CRAVAGLIANA

CRAVAGLIANA
le doux nid CRAVAGLIANA CRAVAGLIANA CRAVAGLIANA


Memorie di guerra in
Val Mastallone

NEL 50° DELLA FINE DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE E
DELLA LIBERAZIONE

PARTIGIANO CIECO

Al mio compagno dagli occhi spenti
bruciati nei giorni ruggenti
da una vampata di fuoco,
non oso parole
per dire dei frutti seccati,
di clessidre impietose.

Dalla sua soglia d'erba
ritorno con mani colme
di speranza: vi sono mattini
che restano intatti
oltre la miseria degli uomini.

L'usignolo accecato
non piange: chiama l'alba
per nome, su un ramo di spini.

Gianni Daverio, membro dello stato maggiore della 6a brigata "Garibaldi", pubblicò i suoi ricordi nel 1979, col titolo "Io, partigiano in Valsesia".
Il racconto è al presente, sotto forma di diario, anche se ogni tanto esprime riflessioni posteriori, commenti morali e politici. L'arco temporale del racconto va dall'8 settembre 1943 all'immediato dopoguerra, ma è soprattutto la prima parte che rende con nitidezza i primi mesi della lotta partigiana in Valsesia, l'incontro con Moscatelli, la formazione del primo distaccamento, l'organizzazione successiva della 6a brigata "Gramsci", sino al grande rastrellamento dell'aprile del '44.
La memoria di quei mesi si traduce in una descrizione molto dettagliata della vita partigiana: persone, luoghi, numeri, aspetti organizzativi e militari.
Non si nascondono fatti che possono risultare imbarazzanti, anzi volutamente si giustificano alcuni episodi di "giustizia partigiana"; le vicende sono narrate con un ritmo incalzante; ad essere messi in risalto, pur tra i disagi e le sofferenze sono le azioni e i comportamenti di coraggio e di audacia dei partigiani.
Ma, come abbiamo visto in uno scontro armato a Varallo Sesia il 4 febbraio 1944, Daverio viene ferito e perde la vista. Ricorda ancora le settimane successive in Valsesia, quando ormai è un partigiano senz'armi, combattuto da un profondo travaglio tra la decisa volontà a rimanere e la preoccupazione di essere di peso ai compagni. Nella tarda primavera lascia la Valsesia e viene ricoverato in clinica a Torino.
La seconda parte del libro non ha più quindi il valore della testimonianza per ciò che riguarda le vicende valsesiane ma certo ci descrive, con tratti a volte struggenti, la disperazione di un uomo, l'alternanza di stati d'animo tra il sentimento di impotenza e l'amara sensazione dell'emarginazione ed a tratti una sorta di risentimento nei confronti di chi può ancora lottare.
L'ex ufficiale partigiano alla fine del racconto, dopo il 25 aprile, "si sente sbandato come l'8 settembre". Tutti lo trattano come un eroe, ma lui avrebbe voluto essere un uomo come tutti gli altri.
Per distribuire le forze secondo le esigenze difensive della valle, dunque, vennero organizzati quattro reparti leggeri composti ognuno da una ventina di uomini dotati di armi automatiche. Un primo distaccamento, con Musati e Rastelli, salì al Baranca, con il compito di sorvegliare a nord. Un distaccamento, comandato dal tenente Colombo, prese posizione sulla Bocchetta di Campello Monti, a nord - est della base di Rimella. Un terzo distaccamento, comandato da Vicario, fu dislocato sulle alture che dominavano il ponte della Gula, nel punto più avanzato, in modo da sorvegliare l'imboccatura della Val Mastallone. Il quarto distaccamento, comandato da Celso Ranghini, occupò una posizione più arretrata a Baraccone, a poche centinaia di metri dal ponte delle Due Acque ed a tre chilometri da Rimella e da Fobello.
Il resto delle forze, una cinquantina di uomini, venne accantonato presso il Comando di Rimella, in frazione Villa Inferiore, dove rimase fino agli inizi di marzo, per poi trasferirsi alla frazione Boco Inferiore di Fobello, in casa Scalabrini. La scelta del ritiro in montagna rispondeva alla necessità di svernare in ambiente facilmente sorvegliabili e di riorganizzare i distaccamenti a fronte dell'arrivo di nuove reclute.
Mentre ferveva l'opera di organizzazione della base e di preparazione della difesa, furono effettuate numerose puntate a valle allo scopo di disturbare il nemico ma soprattutto per procurare i viveri e le scorte necessarie alla vita delle formazioni.
Il continuo afflusso di nuove reclute, molti giovani di leva e renitenti, rese indispensabile la costituzione di un Comando tappa. Questo venne organizzato a Cravagliana nella frazione Voj, di fronte a Baraccone, e venne diretto dal comandante Luigi Comoli (Burtul).
Questo massiccio afflusso di nuove forze fu principalmente dovuto al fatto che i ripetuti bandi della Repubblica Sociale di Salò furono molto spesso disattesi e dalla relativa sicurezza di cui almeno inizialmente godeva la zona.
Tutte le reclute venivano fatte affluire a tale Comando tappa, dove un partigiano - medico provvedeva alla visita, dopodiché venivano avviate ai diversi distaccamenti ed al centro addestramento del "distretto di Rimella", così come era stata definita la nuova base dai garibaldini.
Non essendoci armi per tutti, quelli che erano già stati dei combattenti venivano armati ed inquadrati nei distaccamenti, mentre le giovani reclute erano avviate al centro di addestramento.
Nel complesso le formazioni raggruppavano nella Val Mastallone, duecentocinquanta uomini: venne allora fatta richiesta al Comando Generale di poter formare la I^ brigata valsesiana.
Urgeva ora, dopo il notevole concentramento dei garibaldini nella Val Mastallone, un esame accurato della situazione. Si poneva il problema di come meglio utilizzare le forze precisando gli obiettivi immediati. Allo scopo venne convocata per il giorno 18 febbraio, a Rimella, una riunione dei responsabili politici e militari delle unità partigiane della Valsesia e del Biellese.
Ed in quella sede fu decisa, tra l'altro, d'accordo con il Comando Generale, la costituzione della VI^ brigata d'assalto "Garibaldi" che venne denominata "VI^ Brigata 'Gramsci - Valsesia'".
La sera successiva, sabato 19 febbraio, una grande festa: nel salone dell'Albergo Rimella venne tenuta un'assemblea nella quale Cino Moscatelli celebrò il 26° anniversario della Rivoluzione Russa.
Fu la prima volta, dopo l'8 settembre, che trecento partigiani si ritrovarono riuniti, assieme alla popolazione di Rimella: la grande assemblea si sciolse tra l'entusiasmo generale, al canto delle canzoni partigiane.
Il mattino seguente, davanti a tutti i reparti schierati, venne proclamata ufficialmente la costituzione della VI^ brigata e Piero Pajetta (Nedo), dopo aver pronunciato un breve discorso di circostanza, presentò il Comando della nuova brigata nelle persone di Eraldo Gastone (Ciro), comandante, e Vincenzo Moscatelli, commissario politico.
Accanto ad essi, nel Comando della brigata, vi furono preziosi collaboratori: Ferdinando Zampieri (Angin) - responsabile del servizio di informazione -; Francesco Bellotti, Alberto Silmo, Mario Zacquini e Luigi Grassi - addetti all'intendenza -; Alfredo Colombo e Gianni Daverio affiancavano Gastone quali ufficiali di Stato Maggiore; Gino Barizonzo - addetto all'istruzione delle reclute - e Carretto aiutavano Moscatelli nell'assolvimento dei suoi compiti di commissario. In particolar modo Carretto, vecchio combattente antifascista, portò un notevole contributo all'educazione, alla formazione patriottica dei partigiani e dei quadri che stavano alla testa dei distaccamenti.
Intanto, paradossalmente, nelle condizioni in cui si trovava la VI^ brigata, il continuo affluire di nuovi uomini costituirono un problema di non facile soluzione, sia per quanto riguardava il vettovagliamento che per l'armamento.
Se il primo aspetto fu gestito mediante le scorte, le requisizioni o la solidarietà spontanea della popolazione, si inasprì invece il problema del munizionamento, provocando problemi sul piano del morale. Le scarsissime possibilità di azione e di rifornimento di armi finirono per rinviare il salto di qualità della lotta. Il rapporto con l'arma è fondamentale nella guerriglia, l'arma dà il senso della difesa personale e di potenza, senza di essa si ingenera sfiducia e senso di impotenza di fronte al nemico: era meno rischioso allora imboscarsi semplicemente o ritornare alla vita civile, nella fattispecie per chi non aveva obblighi di leva, cosa che in effetti accadde per molti dopo il primo soggiorno preso le formazioni.
Si ha notizia anche di un aviorifornimento di fucili Sten, in numero comunque al di sotto delle esigenze della brigata.
Intanto i massicci rastrellamenti, contro le formazioni garibaldine presenti in Valsesia, facevano parte del piano di attacco generale scatenato dai tedeschi e dai fascisti contro l'intero schieramento partigiano nella zona.
L'offensiva nazifascista aveva atteso l'inverno, ritenuto, non a torto, il momento più adatto: la crudezza della stagione avrebbe creato delle difficoltà di ogni genere ai partigiani, soprattutto per il rifornimento dei viveri, del vestiario e per tutto ciò che era indispensabile alla sopravvivenza delle formazioni. Nello stesso tempo avrebbe impedito ad esse, sotto l'incalzare dell'offensiva, di rifugiarsi in montagna perché sulle cime nevose la vita sarebbe stata impossibile alle unità partigiane, che non disponevano di accantonamenti e di adeguati servizi logistici.

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La Valsesia visse da protagonista gli anni della guerra partigiana.