CRAVAGLIANA
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le doux nid CRAVAGLIANA CRAVAGLIANA CRAVAGLIANA


 

La sorellina
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Paola si mise a frignare, spezzato, da sotto il piumino. Mi sentivo defraudato di qualcosa che era già mio, non solo mio, nostro. Perché tutta quella attesa per poi avere una sorellina morta? Perché pregare e chiedere e volerle bene già prima ancora che ci fosse, per nulla?
C’era una visione che mi perseguitava. In prima elementare, a Milano, una sera, tornato da scuola, entrai nella stanza di balia, dove Paola frignava. Balia Maria prese la piccola e me la diede in braccio. Paola smise di frignare e rise. Silenziosamente. Poi cadde addormentata. Quando balia tornò, dopo molto tempo, Paola dormiva tra le mie braccia, e non volevo cedergliela per paura che si svegliasse, ed ero molto orgoglioso che Paola si fosse addormentata per merito mio.
Immaginavo che la sorellina sarebbe stata un’altra Paola che si addormentava solo tra le mie braccia, dopo gli sforzi riuniti di tutta la famiglia. Le avrei insegnato tante cose, ero grande abbastanza per farlo. Io dovevo avere una sorellina.
Papà ci portò uno per uno a vedere la bambina. Era in salotto, le imposte socchiuse, adagiata sul divano. Stava su un cuscino. Era molto bellina. Assomigliava straordinariamente a Paola, aveva i capelli lunghi e fini. Papà e mamma erano indecisi se chiamarla Graziella o Gabriella, prima che nascesse. Poi, quando papà l’ebbe davanti, disse: “E’ Graziella, Graziella Paola”. Le misi vicino dei fiori, presi in giardino. Non c’era nessun cero, nessun crocifisso che ricordasse la morte: non sembrava morta: non piansi: vederla dava una gran calma, una grande serenità. Più tardi Annamaria la prese tra le braccia, e andammo in giardino per fotografarla. Ci sono ancora queste foto. Era veramente una piccola addormentata.
Dormii sereno la notte seguente, senza il terrore che la morte mi aveva sempre messo addosso. Prima ero andato dal Marco a pregarlo di fare una cassa da morto, portandomi un’asse presa dalle cataste di papà e gli avevo dato le misure.
Durante il giorno non avevamo potuto salutare la mamma. Ci avevano detto che stava molto male e la Rosa, l’Anita e papà erano quasi sempre con lei. I pochi che erano saliti dal paese li ricevevo io con una delle sorelle.
Li portavamo in salotto e ascoltavamo compiaciuti e orgogliosi i complimenti su Graziella.
Don Pietro era venuto ancora nella mattinata, presto. Era stato da mamma, non so se le avesse somministrato l’Estrema Unzione. Poi era sceso con papà e alla domanda di Alberto: “Dov’è la sorellina?” aveva risposto con una parola oscura: limbo. Una parola che tutti a dottrina avevamo incontrato e di cui si conosceva il significato, ma che era così lontana, e adatta ai negri e agli indiani, non a noi. Limbo voleva dire che la sorellina era persa per sempre, che dopo il suo funerale non l’avremmo vista mai più, comunque andassero le cose. Era oscura, quella parola.
Divenne più chiara quando il mattino dopo Don Pietro fu di nuovo tra noi, e aveva notizie fresche della valle, dove i fascisti avevano cominciato a salire e bruciavano i paesi, deportavano gli uomini e rapavano le ragazze. Gli uomini di Fobello erano già tutti scappati, gli ultimi stavano passando allora per raggiungere le baite ancora troppo innevate per essere rastrellate. Le prime finestre delle case cominciarono a essere sprangate, sordamente: chi aveva avuto i partigiani ne faceva sparire le tracce e falò di rifiuti bruciavano in molti posti.
Sarà poi l’incenso di tutta la settimana. Nel nostro salone Tersilla e una donna portavano fieno fino a riempirlo.
Don Pietro disse a papà che forse Graziella poteva essere sotterrata in Camposanto, a patto che entrasse nel tumulo di Zia Clelia. Se no, non si poteva accettarla in terra consacrata. Don Pietro disse che funerale religioso non poteva esserci, né la piccola poteva entrare in chiesa. Don Pietro disse che la piccola non era cristiana, che era destinata al limbo. E non era in regola per usufruire del comfort cristiano. La parola limbo era ormai chiara, fin troppo. E guardando la bimba non ero più sereno.
Papà scese a dirmi che la mamma si era svegliata e voleva vedere Graziella: che la prendessi ed entrassi quando mi avesse fatto segno. Sollevai la piccola, entrai in silenzio dietro a papà. Mamma era gonfia, bluastra, i capelli molto più grigi di come li ricordassi. Mi portai vicino con la bimba fra le braccia. La guardò un momento, poi con le braccia fece come per allontanarla, e scoppiò in un pianto convulso. Papà mi spinse fuori. Non vidi più la mamma per tutta la settimana. Dovevo sapere poi che era stata per morire e la sua malattia si chiamava nefrite.
Quando scesi con la piccola fra le braccia incontrai Marco che aveva con sé la cassa. Piccola, veramente nuda. Disse: “Proviamola, devo scappare anch’io”. Sollevai la bambina e la misi dentro. Ci stava. La risollevai per adagiarla ancora sul divano. L’Anita foderò la cassa con del raso verde, forse era un vecchio vestito. Papà scese solo un momento per tagliare una ciocca di capelli a Graziella.
Mi disse di essere pronti per le tre e di chiamare Marco per chiudere la cassa. Ma Marco era già scappato. Alle tre meno cinque chiamai Annamaria Paola e Alberto per vedere Graziella, scese anche papà per andarsene subito. Poi misi due chiodi in testa e due ai piedi. E martellai adagio, mi pareva di colpire la piccola.
La cassa era per terra, in anticamera. Una cassa per stoviglie. Nuda, una cassa per il limbo: limbo. Corsi sopra, presi il mio crocefisso, e lo misi sul coperchio. Lo inchiodai, e mi pareva ancora di colpire la piccola.
Scendevamo lungo la strada per il paese. Il giorno era molto luminoso, solo verso il fondo valle cominciava a salire il fumo delle case che i fascisti bruciavano al loro passaggio. Il verde dei boschi era ancora molto indeciso e si appoggiava al colore quasi nero degli abeti. Al fianco mi camminava Alberto, Annamaria qualche volta mi aiutava a portare la cassa, Papà dietro dava la mano a Paola e teneva il bastone con il manico agganciato alla spalla. Recitavamo il Rosario, ogni tanto Alberto faceva qualche domanda:
“C’è qualcuno a sotterrarla” diceva.
“Ma quando arrivano i fascisti”, diceva.
“Ieri ho visto il Chiodo e gli ho detto che arrivava il fratellino, come faccio a dirgli che era una sorellina, …” diceva.
Sfilavamo come la più solitaria delle processioni, e il sole e l’aria assorbivano la nostre parole ed era come se fossimo stati muti. Graziella non pesava, solo le mani si intorpidivano, ed erano segnate da righe rosse. Il giorno che avevamo sotterrato il cagnetto che aveva mangiato il veleno della volpe avevo pianto. Il giorno che avevamo sotterrato il coniglio ridevamo tutti come isterici. Ora non sentivo niente, e non sapevo se fosse meglio
Imboccammo il paese ed era vuoto e silenzioso, come abbandonato. Ma le persone erano dentro, e si avvertivano. L’Irma della cartoleria spiava e si segnava dietro la vetrina grande che non aveva saracinesca, la Paolina della merceria appoggiava la gamba zoppa contro lo stipite del balcone, - i nostri passi di scarpe chiodate sconvolgevano la paura del paese sprangato in attesa dell’Apocalisse- e ancora la presenza della famiglia di Francesco Giacobini era palpabile ancorché invisibile, e il bar Savoia – che già aveva cambiato l’insegna in un anonimo Bar Astoria – rinserrava lo sguardo tra l’avido e impaurito degli strabici proprietari. Fobello è sempre stato un paese senza echi, salvo quel pomeriggio di Aprile, e l’eco si mangiava le case e gli abitanti, inghiottiva paure per generare terrori, mangiava l’azzurro del cielo per ingrossare la nube di fumo. Ancora la desolazione dell’Albergo della Stella dove anche i tavoli sapevano di gioco della morra e canti di ubriachi, ma che ora rifiutava ogni forma vivente, e l’ultima discesa prima della Chiesa con le cappelle della Via Crucis.
L’acciottolato si era cambiato in terra battuta, ma l’eco dei nostri passi restava tra le case, le avvolgeva di suoni misteriosi. Eravamo isolati da chi era dentro, il suono ci sospingeva da un altro lato, loro erano per la vita e tacevano come morti, noi, con la morte tra le braccia, risvegliavamo la vita.
Per andare al Cimitero dovevamo passare davanti alla chiesa, una grande brutta chiesa ricostruita negli anni trenta dopo l’alluvione. Dovevamo passare davanti alla chiesa e Graziella non poteva entrare, perché non faceva parte della Comunione dei Santi, non faceva parte né della chiesa militante, né di quella purgante, né di quella trionfante. La morte aveva veramente trionfato su di lei , più che sulla mamma che stava per morire, sui ragazzi che faticosamente si avviavano a traversare il Passo della Bocchetta, su quegli altri che bruciavano case salendo verso Fobello, sulla gente del paese che non sapeva ancora – ma immaginava- come sarebbe finita. Graziella non doveva entrare nel cimitero, perché non ne era degna; il suo posto era tra il cagnetto e il coniglio, nel nostro giardino. E la gente del paese forse si rammaricava che non l’avessimo fatto, si rammaricava che la prozia Clelia fosse venuta a morire a Fobello e avesse una tomba insieme ai Giacobino, e ai Falcione e ai Rossi e ai Rizzetti, e che così potesse ospitare – anche se a suo rischio – la piccola Graziella, nata morta da gente forestiera, nei giorni in cui nessuno pensava a nascere, ma in cui la parola morte andava tenuta lontana per scaramanzia.
Il portico della chiesa era in ombra, e il sole mi batteva sugli occhi lasciandomi solo l’immagine del volume della costruzione. Avevamo rallentato e anche papà non pregava più. Alberto e Annamaria mi si stringevano contro. Paola faceva tutt’uno con papà. Ancora pochi passi prima della chiesa. Andavamo troppo lenti ed era caduto l’ultimo eco delle nostre scarpe chiodate.
Don Pietro uscì dall’ombra del portico. Non aveva la stola, solo la cotta bianchissima.
Si tolse la berretta, fece scivolare dalla manica l’aspersorio piccolo, da viaggio. Aspettavamo fermi, senza respiro. Recitò una preghiera, le parole delle risposte le biascicò il Gippa, il piccolo vecchissimo sagrestano. L’aspersorio si moveva, il gesto sempre più alto e maestoso, contro il sole. L’acqua benedetta cadeva sulla piccola bara di legno grezzo, mal rifinito, sul crocifisso che avevo staccato dalla parete di camera mia.
Non c’era canto, in quella voce. Le parole erano dure e il latino ecclesiastico sonava aspro, ma puro, mondo nuovo. Era una religione che non ammetteva compromessi, che aveva deciso la sua via, per sempre. E il Cristo diceva dalla porta della chiesa: chi non è con me mi è contro, e quel latino dava la risposta consapevole.
Don Pietro svestì la cotta bianchissima e l’affidò al Gippa, con tranquillità. Prese la mano di Alberto e quella di Annamaria e si avviò per primo sul ponte che conduceva al cimitero, riprendendo la preghiera che prima papà aveva fatto cadere. Il sole tramontava sul paese, alle quattro del pomeriggio del sei di aprile, mentre il fumo saliva dalla valle a coprire quasi tutto il cielo.
Nel cimitero lo stradino sciancato si tolse il cappello e si scusò con papà: “Non posso andar più fondo di così, si tocca l’altra cassa”._

PIER GIORGIO MORA

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