliando, il creus d’la Meula, un tempo chiamato semplicemente Riâa e che ora prende il nome dal paese adagiato sulle pendici della montagna di fronte.
Meno di trenta case, una chiesa, un gjseu, prati col fieno, campi di patate e fagioli, boschi, sentieri,  alberi da frutta e castagni secolari, sassi radicati lì come sacri monumenti: testimoni silenziosi ma evocativi del passaggio delle generazioni sul monte in alto, (850 mt.l.m.), ma dove l’orizzonte è ancor più alto, sopra le creste dentellate e ove aleggiano, sotto quel cielo cangiante, profumi, atmosfere, nostalgia. Questo è Ordrovago, il mio paese. Ma le sensazioni, variabili come le stagioni, bisogna viverle sul posto, e recepirle con la sensibilità e lo spirito dei montanari che fin dai remoti tempi, per la loro sopravvivenza, ricercavano metodi appropriati, dettati dall’esperienza accumulata con una saggia osservazione degli eventi naturali.
Così il paese venne su, architettato dai suoi abitanti, con regole antiche e con il materiale del luogo: la pietra, strappata alle pareti rocciose o ai macigni che riemergevano in mezzo ai prati, sapientemente sovrapposta, e con gli alberi del folto bosco, isolanti termici; esponendo le aperture principali e le lobbie, a mattino, verso il sole di levante, mentre, a sera e a notte, le aperture secondarie erano limitate o inesistenti, per sottrarsi alle folate gelide soffiate giù dalla Tracciora.
Alcune eccezioni comprendono la chiesa, col trave del colmo esteso tra il nord e il sud essendo derivata da un’antichissima cappella con la facciata verso il paese. Le finestre laterali, di questo Oratorio, catturano il sole fin dal suo sorgere come nella prima casa, una delle più vecchie col nucleo centrale affacciato all’est, tra due ali laterali simmetriche dai tetti allineati a quelle del resto del paese, salvo, ancora, la nostra col colmo disposto come quello della chiesetta. E ciò perché, all’inizio degli anni trenta, per le nozze, mio padre preparò la propria abitazionecon le pietretagliate via, dal piccasassi, da un masso presso il gjseu e con i larsc tirati giù dagli alpi, sull’ossatura di un vecchio fienile predisposto ad espandersi in quel senso. Le aperture su tre lati avrebbero assicurato il soleggiamento dall’alba al tramonto. Curiosamente cinque costruzioni, con la medesima architettura, furono tirate su, nell’800, da un artigiano muratore per destinarle a ciascuna delle sue cinque figlie.
Anche quella volta, finalmente lì giunti, prima ancora di prendere possesso della casa, liberammo il gatto che, riconquistata la libertà, si affrettò a mantenerla arrampicandosi sul primo frassino che gli si presentò, nel pianello di sopra. Fu sì lesto a scalare quell’altura intoccabile  ma, essendo gatto cittadino, non fece i conti con la discesa, poi avvenuta  con l’intervento dei suoi amici fidati, io e Marino che, con la scaletta a pioli, lo traemmo in salvo ponendo fine ai suoi miagolii. Si riscattò presto dalla vergogna subita, abituandosi a cacciare topi e uccelli al volo radente e a difendersi dai predatori. Qualche anno dopo, rimasto nell’inverno in compagnia della Maribella, fu preda della volpe che, in una tremenda notte di neve e di tormenta, si era calata in cerca di cibo. Del povero Fufi rimasero, effimere, le tracce sanguinanti tra le orme dell’animale selvatico rivolte alle rive. E lo piansi in silenzio.
E diventava una festa il riaprire la casa situata nel declivio del Prasùn, il prato al fondo del paese. Da un terrapieno laterale salivamo un gradino nel varcare la porta dai vetri bassi come le finestre che illuminavano le assi del pavimento e del soffitto, la bella credenza rosata ricavata dal ciliegio nato in un prato sottostante, il camino diventato armadio a muro per contenere le marmitte fuligginose con la mostra, sulla sua mensola, del servizio di bianca ceramica con le argentate scritte sale-pepe-zucchero-caffè e qualche scatola del Mellin,la farina dei lattanti, per chiudervi il caffè di cicoria vicino al macinino e al mortaio di legno. Il lavandino di cemento, senza rubinetto e col solo tubo di scarico, era incassato nel vano della  parete con le mensole per i secchielli dell’acqua e la mestoliera con la troga. Una colonna-dispensa stava, giusto, al fianco della panca portascarpe. Il tavolo di castagno veniva appoggiato, tra le due finestre, alla parete con la mensola per la radio, tappezzata con ritratti di famiglia, del primo Novecento, di scolaresche e di coscritti: tutti in posa, in gran parte davanti al cavalletto con la macchina fotografica del famoso “Magnani ”.  
Si usciva nel corridoio e da lì sul balcone che, prima di accordarsi a un altro terrapieno coi gigli rossi e il susino, dava l’entrata al cesso alla turca: di quelli da spazzare ogni tanto attraverso una porticina sigillata giù nel pianello sottostante, non essendoci la possibilità di collegarsi con l’acquedotto che subiva i capricci del tempo e non sempre garantiva  l’acqua alla sola fontana del paese.
La scala color ciliegio virava fino alla soffitta, rischiarata da luminose verande che si aprivano ai balconi sul declivio.
Quello al secondo piano si stendeva lungo tutta la casa, davanti alla stansia dal chiaro pavimento ricoperto da una velatura trasparente di oli naturali che lasciava parlare le venature. Il mobilio di noce, dalla linea rigorosamente pulita e, come tutti i manufatti in legno, opera di mio padre, comprendeva: l’armuar a tre porte con lo specchio molato su quella più larga e centrale e, alla base, tre cassetti. Il letto, col lasctich a molleggiare il materasso di lana, stava tra i comodini dalle maniglie lavorate sul cassetto e sulle portine che si aprivano e richiudevano con il clich-clach della biglia snodata su una molla.
Sopra la tovaglietta, tutta puncetti e ricami sfilati stesa sul comò, c’erano i ritratti congiunti e a mezzo busto dei genitori nella ricorrenza del loro matrimonio e attorno, in coro, quelli dei figli. I primi posavano‘n camisola, che permetteva di constatarne la buona crescita, al settimo mese, nella scenografia salottiera del Lazzeri, il fotografo del corso principale in Varallo, vicino al caffè Roma; mentre il gravoso impegno familiare più non aveva consentito, come consuetudine, di ritrarre gli ultimi due; per cui Marino, con sette mesi, appariva sulle ginocchia della mamma e,  in una posa ufficiale, nel giorno della Cresima … E si sarebbe aggiunto il ritratto di Rita, quella tenera figura di bimba spersa sul tappeto di un’aiuola del Sacro Monte,  poi un altro quadretto da uno scatto ben riuscito nel parco. Tutte le altre fotografie andavano accumulandosi dentro il cofanetto su cui mio padre traforò sottili intrecci per farne dono alla morosa, scolpendone il nome, Alcide, fiorito. La conchiglia al centro del piano, con la Madonna dipinta, evocava la voce del mare a noi sconosciuto, e ai nostri genitori la visione della loro gita a Genova. In un sottile e slanciato vasetto di vetro erano i lunghi steli dei fiori in carta crespa.
Davanti al lavabo, sul cui piano c’erano le snelle spazzole laccate di verde, la mamma si specchiava per puntare i pettinini  fra i capelli mossi dalle onde che accentuava, dopo il lavaggio, col ferro a pinza che scaldava nella brace.
Lo scopo del ritorno al nostro paese alpestre era anche quello del recupero della campagna, per cui nostra madre, per qualche estate, si organizzò per tenere a suarnèe una mucca che ci avrebbe dato latte e latticini indispensabili a noi piccoli. Ciò le dava molto da fare, dovendo star dietro ai campi, ai prati, alla bestia, ma non trascurava noi e la casa, quasi nuova.
Quando era fuori, nel suo lavoro, noi stavamo con la  Maribella: la nonna paterna che, già anziana e sola, limitava il suo impegno agreste col ripulire i fili d’erba intorno all’abitazione con un’accurata manutenzione delle strade acciottolate adiacenti e controllava i confini, che non venissero rosicchiati. Con la Singer a manovella dai fiori di madreperla intarsiati, con la quale da un pezzo di fustagno aveva cucito anche il vestito della Prima Comunione di mio padre, confezionava semplici abiti neri o dëbiò; grembiuli scuri disegnati con leggeri fiorellini bianchi per non apparire troppo; rattoppava  biancheria e qualche indumento schirà. Portai a lungo l’abito rosa con disegnate casette, oche, carretti e l’immancabile tasca per il fazzoletto, che mi confezionò con la cotonina che fece comprare dalla zia Rosa, quando scese al mercato di Varallo per vendere il burro. Stirava col ferro nero pieno di brasca incandescente.
Il ricordo di allora, in me più impresso, è la sua figura, nell’arioso terrazzo, seduta sulla larga pietra che costituiva il tetto del gabinetto sottostante, ingentilito e reso più riservato dalle belle di notte che vi si arrampicavano, mentre filava la lana tosata alla pecora: a ruccàj sulla punta del lungo bastone biforcuto, la rùcca infilata sotto l’ascella sinistra e fissata alla spalla, ritorcendo il filo, tra le dita, che arrotolava al fuso facendolo piroettare all’altezza del bordo della gonna. E già v’intravedeva calze e maglie pungenti che avrebbe confezionato per tutti noi e che avrebbe tinto con naturali alchimie casalinghe. Se la massa di fibre, già depurata, lavata e stesa sulle lobbie, fosse stata voluminosa, la nonna l’avrebbe fatta girare, con una cantilena ritmata dal pedale, sul filarello di legno tornito, dopo averla  scarpita stando a cavalcioni sulla panca attrezzata  con spazzole di ferro. Poi avrebbe fatto la bügàa delle matasse tolte dall’aspa e, dopo l’asciugatura, i miscéi, dipanando il filato teso sulle nostre braccia.
Ci raccontava che una volta, prima di salire sugli alpi, tosavano la pèura con una macchinetta a molla, sul tipo di quelle del barbiere, mentre la bestia, con le zampe legate a due a due, stava sdraiata sulla lobbia dell’ingresso, riparata da una ringhiera piena, a panò. E quel buco sul bordo del pavimento era stato fatto per l’eventuale scolo delle urine della pecora che in quella situazione, per la paura, finiva sempre per pisciarsi addosso e ‘l masnài pitti ne usufruivano per tale funzione.  
Dalla sua postazione di lavoro davanti la casa, ogni tanto alzava gli occhi d’aquila per guardare quei casctiégn che arrancavano quasi sempre con pesi sulle spalle, al di là della vallata laterale, sulla strada della Meula.
Con la sicurezza dovuta all’osservazione costante delle loro abitudini e della camminata, distingueva i cirëseui che partivano, forse con nostalgia, oppure tornavano con la mala pesante dalle loro France di cui raccontavano le avventure, suscitando in lei un misto di  dulôo e di invidia.
Ci proteggeva con le sue raccomandazioni: …”vàccja ‘n te ti vai,… vàccja da nèn sautèe giù, … va nèn an eur (dal pais) ch’al ghè la manaccia d’feru…” e già sapevamo il seguito: quella mano ci avrebbe afferrati e trascinati giù per le rive della Brencja fino nel Furgnun per finire nel creus.  E quella visione preannunciata ci  inorridiva dissuadendoci dal disobbedire.
Ci parlava del nonno, degli avi e della vita sugli alpeggi, della fatica e dei momenti lieti; di quando era piccolo il papà, lo zio e le zie…e ancora storie di spiriti e di anime vaganti trasformate in prëmpëlli colorate: quelle che, intorno la casa, volavano lievi  posandosi sui fiori, sarebbero state le anime delle persone perse che qui avevano abitato e che cercavano la nostra compagnia e il nostro ricordo.
Quella era l’atmosfera delle nostre prime vacanze.


MARIA AUGUSTA GALLETTI
 
 
LE FESTE IN MONTAGNA
 

LA VITA AGRESTE CON L'ÀMIA ROSA E L'ÀMIA JETTA AL SASSELLO

 
 
 
 
 
Ordrovago