

Ragazzi
soldato
Fu un rumore cadenzato di passi a svegliare
Annamaria e Paola. Gli scarponi chiodati battevano e rimbombavano sulle
lastre del passaggio carraio di fronte alla Casa Rossa, in direzione di
Santa Maria. Annamaria e Paola sbirciavano attraverso le imposte socchiuse
gli elmetti di tanti soldati che passavano inquadrati. Non c’era luce
sulla strada, l’unico lampione prima della curva era stato “oscurato”,
cominciava ad albeggiare e la luce proveniva dalla destra ad illuminare
parzialmente quei soldati, così diversi da quelli della Tagliamento.
“Per me sono tedeschi” sussurrò Annamaria a Paola.
“Sono più cattivi dei fascisti?”
“Ssst, che svegli la Tersilla”.
La Tersilla dormiva nel letto messo contro la parete di fronte alla finestra.
Paola di istinto armeggiò con la destra per accendere la lucina sul
suo letto. Un soldato vide la luce, spianò il suo fucile contro la
finestra. Paola e Annamaria si lasciarono scivolare a terra, in attesa del
colpo di fucile.
“Spegni, spegni” e Annamaria riuscì a far cessare quel
debole raggio di luce.
Non successe niente per un tempo che alle ragazzine parve lunghissimo.
“Li avrà visti, la mamma?”
Il rumore degli scarponi si perdeva, mentre il gruppetto di soldati spariva
entrando in Catognetto.
“Chissà cosa succederà, oggi”.
I tedeschi dovevano avere indicazioni precise che non potevano esserci partigiani
nei dintorni, per procedere così compatti. Ci raccontarono poi che,
superata la villa Musy, procedettero molto più lentamente, coprendosi
i fianchi per paura di incontri non graditi.
Arrivarono fino al colle di Baranca, fino ai ruderi di villa Aprilia, la
casa che i Lancia avevano costruito prima dell’inizio della guerra,
senza alcun incontro.
Non sapevano di essere osservati da una rete di partigiani, ed uno di loro,
il Martin Valanga, sceso al Boco, ci avvisò “Attenti, i tedeschi
sono a Santa Maria, sulla via del ritorno, ma non sembrano combinare nulla”.
La mamma aveva voluto che i ragazzi andassero come ogni giovedì alla
scuola di catechismo, e questi, tornando, raccontarono che non c’erano
più i soldati della Tagliamento, che adesso all’Albergo della
Posta c’erano i tedeschi, che avevano anche una motocarrozzetta che
riusciva a portare tre soldati e una mitraglia, che fino ad ora non avevano
fatto male a nessuno, poi avevano sistemato la motocarrozzetta proprio alla
fine del paese, sì, dalla Irma, ma un po’ più avanti,
avevano puntato contro la “Ca’ dle strie”, ma che avevano
detto: “Avanni, avanni, a casa, bambini, che però la b sembrava
quasi una p”.
Il pomeriggio passò nell’attesa del ritorno, e i ragazzini
non si allontanarono da casa. Dopo l’avviso del Martin Valanga, i
ragazzini rientrarono, e, poiché l’ora di cena si avvicinava,
l’Anita decise che era ora di recitare il rosario: “Nel primo
mistero gaudioso….”.
Il quarto mistero doveva ancora essere proclamato quando la cagnetta Lilli
cominciò ad abbaiare e Alberto, affacciatosi sul balcone, gridò
“Stanno tornando”.
Le fila del gruppo non erano compatte, ci si accorse che i soldati erano
dei ragazzi tra i quindici e i sedici anni, stanchi, accaldati.
Chi li comandava sembrava quasi un nonno, per loro. Ordinò l’alt
all’altezza della rotonda di pietra, di fianco alle cataste di assi
di abete. Diede ordini imperiosi che nessuno riuscì a capire, alcuni
si appostarono prima e dopo la rotonda, una decina entrarono nella casa
rossa, (e solo nella casa rossa), per ispezionare tutte le stanze, lanciandosi
richiami tra loro. Un ragazzo raggiunse il solaio, dove veniva anche steso
il bucato. Tra mutande e camicie da notte c’era anche un fazzoletto
rosso, che la Tersilla portava da sempre quando faceva i lavori più
pesanti, che la facevano sudare.
Un urlo: ”Partizan, partizan”.
La mamma a quell’urlo balzò dal letto e senza neppure infilarsi
la vestaglia, incrociò sul pianerottolo il ragazzo che mostrava il
suo trofeo.
“Ma che partizan, è il fazzoletto che Frau Tersilla usa per
i lavoro pesanti, è troppo piccolo per partizan, serve anche per
il naso”.
Il ragazzo restò interdetto dal buon tedesco della mamma. La vide
in camicia da notte: “Tu malata?” La mamma riguadagnò
il letto e gli spiegò che era stata molto malata, ma che adesso,
grazie a Dio, stava molto meglio, ma loro, lui, da dove veniva?”
Il ragazzo si sedette sul bordo del letto, chiese di bere dalla bottiglia
che era sul comò.
Intanto gli altri ragazzi lasciavano la casa, senza più dire niente.
Si radunarono nella rotonda di pietra, forse per una pausa di riposo. Non
si riuscì a capire l’invasione della casa rossa. Forse un esercitazione
di perquisizione.
Il ragazzo seduto sul bordo del letto della mamma spiegava che lui ed altri
del plotone venivano dal Salisburghese, che li avevano arruolati da pochissimo,
che suo padre era in guerra da quattro anni, ma che ormai da un anno non
avevano più notizie. L’ultima lettera era dalla Russia, che
non capiva perché li avessero chiamati alle armi, con divise usate
piene di rattoppi, con poco cibo, con turni massacranti. Aggiungeva in italiano:
“Poco mangiare, poco mangiare”.
La mamma picchiò sul pavimento con il suo bastone, nell’unico
modo per una comunicazione rapida. Apparve la Tersilla:
“Quante uova sode hai cotto per stasera?”.
“Una per uno, siamo in sette, ma ne ho preparata una in più
se si ferma il Pot, il Claudio”
“Dalle a questo ragazzo, adesso scende con te”.
Il Pot e i quattro ragazzini, vedendo entrare questo altro tedesco, aggiunsero
un sesto mistero gaudioso al loro rosario.
Quando l’ultimo soldato si unì ai commilitoni, entrarono in
cucina: “Cosa è successo Tersilla?”
“E’ successo che c’erano otto uova sode, e adesso non
ci sono più. Ma non ti preoccupare, Pier Giorgio, stasera avrai doppia
porzione di patate lesse”._
PIER GIORGIO MORA LA GRANDE |
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