CRAVAGLIANA

CRAVAGLIANA
le doux nid CRAVAGLIANA CRAVAGLIANA CRAVAGLIANA


Memorie di guerra in
Val Mastallone

NEL 50° DELLA FINE DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE E
DELLA LIBERAZIONE

Erano le ore dodici del 1° marzo 1944: nella valle rintronò una raffica di mitraglia che fu immediatamente seguita dal rombo di un motore. Pochi secondi dopo, apparve, sull'abitato di Rimella, un bimotore tedesco, uno Stukas, che volteggiava alto al di sopra dei monti circostanti.
La raffica era stata sparata da Celso Ranghini, che si trovava appostato, con la sua vecchia mitragliatrice St. Etienne, su di una balza rocciosa, al bivio delle strade di Rimella e di Fobello. L'aereo, dopo alcune evoluzioni sopra Rimella, si abbassò in picchiata e sganciò una bomba che cadde ad una ventina di metri dal Comando partigiano mandando in frantumi vetri e mandando in aria calcinacci.
La precisione del tiro rilevava che il nemico conosceva perfettamente l'ubicazione del Comando.
Dopo aver sganciato altre bombe, che distrussero qualche casolare, il bimotore scese nuovamente in picchiata mitragliando la popolazione che stava fuggendo, terrorizzata, in cerca di un sicuro riparo nei canaloni di neve. Vi fu qualche leggero ferito, per il quale fu immediatamente disposto il ricovero nel cantinato sicuro e protetto del caseggiato; venne ordinato ai reparti garibaldini ed alla popolazione di rifugiarsi negli anfratti di roccia.

Nel frattempo si osservò come, l'aereo per scendere in picchiata sul ripido pendio, sul quale sorge l'abitato di Rimella, dovesse compiere una manovra obbligata attraverso la Bocchetta di Campello Monti. Questo limitava la sua capacità di offesa ad un tratto relativamente ristretto; era quindi possibile sottrarsi al pericolo portandosi al di fuori del suo obbligato raggio d'azione.
L'aereo, infatti, dopo la picchiata su Rimella, si infilava nella valle in direzione sud - est, risaliva a nord verso il Monte Capio e la Bocchetta di Campello Monti, e da qui ritornava nuovamente sull'obiettivo, ripetendo, per circa venti minuti, la manovra di mitragliamento e di bombardamento.
Le formazioni garibaldine non disponevano di adeguate armi contraeree e le poche mitragliatrici pesanti, che avrebbero potuto supplire, erano tutte impegnate a valle. Poiché l'apparecchio, uscendo dalla picchiata, sorvolava a quota bassa la postazione di Ranghini, questi ricevette l'ordine di tenersi pronto per ogni eventuale ritorno e di provvedere ad utilizzare al meglio la mitragliatrice, adattando ad essa un appoggio di fortuna.
Esattamente un'ora dopo, la solita raffica di Ranghini diede l'allarme ed un secondo apparecchio apparve di nuovo sul cielo di Rimella. Ripetè l'identica azione del precedente, compì due volte le stesse evoluzioni, mitragliando e sganciando nuove bombe.
Al terzo o quarto giro, mentre ridiscese a valle, dopo la picchiata su Rimella, l'aereo venne colpito da pochi ma ben aggiustati colpi.
Lo si vede oscillare, poi riprendere, con fatica e solo parzialmente, quota, scoppiettando in modo tale da annunciare che il motore non era più in efficienza. Una piccola nube di fumo nero si sprigionò dall'aereo, mentre, sfiorando le vette dei monti, si allontanò in direzione della bassa Val d'Ossola, dove finalmente cadde.
Il merito del magnifico colpo spettava a Ranghini, che, per attaccare l'aereo, non aveva trovato di meglio che "fissare" la sua St. Etienne sulle spalle di Ulisse Losio, un partigiano, diventato così piattaforma girevole e solido treppiede.
L'azione aerea nemica, che peraltro si era conclusa contro qualche povera casa e con nessun danno di rilievo alle persone, aveva l'evidente scopo di disturbare i movimenti dei reparti e l'azione direttiva del Comando partigiano. Ma forse il bombardamento stesso doveva anche considerarsi preparatorio all'attacco che il nemico stava per sferrare alle formazioni garibaldine valsesiane.
Di lì a poco, infatti, il nemico rafforzò tutti i posti di blocco ed i presidi nella vallate adiacenti alla Val Mastallone: persino la posizione dove era situato il Comando di Rimella non poteva più essere considerata sicura ed imprendibile, poiché al di là del Colle di Baranca, nella sottostante Valle Anzasca, a poche ore di cammino da Rimella, era stato sistemato un presidio.
Questo blocco rappresentava la posizione nemica più vicina ed anche la più pericolosa, perché da essa i tedeschi avrebbero potuto con rapidità piombare alle spalle.
In seguito a questo, nonostante un'azione coraggiosa e decisa che permise un positivo attacco al presidio, il Comando di brigata venne provvisoriamente trasferito a Fobello, mentre l'infermeria da Rimella fu traslocata a valle e precisamente a Santa Maria di Fobello prima ed al Taponaccio poi.
Una preziosa testimonianza di questa azione bellica ci è stata narrata dal prof. Luigi Rinoldi, figura tra le più rappresentative della millenaria storia rimellese: un'azione che coinvolse in prima persona l'esimio professore rimellese in quanto coinvolse l'abitazione dello stesso nella frazione Villa Inferiore, dove aveva preso stanza il comando partigiano di Moscatelli. Leggiamo insieme.
..."Un gruppo di questi ultimi [partigiani], s'installò a Rimella o, più esattamente, occupò verso la fine di Gennaio del 1944, alcune case di questo paese. Il centro del comando era alla Villa inferiore e, più precisamente, nella prima casa [di proprietà del Rinoldi] che per la sua posizionedominava la sottostante Valle e l'ingresso di questa dalla parte meridionale. In detta casa, oltre il comando, vi era la caserma ed una specie di tribunale dove si giudicavano e si condannavano, anche alla morte, coloro che, sopsetti e comprovati di favorire il partito avverso, venivano fatti prigionieri e presi come ostaggi. Nella stessa casa, nella parte più a nord e contro terra, vi era una cantina che fu fatta servire da prigione, mentre le varie e numerose stanze e locali dell'abitato, erano adibiti per caserma ed alloggi dei militi componenti il gruppo e che era capitanato da un certo Moscatelli.
Tutto andò bene per un certo tempo; il vitto era, in parte, procurato da scorrerie nei paesi della sottostante valle della Sesia e nelle confinanti pianure e, in parte, dallo stesso paese di Rimella, mediante requisizioni di vacche, capre, pecore, galline, conigli ecc. che venivano condotti e macellati nella cosidetta caserma e facente parte della casa sede del comando. Ma all'inizio del mese di Marzo e mentre Rimella era tutta coperta di neve, di recente caduta (circa 70-80 cm.), comparvero, verso l'una (13) di un pomeriggio, nel cielo di Rimella, 5 aeroplani che senz'altro presero a bombardare le case e la popolazione di Rimella. La casa più presa di mira fu quella dove risiedeva il comando e funzionava da caserma, ma nessuna delle bombe inviatele, raggiunse il segno. Per contro furono danneggiate tre altre case delle quali una della Villa inferiore, una sopra la Chiesa del centro e la terza situata alla Villa superiore. Il bombardamento, ripetuto due volte con un intervallo di circa mezz'ora non fece vittime fra le persone. Però la popolazione ebbe tale spavento che, anche con la neve, tentò di salvarsi abbandonando le case e portandosi verso le frazioni che erano più lontane dal centro del Paese. Nella notte successiva bel poche persone rimasero nelle frazioni centrali e ciò nel timore che il bombardamento dovesse ripetersi. Invece non successe nulla e tutto fu tranquillo anche nei giorni successivi. Rimase però lo spavento che, ancora mesi dopo, terrorizzava la popolazione.
I Partigiani però capirono che ormai la loro resistenza era scoperta ed a poco a poco si squagliarono. Vennero poi alcune decine di Repubblicani, alla cui vista anche gli ultimi partigiani rimasti nella cosidetta caserma, si diedero alla fuga sulla montagna. I Repubblicani fecero qualche rappresaglia e bruciarono parecchi casere, però nessuna casa d'abitazione e nel paese non fu data alle fiamme neppure quella dove alloggiava il comando.
Rimella però ha avuto egualmente danni non indifferenti: vetri rotti, suppellettili e arnesi domestici d'ogni sorta asportati; derrate alimentari, bestiame e provviste d'ogni genere sotratte; come pure numeroso vestiario, calzature ecc. furono derubate alla popolazione. In complesso però si può dire che Rimella ebbe minor danno che i paesi vicini, quali ad es. Fobello, Campello ecc., nei quali le distruzioni, gli incendi ed i vandalismi furono certamente di maggiore entità.
E questa differenza di trattamento in favore di Rimella, pare sia dovuta, almeno in gran parte, all'intervento energico ed efficace del Parroco D. Buratti che allora reggeva la parrocchia di Rimella e del quale il Paese conserva e conserverà, per anni, riconoscente ricordo e benevolenza per l'opera prestata".
Proseguiamo. Nel frattempo il distaccamento del Baranca, come da precedenti accordi, attuò delle misure di sicurezza: con il compito di effettuare una resistenza elastica, doveva ripiegare attraverso il Monte Capio scendendo a mezza costa della Val Mastallone per attaccare, all'imboccatura di essa, il nemico in azione di rastrellamento.
Le reclute rimasero ancora provvisoriamente sul Monte Res, tra Fobello e Rimella, in attesa di essere destinate alle varie brigate.
Il distaccamento di Baraccone e lo smistamento reclute a Voj dovevano opporre anch'essi una resistenza manovrata e ripiegare poi sulla Bocchetta di Vocca, con il preciso obiettivo di molestare il nemico nel fondo valle e per fronteggiare eventuali pericoli da quella parte.
Un altro distaccamento apprestò sbarramenti, con il collocamento di mine, al Ponte della Gula ed al Ponte delle Due Acque, tra Rimella e Fobello.
Il distaccamento del Ponte della Gula avrebbe dovuto opporre una resistenza interlocutoria e quindi, dopo aver fatto saltare il ponte, ripiegare sino a Fobello.
Tedeschi e fascisti attaccarono l'11 marzo 1944 con le armi pesanti gli uomini di Vicario, i quali, appostati, su posizioni avanzate ai costoni laterali della valle, in frazione Prati di Cervarolo, risposero efficacemente.
I partigiani spararono con fucili cercando di prendere di mira gli inservienti dei pezzi nemici. Soltanto saltuariamente impiegarono l'unica arma pesante di cui erano dotati: una mitragliatrice Breda.
Il distaccamento di Vicario era composto da una cinquantina di uomini, tutti impegnati all'attacco; il combattimento durò due giorni. Al termine del secondo giorno Vicario fece saltare il Ponte della Gula e, di fronte all'orrido che si spalancò davanti ad esso, il nemico fu costretto a ritirarsi. Se avesse voluto continuare l'attacco, infatti avrebbe dovuto proseguire a piedi, senza l'appoggio di mezzi corazzati. Di conseguenza si vide costretto a cambiare tutto il suo piano e, anziché inoltrarsi con un attacco frontale, dovette disporre un'azione coordinata attraverso i valichi che, da altre parti, immettono nella Val Mastallone.PONTE DELLA GULA
Raffaele Tosi, il poeta di Cervarolo, ci narra la propria testimonianza raccolta su La Squilla Alpina, recante data 23 settembre 1945, testimonianza relativa al combattimento svoltosi al Ponte della Gula un anno prima. Ecco alcuni brevi passi.

"... All'improvviso un clangore orrendo echeggiò nel l'aria: un clangore che pareva prodotto dallo scoppio di cento cannonate, e che si ripercosse a lungo e tragicamente, destando echi vaste... Cosa avveniva? Lo comprendemmo scorgendo una nube di polvere di fumo alzarsi dal fondo del vallone. I partigiani avevano obbedito alla consegna, e fatto saltare il ponte di cemento steso attraverso l'orrido, tagliavano così la via di comunicazione coi paesi della Valmastallone.
Un attimo dopo, un colpo di mortaio - risposta dei nazi fascisti alla beffa partigiana - squarciava di nuovo il silenzio... Quasi subito un altro colpo s'udì, poi un altro ancora, un terzo, in breve non li contammo più... ".

Respingendo l'attacco al Ponte della Gula, i garibaldini avevano allargato il terreno di manovra e ritardato

efficacemente lo scatenamento dell'offensiva nemica.
In seguito a questo smacco, i tedeschi non impiegarono molto a riorganizzarsi con ulteriori rinforzi sopraggiunti: si dovette, dunque, ritenere imminente la ripresa della sua offensiva in grande stile.
Fu allora che i partigiani apprestarono nuovi magazzini tra i sassi, presso le baite più in quota, in vista della impossibilità di poter resistere con successo.




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La Valsesia visse da protagonista gli anni della guerra partigiana.