CRAVAGLIANA
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le doux nid CRAVAGLIANA CRAVAGLIANA CRAVAGLIANA


 

Valsesia, un prete



Era in piedi, appoggiato alla sua chiesa. La chiesa di Fobello, grande e fredda, ricostruita sul luogo dove era stata distrutta la vecchia chiesa dall’alluvione del 1923. La nuova chiesa era troppo imponente per un paese di meno di 900 persone, era francamente brutta, ma era la sua chiesa, il luogo dove ogni domenica raccontava alla gente che cosa Gesù aveva testimoniato e cosa questa testimonianza chiedeva ad ognuno di noi, il luogo dove ogni mese riceveva l’offerta del pane e del sale da dare ai più poveri, dove la gente veniva con i suoi slanci, ma anche con i suoi rancori.
E stare appoggiato alla sua chiesa gli dava forza di fronte a dieci moschetti spianati, di fronte ad un ufficiale che gli gridava “tu sei il prete dei partigiani, dicci dove sono o ti fuciliamo”.
Don Pietro non era coraggioso. Ci raccontava di quando in seminario una mattina gli era sembrato di aver sputato sangue, e il terrore di essere tubercolotico lo aveva attanagliato, ci raccontava di questo terrore ogni mattina nell’aspettarsi sangue di nuovo, terrore di una malattia allora molto brutta e che l’avrebbe allontanato dal seminario.
Non era certo coraggioso da diventare il prete dei partigiani, che, comunque, a Fobello erano tutti rossi, le Brigate Garibaldi comandate da Cino Moscatelli che fino a due giorni prima era in paese alla frazione del Boco. Ma il colore non contava per don Pietro, contava il bisogno delle persone, e tanti di quei ragazzi in armi in montagna si erano rivolti a lui, tra i primi quei soldati dell’esercito disciolto che provenivano dalle regioni più lontane. Poi anche il comandante Moscatelli, che gli aveva chiesto dove sua madre e sua sorella potevano venire nascoste.
Don Pietro aveva trovato loro una casa, e due volte alla settimana persone diverse portavano cibo in un alloggio peraltro sigillato.
Cosa poteva dire all’ufficiale più giovane di lui (aveva allora 35 anni) che lo minacciava?
Tutti conoscevano le vie di fuga dei partigiani, solo un inetto non sapeva prendere una carta e vedere i passi che portavano a Campello Monti e a Macugnaga, zone franche.
Certo l’ufficiale sarebbe stato orgoglioso di mettere le mani sui parenti di Moscatelli, oppure di catturare la famiglia ebrea che si faceva chiamare Florio, che parlava con un atroce accento tedesco e che viveva in mezzo al paese. O sul capitano di artiglieria da campagna, renitente alla leva di Salò.
Ma don Pietro queste informazioni non le avrebbe mai date. Le sue spalle erano contro la chiesa, che gli aveva insegnato a prendersi cura dei deboli, dei fuggitivi , dei prigionieri, degli stranieri. Pregava, e tanto, perché aveva paura del dolore, tanta paura di quelle pallottole che sarebbero uscite da quei fucili puntati. Aveva le gambe molli, ma la sua chiesa lo sorreggeva.
Quell’ora passata contro il muro della sua chiesa sarà l’ora più lunga nella vita di don Pietro. Venerdì Santo 1944.
Poi, senza una ragione apparente, l’ufficiale richiamò il picchetto, e si diresse verso l’alta valle, dove cominciavano a bruciare le prime case e gli alpeggi. Alla fine i roghi saranno 107, senza un solo partigiano catturato.
Il padre, Barnun, corse a sorreggerlo. Ma arrivò in canonica da solo, si chiuse nel suo ufficio, incapace di pensare o di pregare, con una gran voglia di vomitare.
La stessa voglia che nel Maggio 1945 lo prese quando insieme al capitano renitente alla leva, ora sindaco di Fobello, entrò nella grotta alla confluenza del Mastallone con il Landwasser, dove le voci di paese dicevano esserci otto soldati fascisti uccisi dai partigiani.
Il sindaco lo fermò, uscirono, si appoggiarono alla roccia. Il messo comunale fu mandato a prendere dei fazzoletti e dell’acqua di colonia per poterli premere sul volto entrando nella grotta. E che chiamasse il becchino, e il suo aiutante, e che si preparassero delle bare.
Aveva di nuovo la pietra alle spalle, non la pietra consacrata della sua chiesa, ma la pietra testimone della ferocia dell’uomo. Don Pietro prese a pregare a mezza voce, ma non riusciva a seguire le parole della preghiera dei defunti. Si domandava “Perché?”. Per mesi avevano visto il male da una parte sola, e tutti coloro che non facevano parte di questo male erano giusti o giustificati, anche se usavano armi per uccidere e uccidevano.
Ora la realtà della duplicità dell’uomo lo prendeva alla gola e non sapeva a chi rivolgersi, a questo suo Dio che serviva in umiltà e dedizione, o a una giustizia umana impassibile, che spazzasse chi sbaglia da una parte e dall’altra.
Aveva dato una mano a chi era perseguitato, aveva aiutato a nascondere madre e sorella di un capo partigiano, ma era accorso ad Alagna con il sindaco per proteggere la maestra Ferro, internata perché notoriamente fascista.
Per questo non voleva credere a quei morti. Che forse aveva conosciuto, tra i militari fascisti c’erano gli invasati e quelli del grilletto facile, ma anche tanti stanchi e stufi, che erano rimasti intrappolati e portavano le mostrine con il gladio, ma che aspettavano solo che tutto finisse.
Era stato più facile per lui trovarsi con i fucili puntati davanti, piuttosto che testimoniare i morti della vendetta.
L’indomani celebrò un ufficio funebre per quegli otto morti che le nuove autorità avevano portato via, su un camion, senza che neppure potesse prenderne i nomi. Con poca gente in chiesa, con il sindaco e il sagrestano, con i raggi di sole di un maggio dolcissimo che dicevano: “c’è la pace nel mondo” ma non nell’anima di don Pietro.
Lasciò la montagna, i suoi 850 fedeli, i colori dei costumi che le donne indossavano nei giorni di festa, per andare oltre il fondo valle, a Romagnano, più vicino al paese dal quale le sua famiglia proveniva, Borgoticino. Don Pietro era nato in Francia, (Barnun, il padre, era emigrato per fare il minatore). Don Pietro parlava un bellissimo francese e scriveva un italiano lontano dalla retorica e dal pietismo della Chiesa di allora. Italiano che doveva usare nella nuova sede di Romagnano con gli abitanti del borgo, ben più istruiti dei molti che a Fobello usavano solo il dialetto. Il borgo aveva molte scuole e un collegio famoso in tutto il Piemonte.
Era caldo, quando scese da Fobello per entrare a Romagnano. La chiesa di San Silvano era gremita, c’era attesa per la prima predica. Le autorità non c’erano, l’avevano accolto all’entrata nel borgo, ma non sarebbero venute in chiesa. Chi diceva che fossero liberal-massoni, chi troppo legati ai comunisti.
E allora di dialogo tra le parti non si parlava. Eppure il discorso che fece, che lo indicava prete al servizio di tutti sull’esperienza di Fobello, doveva essere arrivato anche al palazzo comunale, perché diffidenza e ostilità si smussarono presto. Rispetto era la caratteristica di quel rapporto. E quegli anni ancora infuocati sembravano rinfrescarsi lungo la valle della Sesia.
E questa intesa basata sul rispetto si dimostrò utile quando nel 53 a don Pietro venne affidato il Congresso Eucaristico Diocesano . Un impegno grosso, si trattava di ospitare i religiosi più illustri della regione, di dare spazio a migliaia di fedeli, occupazione di suolo pubblico, regolamentazione di dell’ordine pubblico, permessi di ogni tipo. Don Pietro trovò dai laici tutto il supporto di cui aveva bisogno perché tutto filasse liscio sotto ogni punto di vista.
E don Pietro si sentì in dovere di invitare a pranzo il sindaco, nel giorno culminante della celebrazione, assieme ai vescovi presenti a Romagnano. Invito ufficiale, accettazione ufficiale, perfino i posti a tavola assegnati. Ma tre giorni prima del Congresso don Pietro veniva chiamato al telefono dal segretario del suo vescovo: no, non avrebbero condiviso la mensa con un massone. Che fosse depennato immediatamente dalla lista degli invitati.
Don Pietro spese parole per convincere il segretario e poi il suo vescovo. Ma non ci fu verso. Don Pietro si sentì tradito, il togliere un l’invito a chi rispettava e da cui era rispettato gli sembrava un tradimento dei valori in cui credeva, che insegnava giorno dopo giorno, sermone dopo sermone, ma soprattutto azione dopo azione.
In fondo si trattava solo di un invito a pranzo. Ma per don Pietro era credere che gli uomini di buona volontà fossero veramente fratelli anche se con credi diversi. Per il suo vescovo era un discorso eretico. E questa volta il tradimento proveniva dal suo stesso humus, da coloro che professavano la sua fede e si dicevano seguaci del Cristo.
Ribellarsi? Dire dal pulpito che non era d’accordo? Condivise questa angoscia con l’amico che era stato sindaco di Fobello, che poi lo accompagnò dal sindaco di Romagnano per spiegare, se mai avesse trovato le parole giuste.
Le trovò, ma soprattutto pochi anni dopo trovò le sue idee svolte nel Concilio Vaticano, nelle encicliche di Papa Giovanni.
Morì dopo aver lasciato la parrocchia, presagendo un male incurabile che lo portò via in poco tempo. Credeva nel Cristo e nell’uomo. Aveva fede fragile ma sapeva combattere per essa. Non so che lapide potrebbe avere in una antologia di Spoon River. Forse: visse per dare testimonianza, formò coscienze._

PIER GIORGIO MORA

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