

Memorie
di guerra in
Val Mastallone
NEL 50° DELLA
FINE DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE E
DELLA LIBERAZIONE
Anche se in Val Mastallone non è stato forte il fenomeno del partigianato
combattente, è stato molto presente l'appoggio e l'impegno dei civili
alla lotta di liberazione (anche se certuni fatti mi lasciano perplesso, non
mi risulta che ci furono episodi di delazione).
Si trattava in tutto di un centinaio di uomini raggruppati in tre distaccamenti
principali: il distaccamento di Varallo Sesia era costituito da quaranta uomini
che facevano capo ad Attilio Musati, poi caduto, e succeduto nel comando della
formazione da Pierino Rastelli (Pedar), uno tra i più valorosi garibaldini
della Valsesia.
Il 22 settembre 1943 segnò la data ufficiale della formazione della
Prima Squadra di Patrioti: questa pattuglia era composta da una ventina di
giovani animati da grande entusiasmo, tutti valsesiani, per lo più
originari della zona di Cervarolo; tutti scappati dall'Esercito Italiano,
per non servire la repubblica ed i tedeschi. Al loro comando Leo Colombo,
Pietro Rastelli e Dante Pischi.
Dire che al momento questi sbandati abbiano un progetto preciso di resistenza
è inesatto: mancavano le armi, una strategia, un'organizzazione e molto
più spesso anche di convinzione.
Quattro di coloro che componevano quella prima formazione, vennero fucilati
a Borgosesia il 22 dicembre sempre del 1943, in quella che fu la prima rappresaglia
selvaggia contro questi volontari della libertà.
In questa fase divenne decisiva l'opera di Vincenzo
"Cino" Moscatelli (nella fotografia a sinistra), figura
dominante del movimento partigiano valsesiano, il quale imprimette, al rifiuto
di continuare la guerra, una svolta politica.
La vera e propria guerra partigiana in Valsesia ebbe inizio il 29 ottobre
1943. Il fatto avvenne precisamente a Borgosesia, e fu originato dall'assalto
alla caserma dei carabinieri, che avevano provveduto all'arresto di Cino Moscatelli:
la fase cospirativa cedeva il posto a quella della guerriglia.
Dopo questa esperienza, infatti, cominciò l'organizzazione militare
dei gruppi che stazionavano sulle montagne valsesiane.
In data 1 dicembre 1943, in un rapporto di Vittorio Flecchia (Valbruna) al
Comando generale delle brigate "Garibaldi", estraggo: "...
Valsesia. I gruppi esistenti sono tutti sotto il comando di Moscatelli, seppure
il distaccamento che sino ad oggi ha fatto il maggior numero di azioni è
soltanto il suo...".
Alle Piane di Cervarolo i partigiani posero un grande deposito e magazzino;
si hanno notizie di primi depositi di armi presso Bocciolaro (frazione del
comune di Cravagliana) e Sabbia, mentre presso i locali del Collegio D'Adda,
in Varallo Sesia, furono ammassati materassi ed altri generi di sussistenza.
Una probabile sopravvalutazione delle forze ribelli, dovuta all'attivismo
delle bande valsesiane (e quelle della Valsessera), spinse il capo della provincia
di Vercelli, Morsero, a richiedere l'intervento di rinforzi. Fu così
che, a metà dicembre, per "stroncare la ribellione" s'insediò
a Varallo Sesia il 63° Battaglione "Tagliamento", comandato
da Merico Zuccari.
Il 30 dicembre avvenne lo scontro di Camasco: un reparto della Tagliamento,
infranta la resistenza dei partigiani entrò nel paesino seminandovi
il terrore, la distruzione e la morte.
Il 13 gennaio 1944 nella battaglia di Roccapietra, per la prima volta i garibaldini
valsesiani fecero conoscenza con quella terribile arma che è il mortaio.
Questo intervento contro il nostro schieramento, ed in particolare contro
le postazioni di mitragliatrici, avrebbe dovuto fare comprendere subito ciò
che sarebbe stato chiaro solo più tardi, in occasione del combattimento
al Ponte della Gula ed a Baraccone. E cioè che una difesa con postazioni
di mitragliatrici, per quanto favorita dal terreno montagnoso, non poteva
mai arrestare l'avanzata di un nemico che procedeva spazzando prima il terreno
con i mortai e scaglionando nuclei a raggiera sulle coste montagnose. Un'azione
avrebbe avuto inoltre il difetto di comportare un grande consumo di munizioni,
contro un obiettivo sul quale tali munizioni erano di scarsa efficacia.
Dopo ripetuti spostamenti, e sopraggiunto l'inverno con tutto il suo rigore,
il Comando decise il trasferimento a Rimella.
Lo smistamento al sicuro delle armi avvenne da Bocciolaro, campo base dove
erano pronti squadre di portatori per portarle ed occultarle in su, alle Piane
ed al Monte Capio.
Da Rimella, mediante un collegamento difensivo sulla Bocchetta di Campello
Monti, le formazioni partigiane avrebbero potuto proteggersi.
Sempre da Rimella,
Dino "Barbis" Vicario (nella fotografia a destra), il tenente Alfredo Colombo (Vacca)
ed il tenente Gianni Daverio (Gianni), furono inviati a predisporre nuovi
basi per i reparti. Ad altri personaggi, invece, venne assegnato l'incarico
di far affluire, attraverso il comitato valsesiano, i rifornimenti ed i viveri
alla nuova base di Rimella.
La marcia di trasferimento veniva effettuata di notte nella parte più
pericolosa, sino a Cervarolo; poi i distaccamenti, superato il ponte della
Gula, scendevano sulla rotabile che da Varallo Sesia conduce a Fobello ed
a Rimella. Ovunque, i partigiani furono accolti dalla solidarietà affettuosa
della popolazione.
Alla mattina del 26 gennaio 1944 arrivarono a Rimella, dove, preavvisata del
loro arrivo, tutta la festosa popolazione era ad attenderli lungo la ripida
mulattiera, che dalla frazione di Grondo, situata al termine della valle,
sale al paese. Il loro arrivo era stato preceduto da una missione esplorativa affidata al Daverio e al Vicario, che concordarono con il parroco don Giuseppe Buratti gli apsetti logistici: l'intervento del sacerdote risultò decisivo per l'accoglienza da parte della popolazione locale della banda partigiana, reduce dal rastrellamento sul monte Briasco.
Inizia appunto il 26 gennaio il periodo dell'occupazione partigiana della
Val Mastallone; periodo che si protrasse fino agli inizi di aprile dell'anno
successivo.
Rimella era ritenuta, allora, l'unica posizione sicura ed imprendibile. L'unica
via d'accesso è la strada della Val Mastallone, che corre per circa
venti chilometri incassata tra rocce e gole strettissime. Lungo la rotabile
non vi erano che piccoli villaggi, abitati da poverissimi montanari, i quali
vivevano con lo scarso prodotto della poca terra e delle bestie da latte e
da cortile.
L'avanguardia mandata avanti per preparare le nuovi basi aveva fatto le cose
per bene. In una casetta isolata aveva predisposto la sede del Comando. In
un'altra casa più grande erano stati organizzati il magazzino, la cucina,
il refettorio e parte del dormitorio. Altri reparti trovarono alloggio in
diverse case. Il Monte Capio, piccolo albergo del paese, venne trasformato in infermeria
con personale sanitario abilitato. Spesso vi salirono i medici da Varallo
Sesia con ferri sterilizzati e tutto l'occorrente. Venne organizzata anche una sartoria per la confezione delle divise partigiane.
In tutto si attestarono nel quartiere generale di Rimella una decina di uomini
armati, mentre i disarmati furono impegnati nei servizi.
Bisognava adesso pensare alla difesa della Val Mastallone. Si cominciarono
a sistemare gli avamposti dotati delle poche armi automatiche; altra esigenza:
minare i ponti, ma occorreva la dinamite che non c'era. Qualcuno pensò
alle miniere di Alagna Valsesia e si decise di andare.
E' il mattino del 4 febbraio quando il tenente Daverio partì per questa
missione. Erano con lui Vicario ed un civile di Rimella, il quale avendo lavorato
in quelle miniere, doveva fungere da guida.
A Daverio fu conferito anche l'incarico di accertarsi dell'entità delle
forze nemiche, che stavano man mano affluendo continuamente, a fondo valle,
in vista di un grande rastrellamento.
A Varallo Sesia, i tre intrepidi si scontrarono con una pattuglia nemica e
ne ingaggiarono un cruento combattimento.
Purtroppo Gianni Daverio rimase ferito al viso dallo scoppio di una bomba
ed a fatica riuscì a portarsi con la stessa macchina a Rimella. Qui
vi arrivò in condizioni pietose, con il viso sfigurato e pieno di piaghe.
Nonostante le cure prodigategli dai medici presenti, in conseguenza della
gravità delle ferite riportate perse completamente la vista. I suoi
occhi si erano spenti definitivamente, ma la sua forte tempra, provata da
una simile disgrazia, era più viva che mai.
Gianni Daverio: il suo dramma pari alla sua eccezionale forza d'animo, ha
mai attenuato il valore dei sentimenti e la costanza di un impegno che desta
ammirazione e che gli valsero la decorazione di una Medaglia d'Argento al
Valor Militare. Figura luminosa della Resistenza valsesiana, Gianni Daverio
era un giovane laureando in medicina quando si aggregò ai partigiani.
Dante Strona "Dumas", nel suo "Per non gridare alle pietre"
(1982), gli ha dedicato una poesia che riporto nella pagina seguente.
La
Valsesia visse da protagonista gli anni della guerra partigiana. |