

LA MADONNINA BIANCA
Un sera d'autunno, fredda e nebbiosa,
un emigrante rimpatriato dalla Francia percorreva la rotabile della Val
Mastallone per recarsi al suo paese.
Giunto all'osteria delle Piane Belle, stanco ed affamato, decise di sostare
un'oretta per ristorarsi e concedersi un po' di riposo. Nella saletta, calda
ed accogliente, c'erano numerosi avventori.
Pranzò con appetito e, per la gioia di ritrovarsi fra gente amica,
bevve più del solito.
"Il vino è sempre buono in Italia. In Francia, invece, non è
così prelibato", dichiarò ai vicini. "Oste",
ordinò poi, "porta un litro per la compagnia".
"Si vede che avete fatto una buona stagione", osservò qualcuno.
"Non posso lamentarmi. Ho lavorato molto, ma fa piacere sgobbare quando
c'è il relativo compenso. Ah, la Francia è sempre un grande
paese!".
"Fortunato voi", aggiunse un altro. "Noi, invece, dobbiamo
compiere miracoli per sbarcare il lunario!".
"Non crediate però che, in Francia, i soldi piovano dal cielo.
Bisogna sudarli, come ho fatto io. E non sempre tutte le stagioni vanno,
come questa, a gonfie vele. Prendete, oste, e pagatevi".
E, così dicendo, levò dal portafogli, gonfio di banconote,
un biglietto da mille lire.
Alcuni occhi grifagni si posarono su quell'oggetto che conteneva tutti i
suoi risparmi, e due sconosciuti, di passaggio nella locanda, si scambiarono
uno sguardo d'intesa. Poco dopo, senza farsi notare, sgusciarono dall'osteria
e s'allontanarono.
L'emigrante, un po' inebriato dal vino, chiacchierava volentieri, come se
fosse a casa sua. Ad un certo punto, accortosi d'aver fatto tardi, balzò
in piedi, salutò gli amici e se ne andò.
La notte era nera come la pece, ma il biancore della rotabile spiccava fra
le tenebre.
S'inoltrò, a passo spedito, verso il villaggio della Barattina e,
lasciato alla sua destra il ponte di Cervarolo, si diresse verso l'orrido
della Gula.
L'aria gelida della notte gli pungeva il viso ed, ogni tanto, era costretto
a sfregarsi le dita rattrappite.
Camminava lentamente sognando la casetta ancora lontana, il tepore del nido
domestico e la gioia di rivedere i familiari.
Ad un tratto, tre acuti fischi, lacerarono l'aria. Egli si fermò
sorpreso. Chi si aggirava, a quell'ora insolita, da quelle parti? E per
qual motivo s'era messo a fischiare?
I fumi del vino si dissiparono all'istante e, nella sua mente, balenò
un presagio di sventura. Ricordò la prolungata sosta all'osteria,
i bicchieri tracannati e qualche faccia che non gli andava troppo a genio.
Aveva parlato anche di biglietti da mille e fatto vedere il portafoglio
pieno di banconote. Che imprudenza, la sua!
Tre altri fischi, stavolta provenienti da opposta direzione, echeggiarono
sinistramente nella pace della valle.
Sentì un brivido sottile serpeggiargli nelle vene. Non c'era più
dubbio: erano dei segnali convenuti scambiati da malfattori che, individuata
la sua presenza, lo stringevano in una morsa per assalirlo e depredarlo.
Uno di essi lo seguiva, e l'altro, a poca distanza, lo attendeva. Si guardò
attorno, tremante di paura. Era ormai giunto all'inizio della dura salita
che conduce alla voragine della Gula; a sinistra, aveva il pendio della
montagna e, alla destra, il costone roccioso terminante sul greto del Mastallone,
entrambi impraticabili per il gelo e l'oscurità della notte.
Proseguire o tornare indietro sarebbe stato buttarsi spontaneamente nelle
grinfie dei banditi. Il poveretto non sapeva più cosa fare. Un sudore
freddo gli imperlò la fronte. Non aveva più speranze di salvezza
e si sentiva ormai perduto. Da un momento all'altro sarebbe stato acciuffato.
"Vergine santissima", mormorò, "aiutami tu!".
D'improvviso gli venne un'ispirazione. Sapeva che, in quella località,
c'era un ponticello gettato sopra un ruscello. Nonostante le fitte tenebre
riuscì a rintracciarlo. Svelto come un capriolo abbandonò
la rotabile e, piano piano, per non far rumore e per non sdrucciolare sul
terreno gelato, lo raggiunse e si riparò sotto la sua breve arcata
pregando il cielo perché non lo scoprissero. Gli attimi che passarono
gli parvero secoli. Rannicchiato dietro ad un sasso orlato di gelo restò
in ascolto trattenendo il fiato.
Non s'udiva che il lieve chiocciolio dell'acqua scorrente ai suoi piedi.
Poi, il rumore di alcuni passi ed il secco risuonare di voci umane lo fecero
trasalire.
I malandrini, fermatisi proprio sul piccolo ponte che lo sovrastava, discutevano
con animazione.
"Gli sono stato alle calcagna fin qui", spergiurava uno, "e
ti posso assicurare che, indietro, non è tornato!".
"Ed io ti sono venuto incontro, come eravamo d'accordo, ma il merlo
non s'è fatto vedere. Se non l'ho incontrato, e se tu non l'hai lasciato
sfuggire, è segno che si è nascosto in qualche angolo. Cerchiamolo.
Dev'essere per di qui; dobbiamo pescarlo! Se avesse proseguito il viaggio
l'avrei visto. Non sono mica orbo, sai?", affermava l'altro.
Ed i due loschi figuri, facendosi luce con qualche fiammifero, si misero
a perlustrare, palmo a palmo, i dintorni.
L'emigrante, fortunatamente sfuggito alla cattura, si raccomandava di nuovo
alla Madonna.
Soltanto un miracolo avrebbe potuto salvarlo.
"Se guardano sotto il ponte sono fritto!", pensava e, tremando
dallo spavento, non sentiva nemmeno più il rigore del freddo.
I passi e le voci continuarono a risuonare a lungo, di qua e di là
del ponticello, da un lato e dall'altro della strada, sempre più
secchi, rabbiosi e concitati, finché si dispersero, nelle tenebre
fitte della notte, come per incanto.
L'uomo, rintanato sotto il macigno, incominciò a respirare. Quanti
minuti, quante ore erano passati?
Preoccupato com'era di salvare la pelle ed il frutto dei suoi sudati risparmi,
non avrebbe potuto dirlo. Poco per volta, anche nel suo cuore angosciato,
ritornò la pace. Ma non osava ancora abbandonare il suo nascondiglio.
I ladroni potevano essere rimasti nei dintorni, in agguato.
Conveniva attendere l'alba.
Passò tutta la notte in quella scomoda posizione noncurante della
gelida brezza che gli paralizzava gli arti e lo faceva soffrire.
Soltanto quando, spuntata la chiara luce del mattino, udì le sonagliere
d'una carrozza tintinnare per la valle silenziosa, stirandosi le membra
indolenzite, risalì il pendio per ritornare sulla strada.
Al cocchiere meravigliato, diretto verso l'alta valle, raccontò con
voce che tradiva l'interna agitazione, la sua drammatica avventura.
Poi, salito sulla carrozza, con l'animo rasserenato, continuò, senza
altri incidenti il viaggio verso il nativo paese.
Strada facendo, per testimoniare alla Vergine, che aveva invocato nel momento
del pericolo, la sua perenne riconoscenza, decise di dedicarle un tempietto.
E da quel solitario chiesuolo, sbocciato fra le rocce, nei pressi del torrente
Mastallone, una dolce Madonnina sorride._