CRAVAGLIANA
CRAVAGLIANA
le doux nid CRAVAGLIANA CRAVAGLIANA CRAVAGLIANA


 

La liberazione
pagina 2

Lo zio Beppe era uno di quei nodi irrisolti che gravava sulla nostra visione del bene e del male. Tutti conoscevamo l’uomo alto, gentile, spiritoso, tollerante, capace di domare la moglie, la zia Margherita,
spesso incontrollata nel parlare, capace di dire cose che ferivano la nostra mamma, sua sorella.
Lo zio Beppe era certamente un personaggio del mondo del bene. Ma no, non era così chiaro, perché lo zio era fascista, era podestà a Cumiana. Poteva un podestà, un fascista, far parte del mondo pulito che aspettavamo? Rispondere era talmente difficile che accantonavamo il problema.
La telefonata era stata molto laconica, aveva però turbato molto sia la mamma che il papà. Don Pietro la sera era a cena da noi, e insieme a papà e mamma, ricordava di aver detto allo zio, in visita a Fobello qualche mese prima, di rifugiarsi da noi, al momento del passaggio del fronte, del trapasso dei poteri. Lo zio aveva rifiutato con sdegno, “sono pulito, io non ho niente da temere”. Poi aveva dovuto correre a Cumiana, perché i tedeschi avevano iniziato una rappresaglia feroce, mettendo al muro 100 cumianesi per i 10 soldati uccisi in un attentato. L’arrivo dello zio fermò la rappresaglia a 53 ostaggi, ma chi sapeva questo? A Cumiana sapevano solo che gli ostaggi erano stati indicati dalle “autorità italiane”, e lo zio, anche se era lontano 150 chilometri, faceva parte di queste autorità. In più la zia contribuiva, con i suoi commenti, a inasprire una situazione che di per sé era già abbastanza tesa.
Ora papà e mamma domandavano a don Pietro cosa si poteva, cosa si doveva fare.
La risposta arrivò la sera del primo maggio. Arrivò prima per telefono, “l’hanno ucciso”, poi attraverso la testimonianza di chi aveva sentito, senza aver visto: “ L’hanno massacrato, quando lo hanno fucilato non stava più in piedi”.
Tutto ciò era sconvolgente. Era morto il papà di Riccardo e di Maurizio, ma ancora di più. Vacillava la divisione netta tra il bene e il male. Perché era successo? Forse c’era stato uno sbaglio, una insurrezione non può avvenire senza scossoni. Ci sono sempre dei fanatici. Ma perché era toccato a noi? Perché è toccato a un uomo che sapevamo essere retto? Perché la violenza non cessava?
Don Pietro corse in Municipio da papà. “Guarda che hanno preso la maestra Ferro. E’ ad Alagna e vogliono fucilarla”.
Papà chiamò il Rietti e gli disse di accendere la carbonella, combustibile dell’unica auto in paese. Meno di un’ora dopo la macchina passava lentamente sul traballante ponte sospeso lanciato sul baratro della Gula. “Di qui han buttato ancora vivo il panettiere di Rimella”, mormorò don Pietro e papà iniziò un De Profundis che si perdeva nel rumore del fiume.
Furono fermati alle prime case di Alagna da due ragazzi della “Strisciante Musati”, parte della Brigata Garibaldi.
“Non si passa, ci vuole un lasciapassare”. “Sono il sindaco di Fobello, c’è una mia concittadina trattenuta qui, devo vederla”. “Di qui non passa neanche il Padreterno, altro che il sindaco di Fobello”. “Ma il sindaco di Fobello l’ha nominato Moscatelli” disse don Pietro, e questo colpì un po’ i due ragazzi che poi, alla fine, corsero a chiamare il capo, il “Chiodo”.
“Chiodo” disse papà, “dov’è la maestra?” “Lei non si preoccupi, è nostra e ne facciamo cosa ne vogliamo delle spie”.
“Chiodo, voi non farete niente che non sia secondo giustizia. Voi la manderete a Varallo, se avete prove di spionaggio, c’è un tribunale di
epurazione che comincia a operare lunedì. Non potete fare giustizia sommaria”.
“Noi facciamo la giustizia del popolo”. “E allora fatela anche con me”, disse don Pietro, “mettetemi con la maestra davanti al campanile, come han fatto i fascisti con me a Fobello, e poi sparate a tutti e due”.
Li portarono dalla maestra Ferro, il Chiodo si era un po’ impressionato dalla fermezza di don Pietro e di papà. La maestra era una povera cosa, coi capelli rasati a zero. Aveva preso un paio di sberloni, il segno nero sulla guancia stava però sparendo. Non riusciva a parlare, tremava, piangeva. Don Pietro la rassicurò: “Vedrà che non la toccheranno più”. “Parliamoci chiaro, Chiodo” disse papà dopo aver lasciato la maestra, “se alla Ferro capiterà qualcosa, il responsabile è lei e soltanto lei. Adesso vado al comando a Varallo a dire la stessa cosa. E si ricordi che io non manco alla mia parola, Chiodo”.
Il fatto che una macchina del comando avesse preso in consegna il giorno dopo la maestra Ferro e l’avesse portata presso il tribunale di epurazione non bastava a ristabilire il nostro equilibrio. Possibile che la maestra Ferro, certo fiduciaria del fascio, ma così gentile e inoffensiva, avesse rischiato di finire come lo Zio Beppe?
Ancora ci si diceva “possibile?” quando arrivarono due ufficiali inglesi, con un interprete. Dissero che avevano saputo che sette militari fascisti erano stati passati per le armi, il 27 Aprile, e nascosti in una grotta, al bivio del Baraccone. Mostrarono a papà su una carta il luogo dove cercarli e gli dissero: “Tocca voi cercarli e spedirli alle famiglie”.
Papà chiamò il maresciallo dei carabinieri, poi don Pietro, e al gruppo si unirono il messo comunale e due sterratori. Era un corteo ordinato e stralunato che raggiunse in fondo al paese il camioncino che i Rietti avevano appena finito di rimettere in funzione.
“Tu stai qui” mi disse papà, che avevo raggiunto dalla canonica dove don Pietro mi stava facendo scuola.” tu stai qui”. Io sto qui, pensavo, ma devo capire. Devo capire perché i giorni dell’oro sono così simili a quelli di prima, perché la verità sembra ora che nasconda la sua faccia. Devo capire. Fino a ieri non c’erano dubbi. Ora sorgono, ogni giorno e più gravi. Abbiamo sbagliato? E tutti, o solo qualcuno? Perché? Perché è finito il tempo delle facili scelte, del bianco e del nero, della vita e della morte?
Ricordavo i teschi e le tibie sui baschi della “Muti”. Ma anche oggi vedevo, se non i teschi e le tibie, il sangue e la violenza. Dovevo trovare un perché, una ragione. Una sensazione nuova stava sostituendo, una dopo l’altra, tutte le certezze. Vivere diventava difficile. Diventava un “mestiere”, cominciavo a sentire l’ansia prolungata del dubbio.
Arrivò trafelato il messo che mi disse “il signor sindaco vuole che tu gli porti il flacone dell’acqua di colonia e dei fazzoletti”. Corsi fino al Boco, la mamma mise tutto in una borsa di tela, raggiunsi di nuovo il messo che mi disse “tu stai qui”.
Io stavo lì, ritto sul sagrato deserto, a fissare la strada verso il Baraccone, dove papà e gli altri superavano il fetore per un’opera di amore
per dei poveracci, uccisi senza una colpa diretta, ma presi da una follia collettiva che non dava scampo. Io stavo lì, cercavo di vedere ancora il bianco e il nero, il buono e il cattivo, ma c’era nebbia, tutto diventava confuso. Non poteva essere tutto così difficile.
“E’ stata una grande meditazione sulla morte” disse papà scendendo dal camioncino. Tutti era pallidissimi e non avevano voglia di dir niente.
Salivamo lentamente verso casa, verso il Boco, papà e io. Non potevamo parlare. Papà aveva visto lo sfascio della morte. Io sentivo lo sfascio delle certezze, non c’era più chiarezza.
La salita pareva più dura, le nubi incombevano sui monti, l’aria era greve. Il passo tendeva ancora a rallentare. La cadenza diventava quella dei montanari.
“Alegru” disse il Remo Pesce che incrociammo alla casa delle streghe. “Alegru”.
Fu allora che nel silenzio, con papà angosciato dalla morte e da quei morti, con i perché insoluti, con i miei dubbi che velavano il profilo dei monti, mi fu chiaro che le certezze non sono donate, ma che col ritmo del passo di montagna vanno cercate ogni giorno, senza mai trovarle più.
Ma nella ricerca avrei trovato di nuovo la speranza, e questo doveva bastarmi. E per questo avrei festeggiato sempre il nostro 26 Aprile._

PIER GIORGIO MORA

LA GRANDE
CASA ROSSA

 
LA SORELLINA
 
RAGAZZI SOLDATO
 
VALSESIA, UN PRETE
 
1944, TRA I SOLDATI DELLA TAGLIAMENTO
 
25 AVRIL
 
ALEGRU
 
LA SFIDA DELL'OSPITALITA'