CRAVAGLIANA
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le doux nid CRAVAGLIANA CRAVAGLIANA CRAVAGLIANA


 

La sfida dell'ospitalità


“Ospizio” era chiamato nel 1939 il grande edificio al passo del Piccolo San Bernardo.  Era estate, ma pioveva e faceva freddo.
Papà fermò la 521, la grande macchina del nonno, vicino al laghetto, e dall’auto uscirono nonni, zii, fratello sorella.
Entrammo in una stanza dal soffitto basso, e un frate, vestito di nero, ci offrì una bevanda calda, non ricordo cosa fosse.  Non ci chiese nulla, chi eravamo, da dove venivamo, contava solo l’offerta che lui faceva e che apriva il suo volto pieno di rughe in un sorriso franco.
Poi mi fu raccontato che l’”ospizio” accoglieva i “viandanti”, “ma chi sono i viandanti?” “Quelli che vanno a piedi da un posto all’altro”, senza chiedere nulla.
Se poi questi volevano lasciare un’offerta, bene, ma gli uomini dell’”ospizio” erano là per offrire un letto, un po’ di cibo e – soprattutto – un sorriso e una parola amichevole. E anche i grandi bellissimi cani scodinzolavano agli ospiti con amicizia.
Ospizio da ospes, ospite.  Non so se sia ancora così anche oggi. Quella fu la prima lezione di ospitalità ricevuta nella mia vita.
Poi capii meglio la parola quando, dopo l’8 Settembre 1943, passarono da Fobello, dove eravamo sfollati, ex prigionieri di guerra in fuga verso la Svizzera.  Papà ci spiegò che dovevamo dare prima che chiedessero. Mamma e Tersilla cucinarono per tre giorni senza interruzione, riso, patate, forse anche un po’ di carne coriacea di vacche, i vitelli erano stati requisiti il mese prima, poi si procurarono delle forme di toma, il formaggio locale.
L’occhio attento della mamma giudicava se in qualche caso bisognasse anche attingere al guardaroba di papà o dello zio Franco, dispero in mare dal 10 luglio 1940.
E ancora, pochi mesi dopo, vidi un’altra faccia dell’ospitalità, quando la mamma e la sorella del comandante partigiano Moscatelli chiesero aiuto a Don Pietro, e furono nascoste nella canonica per poi passare in una casa nella frazione Torno.  Tutto il paese sapeva di quel nascondiglio, le famiglie si alternavano a mandare i ragazzi che davano meno nell’occhio per portare cibo due volte alla settimana. Il paese sapeva, ma tutti tacquero malgrado le minacce profferite dai fascisti durante i periodi di occupazione del paese.
Sono passati più di sessant’anni. In molti casi ci sono in giro persone bisognose provenienti dalla Polonia, dal Marocco, dall’India e dal Pakistan. Hanno lasciato la prigione della miseria nei loro paesi. E noi non siamo più pronti a dare.  Allora eravamo poveri, è più facile donare quando si ha poco.  I nostri privilegi di oggi sono tanti, ci riesce difficile ospitare.
Non ci sono più “ospizi” per i viandanti, ma i viandanti ci sono ancora, persone che si spostano dai luoghi a loro familiari per regioni diverse, nuove, che in molti casi  risultano essere più gelide del passo del San Bernardino. E chi offre un giaciglio, chi una bevanda?
Chi offre un sorriso, la merce più preziosa che sembra sparita dai nostri volti.
Sembra solo essere ancora attuale l’idea che chi arriva debba nascondersi, che nessuno debba sapere che ci sono. Questo per dare agli immigrati clandestini la possibilità di non essere scovati, come era successo alla mamma e alla sorella di Moscatelli.  Ma in questo caso queste persone diventano vittime di chi li può sfruttare come forza lavoro economica, come manovalanza per la malavita. Si finisce col dimenticare che sono essere umani eguali a noi.
Forse, se fossimo più poveri, potremmo condividere la povertà, potremmo unirci per accettare doveri comuni, dopo aver fatto conoscere i comuni diritti.
La Bibbia è piena di esempi di stranieri accolti senza domande,
senza richiesta di riconoscenza. Da noi si parla di calcinculo,
si ha paura di essere sommersi da civiltà che non conosciamo, e che quindi ci fanno paura, ma che non vogliamo conoscere perché la nostra civiltà è sicuramente superiore.
Enzo Bianchi, monaco, indica un percorso (1).
Il primo atteggiamento è l’ascolto; l’ascolto implica la sospensione del giudizio; alla sospensione del giudizio deve accompagnarsi l’atteggiamento della simpatia; e da qui, da simpatia ed empatia a dialogo.
Concludeva dicendo:
“Se la terra è di Dio, e la Bibbia insiste in questo mia è la terra e voi siete soltanto inquilini pregrinanti, allora chi è l’ospite? E chi è l’ospitato? Anche colui che accoglie l’altro non è che un ospite accolto nella propria casa e sulla propria terra”.

 

1) Incontro tenuto in San Giovanni in Laterano, febbraio 2007

PIER GIORGIO MORA

LA GRANDE
CASA ROSSA

 
LA SORELLINA
 
RAGAZZI SOLDATO
 
VALSESIA, UN PRETE
 
LA LIBERAZIONE
 
1944, TRA I SOLDATI DELLA TAGLIAMENTO
 
25 AVRIL
 
ALEGRU