CRAVAGLIANA

CRAVAGLIANA
le doux nid CRAVAGLIANA CRAVAGLIANA CRAVAGLIANA


Memorie di guerra in
Val Mastallone

NEL 50° DELLA FINE DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE E
DELLA LIBERAZIONE

Testimonianza di Marco Ghelma

La logica conseguenza dell’attentato al Ponte della Gula fu il rastrellamento che le Brigate Nere misero in atto da lì a poche decine di giorni, giusto il tempo di riorganizzare ed infoltire le proprie fila.
Marco Ghelma, classe 1926, che negli anni a venire si fece un nome come poeta dialettale con lo pseudonimo di Fulëtt, mi racconta un avvenimento che lo vide protagonista in prima persona.
Marco non era di leva, i suoi quasi coetanei ed amici della classe ’25 furono prelevati e portati nei campi di lavoro in Germania. Ben pochi riuscirono ad evitare questo triste destino e vi trovarono rifugio nelle montagne che circondano Cravagliana.
All’epoca dei fatti, Marco Ghelma era ancora un ragazzotto di belle speranze ma senza un impiego stabile: orfano di padre, i lavori di Marco erano perlopiù occasionali e consistevano nella coltivazione dei campi, tagliare la legna ed accudire il bestiame di nonno Pietro. Occorre ricordare la malinconica realtà della Cravagliana di quei tempi di guerra. Un paese molto povero, si campava in qualche maniera, si viveva alla buona, la polenta era il piatto forte, l’alimentazione era a base di latte e formaggio ed il pane era quello che era.
Quella mattina, quella soleggiata giornata di primavera del 5 aprile 1944 ebbe luogo il rastrellamento della Valle Mastallone da parte dei fascisti delle Brigate Nere.
Marco si trovava nei boschi di Canera, in compagnia del nonno materno Pietro Nanotti, quando sentì un vociferare di persone. Solo in un secondo tempo realizzò che quelle voci erano un invito a lui ed al nonno di scendere dalla montagna e consegnarsi. Fu così che giunto alla passerella di Canera, passaggio obbligato per tornare a casa, fu portato via mentre nonno Pietro fu rispedito alla propria dimora.
Al cospetto di quella compagnia, composta da un numero rilevante (forse centocinquanta) di camicie nere, le sensazioni avevano un unico denominatore comune: la paura.
Cammin facendo verso l’ignoto destino che l’attendeva, Marco riferisce che a Grassura fu prelevato Mario De Bernardi ed in prossimità di Saliceto fu fatto prigioniero Fedele Ferraris. Quando le Brigate Nere giunsero a Voj avvenne uno scambio di colpi con un minuscolo gruppetto di partigiani (forse tre o quattro). La così finì lì.
Fu a casa propria che fu catturato Graziano: nella sua abitazione di Gula venne trovato un vero e proprio arsenale. E fu così che la prima ed unica notte da prigioniero Marco la trascorse in una cascina di Baraccone in compagnia di Fedele, Mario e Graziano, questi ultimi con le manette ai polsi, mentre Marco era “libero”. I quattro erano sorvegliati a vista da una sentinella che si era messa a guardia dei prigionieri sulla porta d’ingresso.
Ricorda Marco di quella notte “tanta fame e poco sonno”.
La mattina seguente i prigionieri ed il gruppo di miliziani si rimise in marcia, destinazione Rimella. Qui in piazza al paese fu fatto un altro prigioniero, di cui Marco non ricorda il nome. “Ma intanto la mia avventura” –prosegue Marco- “era quasi, dico quasi, finita”. Il comandante della formazione mi lasciò in paese con qualche acciaccato e qualche invalido, mentre tutto il resto del gruppo si dirise verso la Res per un’altra azione bellica. Nel girovagare in paese Marco però incontra una formazione di fascisti ed al momento non riconobbe che era un altro gruppo. Fu così che fu di nuovo catturato e messo agli arresti, insieme ad altri rimellesi, in Municipio. Nel corso della giornata, la compagnia che per prima aveva prelevato Marco, fece ritorno dalla Res. L’equivoco delle “doppio fermo” fu chiarito e Marco fu rilasciato e libero di tornarsene a casa a Cravagliana. “Avevo perso la cognizione del tempo: la fame mia aveva reso miope”, ricorda Marco.
Solo quando la mattina seguente sentì il gruppo delle Brigate Nere attraversare l’abitato di Cravagliana, direzione Varallo Sesia, Marco Ghelma potè tirare un grosso sospiro di sollievo. Le sue paure era giunte a termine: anche se non lo legarono e lo trattarono relativamente bene, furono emozioni che a Marco Ghelma sono rimaste incise in modo indelebile in un angolo recondito della sua memoria.

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La Valsesia visse da protagonista gli anni della guerra partigiana.