

Memorie
di guerra in
Val Mastallone
NEL 50° DELLA
FINE DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE E
DELLA LIBERAZIONE
Una nuova situazione, dunque, si
era venuta a creare.
Il nemico si era spinto in tutte le valli della Valsesia, però tutte
le unità partigiane, frazionate in piccole squadre combattive, erano
riuscite a mettersi in condizione di potersi sottrarre all'accerchiamento.
L'esperienza aveva insegnato molte cose. Innanzitutto che, quando le zone
"liberate" erano ancora limitate e precario era l'armamento, nonché
i mezzi per difenderle, nessuna posizione partigiana doveva essere considerata
imprendibile.
Anche la resistenza opposta al Ponte della Gula, pur di notevole efficacia
come manovra tattica, aveva dimostrato che, se il nemico si fosse impegnato
inoltrandosi appiedato nella valle ed attraversando i costoni delle montagne,
non si sarebbe potuto opporgli che delle azioni di continua molestia, ma una
resistenza rigida non avrebbe avuto successo alcuno.
Troppo grande era la sproporzione di uomini e di mezzi, ed il nemico aveva
la possibilità di avanzare protetto dal tiro micidiale ed a lunga portata
delle sue armi pesanti, prima ancora che il fuoco dei modesti mezzi partigiani
potesse raggiungerlo.
La relativa fortuna della resistenza partigiana al Ponte della Gula, aveva
creato, però, nel Comando nemico la convinzione che le formazioni garibaldine
avrebbero opposto una difesa massiccia impegnando tutte le loro forze nella
Val Mastallone. Di qui l'attacco tedesco che si svilupperà in seguito
in modo concentrico sulle basi di Rimella e di Fobello.
A Cervatto, intanto, i partigiani avevano allestito una nuova infermeria:
per alcuni feriti gravi (tra cui Gianni Daverio) vi furono alcuni letti, per
altri invece dei semplici giacigli con sacchi di foglie. Anche i viveri furono
scarsi: poco riso, poca farina da polenta e quasi niente grassi. E non ci
fu verso di potersene procurare: la valle infatti era ammantata di neve e
bloccata dal nemico. Praticamente assediati.
Furono immediatamente disposte brevi e rapide ispezioni in valle per impartire
le ultime disposizioni ai reparti nell'imminenza dell'attacco nemico.
Gastone si portò al Ponte della Gula, a Baraccone ed alla Bocchetta
di Campello Monti. Moscatelli al Colle di Baranca ed al campo reclute della
Res, dove i reparti erano già pronti.
In una nota datata 24 marzo 1944, a cura della Questura di Vercelli, si cita
che
"in Varallo Sesia sono state sequestrati n° 113 materassi, n°
27 coperte, 9 cuscini, 7 federe per materassi, a suo tempo consegnati all'Istituto
Convitto
D'Adda di quella città dall'ex - podestà Osella (Giuseppe Osella,
fiancheggiatore della Resistenza, fucilato dai fascisti a Borgosesia, qualche
mese prima; N. d. A.) per essere consegnati ai ribelli della zona".
In omaggio ad un'antica tradzione, alcune donne di Cravagliana e di altri
centri della Val Mastallone erano salite al Sacro Monte di Varallo Sesia:
ad un tratto udendo fischiare le pallottole si sono date a precipitosa fuga!
Hanno così dovuto rientrare a casa con le gerle vuote, niente pane
e farina. L'inedito episodio è datato 25 marzo. Dello stesso periodo
mi dicono che i partigiani operanti in Val Mastallone avevano istituito, per
misure precauzionali, uno speciale lasciapassare.
E' l'alba del 5 aprile '44: un'alba plumbea e funesta. Il grande rastrellamento
della Val Mastallone ebbe inizio. La valle, bella e selvaggia, stava per diventare
un inferno.
I partigiani, dai loro rifugi udivano i boati dei mortai che rintronavano
tra i monti con cupo fragore. Le raffiche dei mitra sempre più vicini
confermavano loro l'avanzata dei nazifascisti.
Ma andiamo con ordine.
Gli esploratori delle pattuglie garibaldine più avanzate verso Varallo
Sesia, segnalavano che una colonna nemica, forte di millecinquecento uomini,
aveva già superato il Ponte della Gula e si era inoltrata appiedata,
con numerosi muli carichi di armi e di viveri, lungo la carrozzabile ed i
costoni della Val Mastallone: le truppe del 63° Battaglione della Legione
Tagliamento stavano penetrando nella Val Mastallone dando inizio a quella
azione militare che nei giorni seguenti fu caratterizzata da una serie di
rappresaglie, arresti, fucilazioni e deportazioni di cui furono vittime per
lo più inermi, le popolazioni civili della zona.
Non si trattò evidentemente di una delle solite puntate, ma di un attacco
che si sarebbe prolungato per un certo tempo nella vallata stessa.
Dai valichi intorno a Fobello ed a Rimella non giunsero notizie, ma queste
non tardarono molto ad arrivare.
Verso mezzogiorno il comandante Eraldo Gastone fece un sopralluogo per rendersi
conto di persona della situazione e, percorrendo la strada che porta a Varallo
Sesia, si trovò faccia a faccia con i tedeschi. Fortunatamente riuscì
a svignarsela, non prima di aver scaricato i colpi del suo mitra contro il
nemico, e raggiungere incolume la sede.
Nelle prime ore del pomeriggio il nemico era già arrivato a Baraccone.
Ed è qui, in questa minuscola frazione del comune di Cravagliana, che
i nazisti iniziarono la loro opera vandalica di incendio, di devastazione
e di violenze di ogni genere.
Il Comando partigiano, per impedire l'impetuosa avanzata nemica, decise di
far saltare il Ponte delle Due Acque sul Mastallone, sito al bivio della carrozzabile
per Rimella e Fobello.
L'impresa venne messa in atto dal giovane partigiano Carlone Vallacchi, un
ragazzo del lodigiano di appena sedici anni. L'intrepido garibaldino, che
si trovava nelle formazioni valsesiane sin dai primi giorni della Resistenza,
si mosse con estremo coraggio sotto le rabbiose raffiche degli assalitori.
In questo modo i nazifascisti furono bloccati e si videro costretti a procedere
meno speditamente.
La giornata fu caratterizzata da serie di azioni e scontri: la situazione
verso sera poté essere così riassunta. Millecinquecento nemici,
superato il Ponte della Gula, avanzavano frontalmente dal fondo valle; un
altro migliaio di fascisti e tedeschi, dalla Val Sermenza, scendevano con
puntate a raggiera su Voj, Baraccone, Ferrera, Grassura, Saliceto, Cervatto,
Meula e Fobello; una parte delle truppe tedesche dalla Valle Anzasca, si era
portata alla Dorchetta per scendere poi a Rimella, mentre un altro gruppo
invece era al Colle di Baranca per puntare, in un secondo tempo, su Fobello.
Altri mille nazifascisti da Campello Monti erano saliti sino alla Bocchetta
e stavano calando su Rimella e Grondo.
I punti principali della difesa partigiana erano disposti dal Ponte della
Gula al Ponte delle Due Acque di Fobello - Rimella, linea che peraltro risultò
poi essere troppo fragile. Anche la squadra di disturbo operante sulla cresta
tra Meula e la Bocchetta di Vocca poté fare poco, poiché venne
quasi subito posta in difficoltà di manovra, a causa della rapida avanzata
delle numerose colonne tedesche che rastrellavano la zona montuosa.
Verso l'imbrunire Moscatelli e Gastone decisero di trasferire il plotone -
Comando (composto in tutto da una trentina di uomini, mentre il grosso delle
forze aveva già lasciato la zona) nella valle di Roy, una piccola valle
assai lunga e stretta che da Fobello sale sino alla sommità del Colle
d'Egua e di qui scende sino a Carcoforo.
Nella notte del medesimo giorno risuonarono ininterrotti lo scoppio dei mortai
e delle raffiche di mitra; sulla Bocchetta di Campello Monti ebbero luogo
aspri combattimenti con le formazioni partigiane comandate da Colombo, che
stavano infliggendo gravi perdite al nemico.
Mentre avveniva il trasferimento nella valle di Roy, i partigiani ebbero modo
di scorgere uno scenario desolante: le alte fiamme di incendi provocati dalle
bombe nemiche sulla Bocchetta di Campello Monti, dove intanto Colombo ed i
suoi uomini erano finalmente riusciti a sganciarsi dalle truppe tedesche.
Alte fiamme s'innalzarono un po' ovunque, in alto ed in basso, e sembrava
quasi che tutta la Val Mastallone formava una corona di fuoco intorno a Fobello
ed a Rimella.
Anche molte baite e casere a San Gottardo, frazione alta di Rimella, ardevano.
Bagliori di fuoco si elevavano pure dal Colle di Baranca dove i fascisti,
dopo un epico combattimento, avevano incendiato la famosa Villa Aprilia, proprietà
dei Lancia.
Villa Aprilia, la meraviglia dei partigiani, come dice il motivo di una nota
canzone garibaldina, la sua pareva leggenda ma invece fu storia scritta da
un pugno di uomini, laceri ed affamati, con poche armi.
E' appunto Pasqua del '44, anzi l'antivigilia, improvvisamente viene dato
l'allarme ma è già troppo tardi. Il nemico è a poche
centinaia di metri dalla villa e tenta di accerchiare i pochi partigiani che
qui vi sono asserragliati.
Sono quattordici o quindici uomini che accorrono in armi così come
sono, mezzi svestiti. Qualcuno, assecondato da altri compagni, piazza la mitraglia
allo scoperto, incurante del pericolo; e, in maniche di camicia, disteso sulla
neve, tira raffiche assestate. Si saprà poi che erano in centottanta
tra tedeschi e repubblichini contro i quindici ragazzi di Moscatelli.
I partigiani non riescono nemmeno a godere del vantaggio dato loro dalla posizione,
poiché il nemico è troppo a ridosso ed è ben equipaggiato
con mitraglie, mitragliatori e mortai d'assalto.
Dopo poche raffiche il mitragliatore dei partigiani s'inceppa e non c'è
più verso per farlo funzionare. Viene colpito l'ufficiale nemico e
questo episodio sembrerebbe abbia influito molto sull'esito della lotta. I
partigiani vengono costantemente tenuti sotto pressione anche dalle ricognizioni
aeree, che controllano le loro posizioni ed i loro movimenti.
La musica va avanti senza interruzioni per tre ore. Il garibaldino Attilio
Foglia viene colpito a morte; il nemico tenta di accerchiare la formazione
partigiana, la quale avendo esaurito le munizioni si dà alla montagna.
E' da questa fedele amica ed al suo grembo nevoso che i partigiani trovano
rifugio. Al nemico invece conveniva pensare alle sue gravi perdite e per mascherarle
bruciò i propri morti assieme a Villa Aprilia ed a tutte le altre case
di Baranca.
Il diario della "Tagliamento" riporta:
"Tutta la zona è tornata sotto il controllo nostro
e la stragrande potenza di Moscatelli appare ora
come una beffa alla popolazione del luogo".
Un episodio di quel triste giorno viene ricordato a
Fobello: quando i fascisti entrarono militarmente in paese, il dottor Camillo
Tirozzo, che di quel villaggio ne era il medico condotto e persona assai rispettata
nonostante le sue simpatie per i fascisti (il Tirozzo era persino arrivato
al punto di offrire denaro ai renitenti del suo paese affinché questi
si consegnassero), era sceso in strada ad accoglierli. Ironia tragica del
momento, alle sue acclamazioni le camicie nere lo falciarono con una sventagliata
di mitra.
Di quei giorni Eraldo "Ciro" Gastone racconta di essersi ritirirato con circa venticinque uomini, cui imponeva sveglia e rancio principale nel cuore della notte per sfruttare l'oscurità e nascondere viveri, suppellettili e munizioni in buche scavate intorno alle baite e coperte da lastroni di pietra; durante il resto del giorno i partigiani rimanevano nascosti in attesa di eventuali attacchi nemici. L'operazione, ripetuta in diversi giorni, consentì di occultare buona parte delle scorte a disposizione dei comandi partigiani trasferendole verso la parte alta del vallone. Nel giro di due settimane i partigiani risalirono glia lapeggi: i militi effetrtuarono qualche sortita, distrussero alcune baite, ingaggiarono qualche sparatoria senza avventurarsi in profondità in un ambiente adatto alla guerriglia difensiva.
Anche a Cravagliana si vissero intensamente quei tragici giorni: clicca qui
per leggere la testimonianza di Marco Ghelma.
La
Valsesia visse da protagonista gli anni della guerra partigiana. |