

La
liberazione
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Lo zio Beppe era uno di quei nodi irrisolti
che gravava sulla nostra visione del bene e del male. Tutti conoscevamo
l’uomo alto, gentile, spiritoso, tollerante, capace di domare la moglie,
la zia Margherita,
spesso incontrollata nel parlare, capace di dire cose che ferivano la nostra
mamma, sua sorella.
Lo zio Beppe era certamente un personaggio del mondo del bene. Ma no, non
era così chiaro, perché lo zio era fascista, era podestà
a Cumiana. Poteva un podestà, un fascista, far parte del mondo pulito
che aspettavamo? Rispondere era talmente difficile che accantonavamo il
problema.
La telefonata era stata molto laconica, aveva però turbato molto
sia la mamma che il papà. Don Pietro la sera era a cena da noi, e
insieme a papà e mamma, ricordava di aver detto allo zio, in visita
a Fobello qualche mese prima, di rifugiarsi da noi, al momento del passaggio
del fronte, del trapasso dei poteri. Lo zio aveva rifiutato con sdegno,
“sono pulito, io non ho niente da temere”. Poi aveva dovuto
correre a Cumiana, perché i tedeschi avevano iniziato una rappresaglia
feroce, mettendo al muro 100 cumianesi per i 10 soldati uccisi in un attentato.
L’arrivo dello zio fermò la rappresaglia a 53 ostaggi, ma chi
sapeva questo? A Cumiana sapevano solo che gli ostaggi erano stati indicati
dalle “autorità italiane”, e lo zio, anche se era lontano
150 chilometri, faceva parte di queste autorità. In più la
zia contribuiva, con i suoi commenti, a inasprire una situazione che di
per sé era già abbastanza tesa.
Ora papà e mamma domandavano a don Pietro cosa si poteva, cosa si
doveva fare.
La risposta arrivò la sera del primo maggio. Arrivò prima
per telefono, “l’hanno ucciso”, poi attraverso la testimonianza
di chi aveva sentito, senza aver visto: “ L’hanno massacrato,
quando lo hanno fucilato non stava più in piedi”.
Tutto ciò era sconvolgente. Era morto il papà di Riccardo
e di Maurizio, ma ancora di più. Vacillava la divisione netta tra
il bene e il male. Perché era successo? Forse c’era stato uno
sbaglio, una insurrezione non può avvenire senza scossoni. Ci sono
sempre dei fanatici. Ma perché era toccato a noi? Perché è
toccato a un uomo che sapevamo essere retto? Perché la violenza non
cessava?
Don Pietro corse in Municipio da papà. “Guarda che hanno preso
la maestra Ferro. E’ ad Alagna e vogliono fucilarla”.
Papà chiamò il Rietti e gli disse di accendere la carbonella,
combustibile dell’unica auto in paese. Meno di un’ora dopo la
macchina passava lentamente sul traballante ponte sospeso lanciato sul baratro
della Gula. “Di qui han buttato ancora vivo il panettiere di Rimella”,
mormorò don Pietro e papà iniziò un De Profundis che
si perdeva nel rumore del fiume.
Furono fermati alle prime case di Alagna da due ragazzi della “Strisciante
Musati”, parte della Brigata Garibaldi.
“Non si passa, ci vuole un lasciapassare”. “Sono il sindaco
di Fobello, c’è una mia concittadina trattenuta qui, devo vederla”.
“Di qui non passa neanche il Padreterno, altro che il sindaco di Fobello”.
“Ma il sindaco di Fobello l’ha nominato Moscatelli” disse
don Pietro, e questo colpì un po’ i due ragazzi che poi, alla
fine, corsero a chiamare il capo, il “Chiodo”.
“Chiodo” disse papà, “dov’è la maestra?”
“Lei non si preoccupi, è nostra e ne facciamo cosa ne vogliamo
delle spie”.
“Chiodo, voi non farete niente che non sia secondo giustizia. Voi
la manderete a Varallo, se avete prove di spionaggio, c’è un
tribunale di
epurazione che comincia a operare lunedì. Non potete fare giustizia
sommaria”.
“Noi facciamo la giustizia del popolo”. “E allora fatela
anche con me”, disse don Pietro, “mettetemi con la maestra davanti
al campanile, come han fatto i fascisti con me a Fobello, e poi sparate
a tutti e due”.
Li portarono dalla maestra Ferro, il Chiodo si era un po’ impressionato
dalla fermezza di don Pietro e di papà. La maestra era una povera
cosa, coi capelli rasati a zero. Aveva preso un paio di sberloni, il segno
nero sulla guancia stava però sparendo. Non riusciva a parlare, tremava,
piangeva. Don Pietro la rassicurò: “Vedrà che non la
toccheranno più”. “Parliamoci chiaro, Chiodo” disse
papà dopo aver lasciato la maestra, “se alla Ferro capiterà
qualcosa, il responsabile è lei e soltanto lei. Adesso vado al comando
a Varallo a dire la stessa cosa. E si ricordi che io non manco alla mia
parola, Chiodo”.
Il fatto che una macchina del comando avesse preso in consegna il giorno
dopo la maestra Ferro e l’avesse portata presso il tribunale di epurazione
non bastava a ristabilire il nostro equilibrio. Possibile che la maestra
Ferro, certo fiduciaria del fascio, ma così gentile e inoffensiva,
avesse rischiato di finire come lo Zio Beppe?
Ancora ci si diceva “possibile?” quando arrivarono due ufficiali
inglesi, con un interprete. Dissero che avevano saputo che sette militari
fascisti erano stati passati per le armi, il 27 Aprile, e nascosti in una
grotta, al bivio del Baraccone. Mostrarono a papà su una carta il
luogo dove cercarli e gli dissero: “Tocca voi cercarli e spedirli
alle famiglie”.
Papà chiamò il maresciallo dei carabinieri, poi don Pietro,
e al gruppo si unirono il messo comunale e due sterratori. Era un corteo
ordinato e stralunato che raggiunse in fondo al paese il camioncino che
i Rietti avevano appena finito di rimettere in funzione.
“Tu stai qui” mi disse papà, che avevo raggiunto dalla
canonica dove don Pietro mi stava facendo scuola.” tu stai qui”.
Io sto qui, pensavo, ma devo capire. Devo capire perché i giorni
dell’oro sono così simili a quelli di prima, perché
la verità sembra ora che nasconda la sua faccia. Devo capire. Fino
a ieri non c’erano dubbi. Ora sorgono, ogni giorno e più gravi.
Abbiamo sbagliato? E tutti, o solo qualcuno? Perché? Perché
è finito il tempo delle facili scelte, del bianco e del nero, della
vita e della morte?
Ricordavo i teschi e le tibie sui baschi della “Muti”. Ma anche
oggi vedevo, se non i teschi e le tibie, il sangue e la violenza. Dovevo
trovare un perché, una ragione. Una sensazione nuova stava sostituendo,
una dopo l’altra, tutte le certezze. Vivere diventava difficile. Diventava
un “mestiere”, cominciavo a sentire l’ansia prolungata
del dubbio.
Arrivò trafelato il messo che mi disse “il signor sindaco vuole
che tu gli porti il flacone dell’acqua di colonia e dei fazzoletti”.
Corsi fino al Boco, la mamma mise tutto in una borsa di tela, raggiunsi
di nuovo il messo che mi disse “tu stai qui”.
Io stavo lì, ritto sul sagrato deserto, a fissare la strada verso
il Baraccone, dove papà e gli altri superavano il fetore per un’opera
di amore
per dei poveracci, uccisi senza una colpa diretta, ma presi da una follia
collettiva che non dava scampo. Io stavo lì, cercavo di vedere ancora
il bianco e il nero, il buono e il cattivo, ma c’era nebbia, tutto
diventava confuso. Non poteva essere tutto così difficile.
“E’ stata una grande meditazione sulla morte” disse papà
scendendo dal camioncino. Tutti era pallidissimi e non avevano voglia di
dir niente.
Salivamo lentamente verso casa, verso il Boco, papà e io. Non potevamo
parlare. Papà aveva visto lo sfascio della morte. Io sentivo lo sfascio
delle certezze, non c’era più chiarezza.
La salita pareva più dura, le nubi incombevano sui monti, l’aria
era greve. Il passo tendeva ancora a rallentare. La cadenza diventava quella
dei montanari.
“Alegru” disse il Remo Pesce che incrociammo alla casa delle
streghe. “Alegru”.
Fu allora che nel silenzio, con papà angosciato dalla morte e da
quei morti, con i perché insoluti, con i miei dubbi che velavano
il profilo dei monti, mi fu chiaro che le certezze non sono donate, ma che
col ritmo del passo di montagna vanno cercate ogni giorno, senza mai trovarle
più.
Ma nella ricerca avrei trovato di nuovo la speranza, e questo doveva bastarmi.
E per questo avrei festeggiato sempre il nostro 26 Aprile._
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