

La
sorellina
Aspettavamo il fratellino con ansia,
ci eccitava la vista della mamma che si può dire ingrossava a vista
d’occhio. Alle preghiere aggiungevamo una postilla: “ Gesù,
fa’ che venga presto”.
Dio solo sa perché papà e mamma avevano voluto quel fratellino.
Forse era stato un atto di fede nel mondo, concepito come era stato nell’Agosto/Settembre
del 1943, in montagna, a Fobello. C’eravamo già noi quattro,
Paola, l’ultima, era nata nel 1937. Si sentivano nell’aria i
giorni difficili che sarebbero venuti: forse, se avessero immaginato che
la guerra sarebbe arrivata anche sulle montagne dove eravamo, non l’avrebbero
voluto. Forse perché mamma e papà avevano trovato, e credo
per la prima volta, tutta una vita che apparteneva soltanto a loro e non
alla pletora di parenti che li avevano sempre circondati, se non oppressi.
Forse volevano mostrare a noi quattro che non bisogna mai misconoscere i
valori della vita, anche se tutto sembra far credere l’opposto. O
forse la vita di allora in generale così precaria, meritava un atto
che precario non fosse. E un bimbo non è precario.
L’inverno era passato alla meno peggio. Con noi c’erano i partigiani,
quelli del primo inverno. Avevano il quartiere generale dall’altra
parte della valle, a Rimella, ma dopo il bombardamento di Marzo vennero
da noi. Nel salone della nostra casa avevano una mensa, la casa accanto
era diventata il nuovo quartier generale di Moscatelli. A fine febbraio
papà era sceso al borgo, a fondo valle, per chiedere al ginecologo
di venire a visitare la mamma. C’era qualcosa che non andava, anche
se noi non ne eravamo al corrente. Il dott. Rossi non venne. Disse che non
voleva compromettersi coi partigiani, era rischioso. Lungo tutto Marzo i
visi di papà, mamma e di Anita, la signora che ospitavamo, si facevano
sempre più preoccupati, ma noi non sapevamo notarlo. Sapevo che i
Tedeschi avevano preparato un rastrellamento, con autoblinda e lanciafiamme,
ma i partigiani fecero saltare il ponte della Gula, interrompendo l’unica
strada per Fobello, e Tedeschi rinunziarono. (Ero a Milano per esami, allora,
e al ritorno dovetti farmi 20 km dal borgo a casa).
Avevamo paura dei Tedeschi, li avevo visti in opera al borgo e ancora ne
tremavo. I fascisti mi facevano schifo, ma almeno erano comprensibili. Ora
toccava loro risalire la valle per rastrellarla, e prima o poi avrebbero
dovuto farlo. Le ore della nostra libertà erano ormai contate, e
immaginavo che questo turbasse i miei. Il medico di Fobello si era messo
a letto da quando i partigiani avevano occupato Fobello. Fascista, la loro
presenza gli aveva determinato una tal prostrazione perciò l’unico
medico efficiente in paese era la Provvidenza. (Curioso destino, quello
del medico Tirozzo di Fobello. La sua prostrazione sparì quando i
primi fascisti urlanti entrarono in paese. Uscì, unico, donchisciottesco
e scomposto nelle lunga camicia da notte, a dar loro il benvenuto: urlava
troppo ed era troppo fantomatico. Lo colpirono alla rotula con una palla
di moschetto. Morì senza più rimettersi dopo qualche settimana,
vittima del proprio zelo e del piombo amico).
I partigiani lasciarono il Boco, la frazione di Fobello dove abitavamo,
il sabato prima della settimana santa. Si ritirarono più in alto,
per poi passare in Val Grande e di lì nel Biellese.
Domenica venne dal Belvedere la Rosa, normalmente faceva la levatrice anche
se non credo fosse abilitata.
Fece sgombrare me e Alberto dalla nostra camera, comunicante con quella
di papà e mamma. La Rosa avrebbe dormito nel mio letto. La domenica
sera eravamo tutti molto eccitati, erano passati gli ultimi partigiani,
due avevano mangiato con noi, la mamma aveva regalato un paio dei suoi scarponi
al fratello di Martin Valanga.
Ricordo che quando la Rosa era entrata, Mamma aveva detto con voce strana:
sono due giorni che non lo sento, ma non mi rendevo conto di cosa volesse
dire.
Avevamo recitato il rosario come il solito attorno al camino, avevo aggiunto
di mia iniziativa una preghiera nuova per il fratellino e avevo terminato
con l’usuale: “ fa’ che venga presto”, quando papà
ci disse di pregare ancora per la mamma e per il fratellino. Svegliammo
anzi Alberto che dormiva dall’altra parte del tavolo.
Ci avevano messo a dormire al terzo piano, in due stanze comunicanti. Mamma
dormiva al piano di sotto. Nella notte ricordo di aver sentito dei rumori,
dell’eccitazione in casa. Mi svegliò presto Alberto, non saranno
state nemmeno le sei. L’eccitazione era palpabile nell’aria.
Svegliammo le ragazze e cominciammo a saltare sui letti, e parlavamo solo
del fratellino. Poteva essere solo un fratellino. Forse cercavamo un nome
per lui. Era una ricerca affannosa, tra colpi di cuscino e strilli di Paola
che rischiava sempre di soffocare sotto il piumino.
La porta si aperse per lasciar passare papà. Aveva l’aria molto
stanca e gli occhi rossi. Una voce bassa, soffocata. Disse: “Il fratellino
è una sorellina. Ma è morta. E la mamma sta molto male. Non
fate chiasso, verrete a vederla dopo”.
PIER GIORGIO MORA LA GRANDE |
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