PIER GIORGIO MORA

LA GRANDE
CASA ROSSA

 
LA SORELLINA
 
RAGAZZI SOLDATO
 
VALSESIA, UN PRETE
 
1944, TRA I SOLDATI DELLA TAGLIAMENTO
 
25 AVRIL
 
ALEGRU
 
LA SFIDA DELL'OSPITALITA'
CRAVAGLIANA
CRAVAGLIANA
le doux nid CRAVAGLIANA CRAVAGLIANA CRAVAGLIANA


 

La liberazione

Noi dovremmo festeggiare il 25 Aprile solo il 26. Infatti per tutto il 25 fummo tagliati fuori dal capoluogo a fondo valle. I partigiani da giorni si erano portati oltre il ponte della Gula, il passaggio obbligato per risalire da Varallo a Fobello. La radio dava notizie contrastanti, in più pensavamo che una valle come la nostra poteva essere scelta per un ultimo disperato tentativo di resistenza di tedeschi e fascisti.
Un ricordo poi ci paralizzava, quello dell’8 settembre. Quel giorno la radio ripeteva monotonamente che la guerra era finita per l’Italia, quindi anche per noi, quindi anche per ragazzi da 5 a 10 anni, e questi ragazzi correvano per i prati, gridavano la loro felicità, annunciavano che avrebbero abolito l’oscuramento, perché, tanto, eravamo come la Svizzera. La mitica Svizzera.
Solo la mamma, dalla porta, gridava la sua profezia che era di cautela, perché le cose non erano finite, perché il peggio doveva venire. Il tempo verificò quelle profezie, diede loro dei contorni ancora più neri, e questo ricordo era nel cuore di tutti quei ragazzi che il 25 Aprile ascoltavano la radio, erano nel cuore di tutti noi.
Poi, durante la notte, le conferme divennero troppo precise, e il 26 mattino correvamo tutti verso il paese; sul sagrato della chiesa si stavano radunando tutti i maggiorenti, per lo più gente del paese, emigrata anni prima a Torino, ritornata in paese per la guerra.
Don Pietro ci diede le chiavi del campanile, il Gippa, sagrestano, era sulla porta con la bocca aperta e il naso più che mai sgocciolante.
Saranno state le 10, il primo rintocco raggiunse
Cervatto, il secondo volò al Belvedere, la valle si rilanciò gli echi di uno scampanio che non voleva terminare. Era uno scampanio liberatorio, le ansie se ne andavano, il nostro ridere non sonava più oltraggioso a chi soffriva, la speranza aveva vinto.
Avevamo visto il mondo diviso in due, il bene da una parte, il male dall’altra. Ora, non c’era dubbio, il male era vinto, cominciava l’età del bene, le nostre certezze diventavano ormai la vita di tutti.
Questo dicevano le campane, martellando sulla testa di tutti, sulla testa di papà, di don Pietro, del Cichin pistola. Le sorelle Pataccia arrivavano eccitate, scendeva la signora Gatta dai Campelli. Anche noi ragazzi parlavamo con i grandi, che sembravano ascoltarci e darci ragione. Ma forse era solo un dir di sì a se stessi, che tutto era finito, che si sarebbe potuto tornare a Torino, ai the del giovedì, alle rendite fondiarie, al cinéma del sabato.
Il suono delle campane si andava smorzando, quando si udì un rombo di motocicletta arrivare dalla curva dell’Albergo della Posta. Noi ragazzi ci spingemmo sul bordo della piazza per vedere meglio, la moto fece un semicerchio prima di fermarsi, ne scese un partigiano vestito con una delle solite incredibili uniformi ( non erano neppure riusciti a sottrarsi al fascino delle stellette: le avevano sostituite con le stelle alpine).
“Mora” gridò “Mora dottor Giovannino, non, Giannino, ah, è lei? Noi ci conosciamo”, e porse a papà una busta rosa, da prefettura. “C’è la nomina,
c’è la nomina” aggiunse mentre tutti si stringevano attorno a papà per vedere di cosa si trattava.
Il partigiano aveva l’aria di chi sapeva tutto. Nella busta un biglietto alla buona con una firma che nella valle valeva più di tutti i timbri, quella di Cino Moscatelli, nominava papà sindaco della liberazione.
Don Pietro chiese al partigiano (chi sa, forse era il Biondo, gran bestemmiatore) di entrare in canonica a bere un bicchiere, mentre il crocchio intorno a papà aumentava.
Anche la mamma stava arrivando, era scesa in paese quando le campane avevano cominciato a suonare. La scorgemmo quando era ancora vicina al negozio della Rita, le corremmo incontro. “Papà è il sindaco, papà è il sindaco” “che è come il podestà ma un po’ di più” aggiunse il Flavio Mela. La mamma sorrideva, ma era evidente la sua tensione. “Nessuno merita più di lui di essere il sindaco, signora” proclamò il segretario comunale Manza, con tutta la falsità di cui era capace.
C’era tanta gente, in quel momento, sul sagrato. Si fece silenzio e noi ragazzi ci accorgemmo che papà e don Pietro sembravano più alti di tutti.
La mamma prese don Pietro per un braccio. “Gli stia vicino, don Pietro, lo consigli lei”.
Don Pietro sicuramente lo consigliava, ma il discorso da tenere il 1 Maggio dal sommo della scala del comune glielo preparai io. La mamma tenne quel foglietto per tanti anni, era pieno di una retorica incontenibile quanto ingenua, parlava del “purissimo eroe valsesiano”, che era sempre il Moscatelli. Per fortuna nessuno lo ascoltò, papà aveva cominciato a parlare prima che si facesse silenzio, poi ci pensò il maresciallo dei carabinieri a urlare l’attenti all’unico milite inviato a Fobello insieme a lui, così del discorso si udì solo un “Viva l’Italia, viva i partigiani” che trovò la piccola folla consenziente.
“Dai papà, leggilo di nuovo, nessuno ha sentito”. ”Ma tu sei matto”, disse papà, mentre gli si avvicinavano il Michele Lanza e Don Pietro per congratularsi. Il maresciallo intanto urlava il “rompete le righe” al suo carabiniere.
Era l’inizio di un’epoca nuova. Aveva vinto il “bene”, tant’è vero che papà era sindaco. Aveva perso il male, tant’è vero che non c’erano più fascisti e tedeschi.
Doveva essere l’età dell’oro, non poteva essere diversamente. Papà faceva i conti in Comune, sicuramente avrebbe raddrizzato tutti i torti. I partigiani avevano in mano l’Italia, avrebbero ristabilito la giustizia, ognuno sarebbe stato libero di parlare e tutti avrebbero avuto il giusto compenso per quello che facevano. Era un momento pieno di energia, di vita, di speranza ormai incarnata. Avremmo dovuto ora vederne i frutti.
Non avevamo il telefono. Si doveva scendere in paese, e lì chiamarono papà il 28 o il 29 Aprile. Era una telefonata strana, che avvisava che lo Zio Beppe stava male.

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