

Alegru
Salendo da Varallo verso Fobello, ed era una strada fatta più volte da quando il ponte della Gula era interrotto, si incontravano viandanti con gerle e sacchi, pastori accompagnati dai muli, solo saltuariamente un carretto che portava verso l’alta valle verdure, farina e patate.
Non tutti si conoscevano. Ma il saluto era un “Alegru” “Legru”, che rincuorava, ti dava l’idea di casa, ti rendeva familiare agli altri. Eri a casa, finalmente.
Eravamo arrivati da sfollati nel Novembre del 1942, e lì passammo il primo Natale di montagna.
La messa di mezzanotte era stata anticipata alle cinque del pomeriggio, per via degli oscuramenti, così anche la piccola della famiglia, Paola, cinque anni, avrebbe avuto la possibilità di parteciparvi.
Cominciò a nevicare le sera del 23, appena una spruzzata. Durante il 24 la neve scese bene, e per sera c’erano almeno quaranta centimetri.
Scendendo dal Boco allargavamo la traccia di sentiero in mezzo alla strada carrozzabile.
In chiesa era accesa la grande stufa sulla destra, sulle facce di ciascuno si leggeva una storia di mariti padri fratelli lontani, dai Balcani alla Russia. La preghiera era viva, calda come i canti.
Poi ci si ritrovò fuori, gli abbracci, i saluti, le speranze che venivano scambiate tra gruppo e gruppo. E ciascuno riprese la strada verso la propria frazione, i gruppi si riorganizzarono, mentre ci si allontanava cominciavano i primo saluti. “Auguri, auguri a tutti, alegru”. “Alegru, alegru, alegru”.
Gli alegru erano come fuochi di artificio. Ad ogni incontro salivano nell’aria ferma della nevicata, si libravano un po’ su ogni gruppo, fino a quando l’Alegru più spavaldo superava tutti gli altri, e poi cadeva, come cadevano le code dei fuochi di artificio.
Quando i sentieri si incrociavano, salendo verso i Campelli e verso il Belvedere,o verso il Boco e Catognetto, o verso Roy e verso il Torno, si agitavano le lanterne che indicavano la strada, e la serie di Alegru cominciava ad innalzarsi con tutte le tonalità, dalla più grave degli uomini, per lo più vecchi, alle più cristalline dei bambini.
Gli Alegru d’artificio erano un momento magico, illuminavano le speranze di ognuno, poi l’ultimo cadeva e si continuava la salita verso casa.
“Alegru, Carolina, e auguri per suo figlio”
“Alegru, Caterina, auguri per il Carlo e il Piero”
“Alegru, Elvira, vedrà che riceverà posta”.
“Alegru, Peru, ma va anche stasera dalla Barnarda? Allora auguri anche per lei”.
“Legru a tutti”.
Arriva aprile con le piogge che durano giorni.
“Ma sei lì fermo per la salamandra? Ma non fanno niente, però adesso guarda, la butto fuori strada, Alegru Pier Giorgio”
“Alegru”, Vincenzo”, e si perdeva un grazie pieno di vergogna.
Davanti alla cappellina della Piana di Roy incontravamo il Pero Pruss seguito dalla capra. Pareva il profeta Ezzecchiele.
“Legru, matocc. Dura la scuola, eh?”
“Legru, Peru”.
Il Marchisotti, il fabbro, portava sempre a tracolla i ferri del mestiere, e fischiava di buona lena.
“Legru, ragazzo. Vuoi venire a darmi una mano? Vado dal Roberto alla Riva”
“Certo, Annamaria, dì alla mamma che vado col Marchisotti”
“Legru, è questione di un’ora”
Il Remo Pesce scendeva con un cartoccio di foglie di fiume, e tre trote. “Legru, Monsù, stamattina solo tre, non abboccavano”
“Tre va bene, a casa dico che le ho pescate io, grazie, Pesce, alegru e grazie”
“Alegru”.
L’Alegru guizzava tra le gocce di pioggia, saliva tra le nuvole, quante, portato dal vento di marzo.
Saliva, scendeva, apriva la valle al sorriso.
C’era una vecchietta, non ricordo il nome, sempre seduta sulla porta di casa. Il suo “Legru” era come un commiato, ma un commiato col sorriso. E noi bambini andavamo a toccarle le mani piccole, quasi trasparenti e il nostro “Legru” era pieno di ammirazione per chi era tanto più vecchio di noi e chissà cosa aveva visto.
“Legru” è stato il saluto con cui ci siamo accomiatati da Fobello.
Eravamo ancora ragazzi, e ci è rimasto dentro, un ricordo che è difficile
cancellare._
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