CRAVAGLIANA
CRAVAGLIANA
le doux nid CRAVAGLIANA CRAVAGLIANA CRAVAGLIANA


 

LA BEATA PANACEA

Nel 1368 a Quarona Sesia, una piccola grande amica di Dio, una vergine pura come un angelo, aprì gli occhi: si chiamava Panacea. Il padre Lorenzo viveva coltivando un pezzo di terra ed un piccolo gregge. La madre Maria si dedicava ai lavori domestici. Due santi coniugi, e Panacea fu immagine viva dei genitori.
Fanciulla di rara bellezza, cresceva ornata di ogni virtù possibile ad umile condizione, mostrando devozione non selvatica e melanconica, ma costante amabilità. Era sua cura speciale voler imitare l'infanzia dei santi.
Radunava fanciullette, le divertiva, cantava con esse pie laudi dinanzi ad una piccola croce fatta da lei. Le lodi generali per la singolare avvenenza, per la grazia, per l'intelligenza superiore all'età, erano un pericolo per il demone della vanità, veleno sottile che intacca facilmente l'anima femminile. Come antidoto al pericolo, Panacea pensava quanto fossero umili sulla terra le più belle fra le sante; pensava specialmente alla madre di Dio. E quando avvertiva in sé qualche inizio d'ambizione, flagellava l'innocente corpicino considerandolo un nemico, tutta presa da uno sforzo superiore di perfezione.
Morì presto la madre, sorpresa da una violenta infermità.
Il padre Lorenzo stimò conveniente dare all'orfanella una seconda madre, che fu Margherita. Ipocritamente mite prima del matrimonio, entrata nella nuova casa rivelò, presto e tutto, il suo animo iracondo e perverso.
Povera Panacea! Reagiva alle vessazioni della matrigna moltiplicando inutilmente docilità ed obbedienza. La rea donna tutto riteneva effetto d'ipocrisia. Peggio quando Panacea ebbe una sorella: nata brutta, cresciuta sgarbata. La piccola martire divenne doppiamente vittima, della matrigna e di quell'infante prepotente.
Troppo scarsa difesa aveva Panacea nel babbo, buono ma debole e tutto il giorno assente per i lavori di campagna. Tutto subiva in silenzio Panacea, e quando aveva terminato di filare quanto conveniva, ed eseguito ciò che le era stato imposto, pregava.
Colta un giorno con la corona in mano, la matrigna gliela strappò, la ridusse in pezzi, percosse brutalmente la fanciulla. Questa si ingegnò allora con un cordoncino da lei stessa filato, sul quale, con diversi groppi, segnò i Pater e gli Ave. Ma dovette presto rifare il cordoncino, sempre distrutto dall'empia femmina, che aggiungeva schiaffi e pugni. La piccola martire cadde una volta svenuta e sanguinante sotto i colpi della matrigna. Per celare la sua colpa, la donnaccia trascinò Panacea nella stalla. Lì, il babbo tornato dal lavoro, la trovò gemente.
Alle sue rimostranze fu risposto che la figliola aveva meritato quella punizione.
Panacea venne allora affidata alle cure di alcuni parenti.
Aveva adesso otto anni: era predestinata alla santità. Bella e saggia in così tenera età, le lodi la turbavano; si privava spesso del cibo necessario a se stessa, per i poveri.
Sui dieci anni il padre la riportò a casa e le affidò la custodia del piccolo gregge. Una pia credenza narra che gli angeli scendessero a conversare con lei e che vegliassero per lei il gregge mentre ella attendeva a pregare, astratta nell'estasi. E vuolsi che un angelo filasse talora per lei.
Cresceva con gli anni suoi l'odio della matrigna, la quale, a scopo di maggior angustia, raddoppiava la quantità da torcere in filo ed il numero dei fusi. Inoltre la piccola doveva portare a casa un gran fascio di legna per il fuoco. Odio ed avarizia. Mai lo stame era ben filato e sempre troppo piccolo il fascio di legna.
La santa giovinetta aveva ormai quindici anni: bellissima di corpo, angelica di costumi. Cresceva il suo fervore religioso.
1383. Il sole era al tramonto. Panacea incamminò il gregge, che scese verso il casolare, guidato dal cane. Panacea rimase sul monte.
Giunto il gregge all'ovile senza la pastorella, la matrigna fece mille supposizioni, tutte maligne. Raggiunto il luogo dove sapeva di trovare la fanciulla, la vide intenta alla preghiera. Frenetica di rabbia, la percosse con il bastone, poi, spezzatosi questo, con i sassi.
I gemiti, invece di placare, acuirono l'odio dell'assassina, la quale, adoperando per ultimo il proprio fuso come pugnale, spezzò il cranio e squarciò il collo ed il petto di Panacea. Cessò il delirio omicida quando giacque inerte al suolo il corpo della piccola martire della preghiera e della pazienza. Orribile il delitto; orribile la punizione.
La diabolica donna finì con il suicidio i suoi giorni gettandosi a precipizio da una rupe.
Il buono ma debole padre, accorse, fece l'atto di sollevare sulle sue braccia il cadavere di Panacea ma senza riuscire. Altri tentarono: inutile ogni sforzo. Era evidente il miracolo, e non fu il solo. Era vicino il fascio, l'ultimo preparato da Panacea: un improvviso fuoco prodigioso lo consumò. Le campane della vicina chiesa si misero a suonare, non toccate, a festa.
Il santo corpo continuava a resistere a continuati tentativi di rimozione.
Fu richiesto l'intervento del Vescovo di Novara, il quale, riconosciuta miracolosa la resistenza del cadavere, gli comandò in nome di Dio di lasciarsi sollevare e trasportare. Così avvenne.
Ai piedi del monte fu messa sopra un carro la spoglia mortale di Panacea, meta il cimitero di Quarona. Ma il carro non si mosse. Si tolsero allora i buoi, che furono sostituiti da due vitelle ancora lattanti. Si diressero queste verso il podere di un uomo il quale non permise la sepoltura nel suo campo, temendo che la folla accorrente danneggiasse il raccolto.
Le bestie si mossero allora verso Ghemme e si arrestarono al cimitero a fianco della tomba della madre di Panacea.
Anche qui il suono spontaneo delle campane parrocchiali salutò il corpo della vergine martire. Il Vescovo di Novara seppellì con le sue mani il santo corpo della fanciulla, la quale fu poi tolta dalla tomba attigua a quella materna per essere deposta nell'urna preziosa nella quale da secoli riceve il culto dei fedeli.
Il primo venerdì del mese di maggio venne fissato per la solennità annuale.
L'innocente pastorella di Valsesia è venerata come speciale protettrice delle montagne, delle valli e dei campi. La si invoca quale celeste ausiliatrice per gli affetti di epilessia.
Nel corso dei secoli la Valsesia fu encomiata in ogni campo del lavoro, della scienza e dell'arte da uomini illustri, ma forse nessuno onorò questa terra come l'umile pastorella di Quarona, che vissuta solo quindici anni, digiuna di dottrina, mostrò come la santità supera tanto i valori puramente umani quanto dalla terra è distante dal cielo._

LE LEGGENDE
 
IL PONTE DELLA GULA
 
LA CASA DELLA FATA
 
I MIRACOLI DEL SANTO
 
LA MADONNA DEL TIZZONE
 
LA MADONNINA BIANCA
 
I CAVALIERI DELLA LUNA
 
IL SANT DEL PRA - DIEU
 
LA STRIA DEL MULINET