

IL PONTE DELLA GULA
Secondo ogni apparenza, la
valle inferiore del Mastallone era, in età immemorabile, interchiusa
da un monte, il quale è ora tramezzato da una gola; non saprebbesi
bene se causata da una violenta scossa di terremoto, ovvero dal continuo
rodere e infiltrate delle acque. Essa si sprofonda nelle viscere della terra,
ha angusta la bocca, dirupati i fianchi, e si stende per lungo tratto, bruna,
orrida, ineguale.
Il torrente Mastallone vi penetra baldanzoso e spumeggia e si dirompe tra
i sassi con tale fragore, che ne rintrona tutta l'aria intorno; ma presto
si acqueta in più largo spazio, e poi, per lo stringere degli scheggioni
soprastanti, si torce si dibatte e si assottiglia come una gora. Se ne disserra
alla fine, e scorre diritto, largo e rispianato sino all'uscita. A luoghi
apparisce di un colore verdastro, a luoghi plumbeo e quasi nero; tuttavia
non perde mai la propria limpidezza, talché l'occhio giunge a vedere
la rena del fondo e i molti pesci, che qui campano sicuri.
Gli antichi valligiani, con arditezza romana, gettarono fra le due coste
della gola un ponte, alto dal pelo dell'acqua metri trenta; e poi con mine
e picconi scavarono in quella pietra ferrigna una viuzza, la quale oggidì
sbonzola in più parti ed è qua e là ingombrata dai
massi diroccati, per la forza del gelo, dall'alto.
Chi vi si avventura e fissa questa tetra voragine, non può fare che
non senta nell'animo misterioso terrore, e non sia colto da improvvisa vertigine.
Per il che avviene di pensare che molto doveva essere il coraggio delle
genti, che di qua passavano, curve sotto pesanti carichi e seguite da irrequiete
mandrie. E pur troppo gl'infortuni non erano rari, a giudicarne dalle molte
croci, che si vedono tuttora infisse nella roccia, a pietosa ricordanza
dei miseri che vi perderono la vita. Pur beati, che adesso si interni nel
baratro una comoda strada e varchi il torrente un largo ponte!
Ecco, chiocca la frusta, tintinnano le sonagliere e vien oltre di carriera
la diligenza. Arrivata in capo la ponte si ferma, e ne scendono, con viva
impazienza, i forestieri.
Corrono alle spallette e osservano, con un brivido involontario, quelle
rupi scoscese, grigiolate, lubriche per gli stillicidii e adombrate qui
da poderosi alberi, là da ispidi arbusti e altrove da pochi cespi
spenzolanti.
Qualcuno raccoglie un ciottolo e lo scaglia giù, alla fine si ode
un tonfo e si vede schizzare l'acqua, accerchiarsi vie più e poi
tornarsene a quel tremolio, a quell'increspamento, che sempre ha, a cagione
dei venti che qui mai non restano.
Nel tempo stesso sbucano dalle spaccature stuoli di passeri cinguettanti
e qualche pipistrello che vola in qua e in là, come sperso.
Il cocchiere avvisa ch'è ora di partire, e tutti si ritirano mal
volentieri, poiché questo abisso possiede un magico incanto, il quale
ritiene lo sguardo e richiama alla fantasia le antiche fiabe, che raccontano
di luoghi bui e spaventosi dove si radunavano a conciliabolo gli spiriti
maligni.
Nel ritirarsi vedono sospeso sul burrone il filo telegrafico, e i loro cuori
si riempiono di dolce meraviglia e di quel sentimento di nobile alterezza,
che provasi sempre al vedere, per opera dell'uomo, vinta la selvaggia natura
si, da rendere bello ed utile il suo orrore._