

LA CASA DELLA FATA
Sulla cima della Croce del Gnun, la quale
separa il versante del Rio della Notte, ruscello lambente Brugarolo, dal
Rio Tanera, torrentello che, scendendo lungo l'opposto declivo del monte,
scorre presso la frazione Giavinali di Cravagliana, viveva una fata cattiva
e dotata di un terribile potere malefico.
Ella abitava in un antro scavato dal fulmine sulla facciata d'un grosso
macigno. L'antro era formato da due grotte, quella inferiore era la dimora
abituale della fata e quella superiore era la sua camera da letto. A destra
un'apertura più piccola, pure intagliata nella roccia: la finestra
dello strano alloggio. La gente dice che ci sia perfino, nella parete rocciosa,
un piccolo incavo, nel quale la fata soleva riporre il ditale dopo aver
terminato di cucire.
Dall'elevata vetta la maga abbracciava con lo sguardo fosco, pungente e
penetrante, un vasto panorama e seguiva lo svolgersi delle vicende umane.
A volte errava per il monte, lungo i boscosi pendii, cercando però
sempre di sottrarsi alla vista degli alpigiani. Le poche persone che asserivano
di averla incontrata sostenevano ch'ella era una donna dall'aspetto ributtante,
pelosa come una scimmia, perversa, maligna, gelosa e vendicativa.
Non appena la vedevano apparire, tutti si allontanavano, spinti da un arcano
presentimento.
Una sera, durante una delle solite gite, la fata vide, intento a tagliar
legna, un certo Ginotti, il più bello, più aitante, più
ardito di Brugaro.
Nascosta dietro un cespuglio lo ammirò in silenzio per alcuni giorni
e se ne invaghì perdutamente. Pensò subito di ammaliarlo e
di farlo bruciare della sua stessa ardente passione. Ma come fare, data
la di lei bruttezza?
Tornando lentamente al rupestre castello, la fata non tardò a trovare
il modo di riuscire nel suo intento. Indossò un magnifico abito azzurro,
si mise calze di seta e scarpine eleganti, e poi, presa una fiala da un
nascondiglio, ne vuotò il contenuto in una bacinella d'acqua. Quindi
si lavò ripetutamente il viso ed i rossi arruffati capelli. Oh, meraviglia!
I peli, le rughe e le orrende fattezze scomparvero come per incanto ed il
suo volto rifulse di grazia e di bellezza. Le chiome diventarono bionde
ed ella le intrecciò, con gusto squisito. Per virtù di magiche
arti la bruttissima fata era così riuscita a trasformarsi in una
leggiadra fanciulla. Non avrebbe ora incontrato difficoltà a raggiungere
il suo scopo. Decise quindi di non perdere tempo.
Il giorno seguente si recò di nuovo nel bosco e, appostata presso
una limpida sorgente, attese il giovane. Una grande pace regnava sovrana
sul monte in quella luminosa mattinata estiva. Gli uccelli gorgheggiavano
soavemente, rincorrendosi sulla cima delle piante che disegnavano strane
ombre sul suolo muschioso. Poco lungi, il Ginotti, che aveva terminato d'abbattere
alcuni alberi, sedeva sull'erba, intento a consumare la frugale colazione.
La fata, immobile, lo attendeva. Sapeva che sarebbe, come al solito, andato
a dissetarsi alla fonte. Infatti, quando il forte montanaro si avviò
verso la fresca polla montana, scorse d'improvviso, con un tuffo al cuore,
divinamente bella, la maga. Il Ginotti, credendo di sognare, si fermò
estatico e rimase un istante assorto nella contemplazione di quell'incantevole
creatura.
Poi, incoraggiato dall'affascinante sorriso che vedeva brillare su quel
volto angelico, così le parlò: "Dimmi chi sei, splendida
creatura, Madonna o dea discesa in questo mondo per allietare il cammino
dei mortali".
Fissandolo intensamente coi profondi occhi azzurri, ella così rispose:
"Mi chiamo Annabella e sono di nobile famiglia. Mio padre mi voleva
maritare, per ragioni politiche, a un principe ricchissimo ma deforme ed
antipatico. Per sfuggire un così triste destino abbandonai la mia
casa e cercai rifugio sopra questa vostra montagna dove vivo da qualche
anno, sola e felice".
"Ah", esclamò il Ginotti, "se non erro tu dunque sei
la fata misteriosa che abita nelle grotte scavate dal fulmine su questa
cima. Mi avevano detto ch'eri una donna orribilmente brutta, e mai più
avrei creduto d'ammirare invece una simile stupenda creatura!".
"La gente parla", soggiunse Annabella, "senza sapere spesso
ciò che dice. So che sul mio conto si narrano varie leggende, ma
sono storie che non hanno alcun fondamento. Tu sei, almeno io credo, il
primo valligiano che mi ha finora visto e perciò, meglio d'ogni altro,
puoi giudicare".
"Non ho mai visto", continuò il montanaro, "una fanciulla
bella come te. Credo alle tue parole e sono certo che la bontà eguaglia
in te la straordinaria bellezza. Benedico il destino che ha voluto il nostro
incontro ed oso sperare che sarai sempre la fata amorosa e gentile che fiorirà
di rose il mio sentiero".
"Se mi sarai fedele", proseguì Annabella, "la tua
vita sarà dolce e serena come un sogno radioso perché io nulla
tralascerò per realizzare la tua felicità".
Così dicendo la fata s'avvicinò al giovane e, con gli sguardi
maliosi e le parole appassionate, lo affascinò. E quando ebbe la
certezza che l'amore era sbocciato in quel semplice cuore, lo invitò
nella sua abitazione.
Il Ginotti accettò con entusiasmo ed, in sua compagnia, si recò
a visitare la casa rocciosa, arredata con gusto particolare. Ne rimase incantato
e fu, ben presto, travolto dalla sua follia. Da quel giorno, sospinto da
una forza arcana, egli ritornò tante e tante altre volte sulla Colma
per trascorrere ore di gioia nel piccolo nido rupestre, accanto alla maga
che lo estasiava.
L'estate passò in un lampo e le vaghe pendici alpine si tinsero di
malinconici colori. Le foglie morte, che si staccavano dagli alberi, sembravano
chiazze d'oro sparse lungo le falde della montagna. Un'onda di mestizia
invadeva l'animo e si diffondeva in tutte le cose. Poi giunse l'inverno
recando freddo e gelo. Le piante, completamente spoglie, tesero le loro
braccia nude e desolate al cielo. I monti si coprirono con una spessa coltre
bianca per riposare.
Benché a malincuore, il Ginotti dovette diradare le sue visite che,
dopo le feste del Natale, causa le eccezionali nevicate di quell'anno, cessarono
del tutto. Annabella, chiusa nel suo castello incantato, lo attendeva ansiosamente.
Quante volte, durante l'interminabile inverno, gli amici lo invitarono a
partecipare alle allegre veglie ch'essi periodicamente organizzavano nei
vari paesi della valle per trascorrere gaie serate allietate da risa, suoni
e canti, in compagnia delle graziose montanare! Ma il Ginotti, fedele alle
promesse fatte all'amica che, sperduta sulla candida vetta vigilava, non
si lasciò mai trascinare dalle spensierate comitive.
Tutta la gente di Brugaro e dei villaggi vicini, a conoscenza della sua
insana passione, non faceva altro che parlare di lui e della maga ammaliatrice
che molte persone giuravano d'aver vista! Queste sostenevano che la fata,
oltre ad essere d'una bruttezza spaventosa, aveva anche un figlio di nome
Pelosino, un mostriciattolo nero e peloso, dalle verdi fosforescenti pupille,
il quale era più scimmiotto che creatura umana. Ritenevano quindi
il povero compaesano vittima di un perfido incantesimo tramato dall'indemoniata
megera e, siccome gli volevano molto bene, decisero d'avvertirlo.
Una sera infatti, una donna delle più animose, una certa Maria della
Fontana, lo fermò e gli narrò, per filo e per segno, tutto
quanto aveva visto coi propri occhi recandosi a falciar erba presso la casa
della fata. Fiato sprecato! L'innamorato dapprima le rise in faccia e poi,
fattosi scuro in viso, così le rispose: "Ah, è dunque
lei che divulga sul conto della mia fata, bella come una Madonna, simili
infamanti fandonie? So che parla per gelosia, perché vorrebbe ch'io
facessi la corte a sua figlia Caterina, e l'avverto, una volta per sempre,
che ciò non sarà mai. La donna ch'io sposerò è
mille volte più bella e gentile della sua figliola. Se desidera vivere
in pace, se vuole evitare spiacevoli incidenti, tenga la linguaccia a posto
e badi a quello che fa. Io solo conosco la fata, splendida come una dea,
e le sue insinuazioni sono vere e proprie menzogne che provengono da un
animo basso e volgare. Stia dunque attenta se non vuole pagarla cara!".
La povera donna tentò di giustificarsi, ma il giovane non si degnò
nemmeno d'ascoltarla. Anzi, dopo averle fatto un gesto minaccioso, le voltò
bruscamente le spalle. Anche le affettuose insistenze dei suoi genitori
ed i fraterni consigli di cari amici non valsero a smuoverlo dai suoi fermi
propositi. Non ragionava più: la megera gli aveva fatto perdere la
testa!
Venne finalmente, la tanto sospirata primavera. Le nevi incominciarono a
sciogliersi sotto i tiepidi raggi del sole, e le prime gemme sbocciarono
sugli alberi. Una domenica, di buon mattino, vestito a festa, con in mano
un bel mazzo di profumati tulipani, egli si diresse rapidamente verso la
Croce del Gnun. L'ansia febbrile di rivedere la persona amata gli metteva
le ali ai piedi ed in poco tempo fu presso la casa della fata. Si fermò
un momento per asciugarsi il sudore e ravviarsi i capelli. Ah, che gioia,
poter riabbracciare, dopo tante settimane, la diletta amica! Quel giorno,
disubbidendo alla volontà di Annabella, si era recato da lei senza
avvertirla. Desiderava farle una sorpresa, e già ne pregustava l'intimo
piacere. Ad un tratto il ritmo d'una dolce cantilena gli giunse all'orecchio.
Non c'era dubbio: era la voce della bionda fatina che modulava quella nenia
soave. Si avvicinò adagio, in punta di piedi, per non farsi sentire,
all'abitazione dell'innamorata. Come gli palpitava forte il cuore! Giunto
presso la grotta si fermò un attimo a guardare e per poco non gli
sfuggì un grido d'orrore. Ah, che incredibile visione! Seduta accanto
alla porta stava la sua fata, orrida come un'arpia, intenta a cullare tra
le braccia un mostriciattolo bimbo, nero come il carbone ed orribilmente
peloso. Il povero giovane, come se fosse stato colpito al capo da una violenta
mazzata, barcollò ed arretrò di alcuni passi facendo rotolare
i sassi del terreno.
Proprio in quell'istante, allarmata dall'insolito rumore, la maga si voltò.
Vederlo e lanciare un urlo terribile fu, per lei, una cosa sola. Il montanaro
sentì passare un brivido di gelo per le vene. Poi trascorso quell'istante
di sbigottimento, si girò su se stesso e fuggì, col suo mazzo
di fiori, gettandosi a precipizio giù per la ripida china.
Arrivò a casa trafelato, si chiuse nella sua stanza e non uscì
più per tutta la giornata. L'incanto era spezzato ed il bel sogno
d'oro accarezzato dal cuore, s'era dileguato per sempre! Finalmente sapeva
la verità. La gente, purtroppo, aveva ragione. Ah, se avesse dato
retta alla buona Maria della Fontana!
Si convinse d'essere stato stregato e giurò che su quella cima maledetta
non si sarebbe recato più! Dell'accaduto però, temendo di
essere vittima di qualche vendetta da parte della maga, non fece parola
a nessuno. A poco a poco, per non dar dell'occhio, si avvicinò ai
compagni e cominciò a frequentare le simpatiche riunioni. Trascorse
così, serenamente, alcune settimane.
Contro le sue previsioni, la megera non lo perseguitò. Egli allora,
incoraggiato, cedette all'invito degli amici e, qualche volta, andò
con loro a trascorrere, negli alpestri paeselli, liete serate. Ben presto
la gaia compagnia delle vezzose valligiane, i canti e le danze eseguite
al suono melodioso delle fisarmoniche, gli fecero dimenticare completamente
la sua perfida Annabella.
Liberato da quell'incubo opprimente, si sentiva quasi rinascere. Nel cuore,
come i fiori di quella smagliante primavera, già sbocciava il virgulto
di un altro appassionato amore. Infatti, abbandonata la fata, trascorse
felici serate a Giavinali, paesello che non sorgeva là dove si trova
attualmente, ma bensì a ridosso del Rio Tanera, quasi vicino alla
mulattiera che conduce a Cravagliana. Qui, ben presto, il Ginotti s'invaghì
della più bella giovane del luogo che, in poco tempo, gli fece completamente
dimenticare la maga.
Questa però, dall'alto della montagna, teneva gli occhi aperti, non
disperando affatto di perderlo. Venne a sapere tutto e, rosa dalla gelosia,
meditò un'atroce vendetta. Prima però di mettere in esecuzione
il suo feroce disegno volle tentare di riconquistare il cuore dell'amico
infedele. Ideò un infernale piano, e, senza esitare, lo attuò.
All'Alpe di Prepiano, suggestivo casolare situato poco lungi dal suo castello,
era nato, da pochi giorni, un bell'angioletto biondo come un cherubino.
Il bimbo, figlio di una povera donna di Brugarolo che soleva trascorrere
ogni anno l'estate lassù, dove c'era un pingue pascolo per le sue
mucche, si chiamava Bianchino. Vedere l'innocente creatura e sentire il
desiderio di rapirla e di sostituirla col suo orribile Pelosino fu, per
la strega, una cosa sola. In un attimo, approfittando della momentanea assenza
della mamma, rapì Bianchino deponendo nella culla, al suo posto,
quel mostruoso scimmiotto di Pelosino.
E' più facile immaginare che descrivere lo strazio dell'infelice
madre quando, ritornata al casolare, sollevò il candido velo ricamato
della culla e scorse, in luogo del suo adorato angioletto, quel ributtante
babbuino! Gridando come una pazza al colmo della disperazione corse a Brugarolo
per diffondere la brutta notizia e cercare aiuto. L'allarme si diffuse rapidamente
in tutto il paese e portò lo sgomento anche a Brugaro. L'istinto
dell'angosciata genitrice individuò l'autrice del misfatto.
Chi poteva essere infatti, se non l'infame megera, a concepire ed attuare
un così tremendo delitto? Tutti i valligiani, pregando Dio e la Vergine
misericordiosa, invocarono la restituzione del bimbo. Ma chi poteva realizzare
il tanto sospirato miracolo? Soltanto il Ginotti avrebbe potuto ottenere
dalla strega ciò che nessuno altro si poteva sperare. Perciò
l'infelice mamma, accompagnata da numerosi compaesani, si recò da
lui e, piangendo calde lacrime, implorò il suo tempestivo e provvidenziale
intervento. Il bravo giovane, visibilmente commosso, benché ritenesse
molto improbabile la buona riuscita dell'impresa, data la completa rottura
dei suoi rapporti con la maga, promise che avrebbe fatto tutto il possibile
per ridare alla montanara il perduto bene.
Senza indugiare s'avviò, pensieroso, verso la dimora della fata.
Giunto alla baita di Prepiano prese con sé quel poveraccio di Pelosino
che piagnucolava per la paura, e continuò il cammino. Quando arrivò
presso la spelonca, alzò lo sguardo al cielo e chiamò a gran
voce Annabella. Gli rispose l'eco del monte. La chiamò ancora, con
maggior forza, finché ella non comparve. Allora, dolcemente, con
accorate parole, egli la scongiurò di riprendere la sua creatura
e di restituire Bianchino alla disperata madre.
Lo stratagemma ordito dalla strega era perfettamente riuscito. Grazie al
rapimento del bimbo, il bel giovane era tornato a lei. Egli era, ora, nuovamente
nelle sue mani grifagne: non se lo sarebbe lasciato sfuggire più!
Ella, stanca per i continui strilli di Bianchino, che non sapeva come nutrire,
attendeva soltanto il momento buono per disfarsene. E questo, finalmente
era giunto.
Dopo aver ascoltato, impassibile, le toccanti implorazioni del Ginotti,
ella rispose che avrebbe esaudito le sue preghiere, ma soltanto ad un patto.
Troppo aveva sofferto del suo abbandono; gli voleva tanto bene e non avrebbe
potuto vivere senza di lui. Sapeva che un'altra donna era entrata nel suo
cuore e non poteva assolutamente sopportare un simile tradimento.
Se il giovane prometteva di ritornare a lei e di lasciare per sempre quella
smorfiosa fanciulla di Giavinali, ella avrebbe senz'altro restituito Bianchino.
Solamente a questa condizione era disposta a cedere alle sue preghiere.
Il generoso montanaro, vista vana ogni via d'uscita, unicamente infiammato
dall'ardente desiderio di far felice la misera madre e di salvarle la diletta
creatura, promise alla fata che avrebbe obbedito.
La maga allora, visibilmente soddisfatta, gli consegnò il bimbo e
si riprese l'orribile Pelosino dopo avere ricordato al Ginotti che la sua
vendetta sarebbe stata feroce s'egli, per qualunque ragione, non avesse
mantenuto la parola data.
Così, poche ore dopo, la madre di Bianchino, fuori di sé dalla
gioia, poté riabbracciare il suo adorato angioletto.
Passarono, luminose di sole, le settimane. L'estate, col ridente incanto
dell'azzurro cielo e dei boschi ammantati di verde, trascorse senza che
il Ginotti sognasse nemmeno lontanamente di ritornare alla fata che, con
tanta ansia, lo attendeva. Anzi, invece d'esserle riconoscente e di ricordarsi
della promessa fattale, travolto dall'appassionato amore verso la bella
montanara di Giavinali, si recava tutte le sere da quest'ultima.
La strega allora, delusa, offesa e tradita, vista naufragare ogni speranza,
accecata dalla gelosia e livida dalla rabbia, attuò la sua tremenda
vendetta.
Una notte, certa che l'infedele si trovava presso la di lei rivale, con
voce spaventosa che fece fremere d'orrore quanti l'udirono, dall'alto del
suo sinistro castello così urlò:
"Scappa, Ginotti, che vien la fata
con tutta la sua brigata!".
E nello stesso tempo scatenò un uragano così
furioso che gli alberi, divelti come fuscelli dalla violenza del vento,
ostruirono il piccolo torrente. Le acque di questo, smisuratamente gonfie
per la straordinaria piena, si riversarono impetuosamente sulle povere case
di Giavinali travolgendole tutte quante e facendo miseramente annegare tutti
i suoi abitanti, l'infedele giovane compreso.
Cessata la furia degli elementi, i valligiani, accorsi per porgere aiuto
ai malcapitati, non videro altro che il cadavere d'una povera donna, con
un mestolo in mano, presso il focolare sul quale stava cuocendo la magra
cena.
Ma il Signore, giusto e buono, inorridito per la barbara crudeltà
della megera, le diede il castigo che ben meritava.
Infatti, mentre la strega contemplava, dalla soglia di casa, insieme al
suo Pelosino, il terrificante spettacolo della distruzione di Giavinali,
un fulmine li incenerì entrambi riducendo in polvere tutto quanto
si trovava nella loro bieca dimora._